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Due anni di matrimonio bastano per l’assegno

POSTED ON aprile 6th  - POSTED IN Studio Legale

La Corte di cassazione con una ordinanza ha stabilito che non sono pochi due anni di matrimonio per escludere l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento al coniuge (ordinanza, sez. VI civile, dell’11 marzo 2016, n. 4797).

Il parametro della durata del matrimonio, deve essere sempre presente al giudice di merito nel momento in cui fissa l’ammontare dell’assegno mensile all’ex coniuge, motivo per cui per le nozze «lampo», ovvero quando la separazione sia arrivata poco dopo il matrimonio, si può anche escludere del tutto il versamento dell’assegno di mantenimento. Tale considerazione ha valore in quei casi in cui il tempo matrimoniale è durato veramente poco (ad esempio, pochi mesi o, addirittura, alcune settimane). Ora intervengono i giudici della Suprema Corte, che nel caso analizzato, ovvero di una unione che si sia protratta per 24 mesi, affermano che l’assegno di mantenimento non può essere negato, poiché è illogico sostenere che una breve durata del matrimonio possa costituire «ragione da sola sufficiente per escludere l’assegno divorzile». Conseguentemente opera la regola per cui, se uno dei due coniugi ha un reddito inferiore rispetto a quello dell’altro e, quindi, con la separazione si verifica il peggioramento del proprio tenore di vita rispetto a quello goduto in costanza di matrimonio, il coniuge con il reddito minore avrà diritto all’assegno di mantenimento. Il caso si è chiuso con i giudici che hanno ritenuto legittima la richiesta della donna: a lei l’ex marito dovrà versare l’assegno divorzile, seppure su cifre economiche più contenute, ovvero 150 euro mensili rispetto ai 200 previsti in primo grado. La diminuzione è stata giustificata dai giudici d’appello con due considerazioni: la prima, la «breve durata del matrimonio», cioè due anni; la seconda, con le maggiori spese cui l’uomo dovrà fare fronte per il mantenimento della nuova famiglia di fatto che ha costituito con un’altra donna. L’incertezza intorno al quantitativo monetario da versare, l’applicazione del concetto di debolezza economica spesso vago, fanno emergere anche da noi l’esigenza di una legge sui patti prematrimoniali.

Firmata la legge sull’omicidio stradale

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato la legge sull’omicidio stradale. A questo punto, per l’entrata in vigore, manca solo la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale». Cardine della legge è l’inasprimento delle sanzioni: per chi si mette alla guida in stato di ebbrezza o dopo aver assunto stupefacenti e causa la morte di qualcuno la pena della reclusione va da 5 a 12 anni. Se l’investitore si dimostra lucido e sobrio, ma la sua velocità di guida è il doppio del consentito, la pena va da 4 a 8 anni. In caso di omicidio multiplo, la pena può essere triplicata ma non superiore a 18 anni.

Isee: indennità riconosciute ai disabili non sono reddito

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Il Consiglio di Stato era chiamato a pronunciarsi sulla burrascosa questione relativa alle modalità di determinazioni dei contributi assistenziali calcolati con modello indicatore della situazione economica equivalente (ISEE).

Prima di affrontare il fatto, occorre premettere che il modello ISEE viene introdotto nel 1998,  ed ha lo scopo di fissare criteri uniformi per la valutazione economica di coloro che richiedono servizi sociali o assistenziali. Il legislatore del 2012, alla luce delle numerose problematiche sorte con i criteri fissati nel 1998, delegava al governo l’elaborazione di nuovi regolamenti che avessero ad oggetto la revisione delle modalità di determinazione.

Il fatto oggetto della controversia nasce da soggetti disabili, o congiunti di disabili non autosufficienti, che percepiscono diversi trattamenti assistenziali o sociosanitari,i quali dinanzi all’introduzione del predetto regolamento attuativo, ritenendo talune disposizioni illegittime, perchè limitative del loro accesso alla prestazioni assistenziali, sono insorti innanzi al TAR Lazio.

Il  TAR adito accoglieva parzialmente il ricorso, annullando l’art. 4, c. 2, lett. f) del DPCM 159/2013, nella parte in cui ha incluso, tra i dati da considerare ai fini ISEE per la situazione reddituale, anche i trattamenti assistenziali, previdenziali ed indennitari percepiti dai soggetti portatori di disabilità; e annullando così l’art. 4, c. 4, lett. d) del DPCM, soltanto nella parte in cui, nel fissare le franchigie da detrarre dai redditi, aveva introdotto “… un’indistinta differenziazione tra disabili maggiorenni e minorenni, consentendo un incremento di franchigia solo per quest’ultimi, senza considerare l’effettiva situazione familiare del disabile maggiorenne…”.

La Presidenza del Consiglio dei ministri ed i Ministeri del lavoro e dell’economia e finanze appellavano la sentenza, deducendo vizi procedurali e argomentando nel merito.

Il Collegio rigettava le eccezioni preliminari.

Riguardo al merito del gravame principale rilevava quanto segue.

Va precisato che la motivazione del TAR sta nella stigmatizzazione del fatto che  l’ordinamento ponga a compensazione della oggettiva situazione di svantaggio, anche economico, che ricade sui disabili e sulle loro famiglie i proventi derivanti da trattamenti assistenziali, previdenziali ed indennitari percepiti da tali soggetti, peraltro senza darne adeguata e seria contezza.

Il Collegio, confermando la statuizione del Tar sul punto, non ravvisa alcuna ragione per cui le indennità siano non solo o non tanto reddito esente, quanto reddito rilevante ai fini ISEE. Indipendentemente dal nomen juris assegnato a ciascun emolumento per il calcolo ISEE, se determinate somme sono erogate al fine di attenuare una situazione di svantaggio, tendono a dar effettività al principio di uguaglianza, pertanto ne consegue la loro non equiparabilità ai redditi già di per sé, ossia indipendentemente dalla loro inserzione nel calcolo dell’ISEE.

In altre parole, da un lato è vero che l’ISEE possa, anzi debba, ai fini di un’equa e seria ripartizione dei carichi per i diversi tipi di prestazioni erogabili per il cui accesso tal indicatore è necessario, tener conto di tutti i redditi che sono esenti ai fini IRPEF, purché però tali entrate sia qualificabili come reddito. Però dall’altro non si può non considerare che ai fini dell’ISEE, prevalgano considerazioni di natura assicurativa ex art. 38, commi II e IV, Cost., che integrano il diritto alla salute di cui al precedente art. 32, I c..

Quindi l’assetto introdotto nel 2012 sarebbe corretto fintanto che tali contributi vengano ascritti al perimetro concettuale del reddito; in tal caso, infatti, anche secondo il Supremo Consesso amministrativo, l’obbligo di contribuzione assicurativa non tributaria può assumere anche valori e basi imponibili più adatte allo scopo redistributivo e di benessere senza per forza soggiacere allo stretto principio di progressività, che comunque in vario modo il DPCM assicura.

Tuttavia quando si vuol sussumere alla nozione di reddito un quid di economicamente diverso ed irriducibile, non può il legislatore dimenticare che ogni forma impositiva va comunque ricondotta al principio ex art. 53 Cost. e che le esenzioni e le esclusioni non sono eccezioni alla disciplina del predetto obbligo e/o del presupposto imponibile.

E secondo il Consiglio di Stato, i contributi in questione sono da considerarsi delle indennità o di risarcimento vero e proprio, pertanto non possono rientrare in una qualunque definizione di reddito assunto dal diritto positivo.

In particolare, rileva il collegio che sia le indennità che i risarcimenti difettano di un valore aggiunto, per potersi considerare reddito, ossia la remunerazione d’uno o più fattori produttivi (lavoro, terra, capitale, ecc.) in un dato periodo di tempo, con le correzioni che la legge tributaria se del caso apporta per evitare forme elusive o erosive delle varie basi imponibili.

Infatti l’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioè indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale. Tali indennità o il risarcimento sono accordati a chi si trova già così com’è in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parità morale e competitiva. Essi non determinano infatti una “migliore” situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirando a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa. Pertanto, la «capacità selettiva» dell’ISEE, se deve scriminare correttamente le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, allora non può compiere l’artificio di definire reddito un’indennità o un risarcimento, ma deve considerali per ciò che essi sono, perché posti a fronte di una condizione di disabilità grave e in sé non altrimenti rimediabile.

Con riferimento al sistema delle franchigie, previste dall’impugnato decreto, non può compensare in modo soddisfacente l’inclusione nell’ISEE di siffatte indennità compensative, per l’evidente ragione che tal sistema s’articola sì in un articolato insieme di benefici ma con detrazioni a favore di beneficiari e di categorie di spese i più svariati, onde in pratica i beneficiari ed i presupposti delle franchigie stesse sono diversi dai destinatari e dai presupposti delle indennità.

Alla luce di quanto sopra, il Collegio, ritiene che ricomprendere tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito – come se fosse un lavoro o un patrimonio – ed i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni, non un sostegno al disabile, ma una “remunerazione” del suo stato di invalidità.

Ciò vale anche per il soggetto disabile che abbia conseguito la maggiore età, quantunque il possa far nucleo a sé stante, infatti non solo la maggior età in sé non abbatte i costi della disabilità, ma non v’è un’evidenza statistica significativa sull’incidenza dei disabili facenti nucleo a sé rispetto alla popolazione dei disabili ed al gruppo di chi non costituisce tal nucleo.

Ad avvalorare le proprie motivazioni il Collegio cita l’art. 7 della Convenzione ONU di New York sui diritti dei disabili (ratificata dalla L. 3 marzo 2009, n. 18) secondo cui non può determinare, a parità di doveri di assistenza ex art. 38 Cost., un trattamento deteriore verso soggetti parimenti disabili per il sol fatto dell’età, ché, anzi, la disabilità tende a crescere man mano che il soggetto avanza nell’età. Sicché, venendo al secondo e correlato aspetto, il “far nucleo a sé” non compensa la decurtazione delle detrazioni, a cagione di tal aumentare dei disagi della disabilità connessi ad un’età più anziana.

Il patto (dal notaio) prima del sì. Arrivano gli accordi prematrimoniali. L’idea di una legge anche in Italia per regolare gli aspetti economici in caso di divorzio. “Così le coppie torneranno a sposarsi”.

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La fine di un amore nero su bianco, scritta davanti al notaio prima delle nozze. E pazienza se il romanticismo va a farsi benedire. L’Italia accelera sugli accordi prematrimoniali, i “love contracts” anglosassoni resi celebri dalle star di Hollywood. Come dimenticare la separazione milionaria di Tom Cruise e Katie Holmes? O la clausola “sentimentale” che obbliga il fondatore e amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, a trascorrere almeno una notte alla settimana con la moglie Priscilla Chan?

Da noi i patti pre-nozze sono proibiti, ma una proposta di legge che li introduce nel nostro ordinamento inizierà presto il suo iter in commissione Giustizia della Camera. Obiettivo del Pd è discuterla subito dopo le unioni civili, che tra l’altro consentono alle coppie di fatto di regolare per contratto gli aspetti economici e patrimoniali di un legame affettivo.

L’iniziativa (bipartisan) è dell’onorevole Alessia Morani, avvocato civilista del Pd, e del deputato di centrodestra Luca D’Alessandro, braccio destro di Denis Verdini in Parlamento. La proposta di legge che li vede come primi firmatari modifica l’articolo 162 del Codice civile inserendo un articolo 162-bis, dove è scritto che “i futuri coniugi, prima di contrarre matrimonio, possono stipulare accordi prematrimoniali volti a disciplinare i rapporti dipendenti dall’eventuale separazione personale e dall’eventuale scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio”.

Per la renziana Morani l’introduzione dei contratti potrebbe avvicinare all’istituto del matrimonio tante coppie che oggi restano diffidenti, magari perché preoccupate dalla prospettiva di una burrascosa rottura: “Potrebbe essere un modo per avvicinarsi al matrimonio con maggiore responsabilità e libertà d’animo, decidendo di prendersi cura dell’altro anche se le cose dovessero andare male”. Insomma, quando ci si ama è più facile mettersi d’accordo e decidere assieme di attutire il trauma di un divorzio.

Morani ha chiesto alla presidente della commissione Giustizia, Donatella Ferranti, di avviare al più presto il dibattito sulla legge “perché siamo in un momento politico favorevole”. Si va verso le elezioni amministrative e Matteo Renzi ha promesso di imprimere, in questa seconda parte di legislatura, una forte accelerazione ai provvedimenti che riguardano i diritti e la vita privata delle persone. “Sono convinta che la nostra proposta incontrerà consensi trasversali – spinge per l’approvazione la Morani – Non credo che i Cinque Stelle avranno problemi a votarla e spero che, su questa legge, la maggioranza sia più larga di quella che sostiene il governo”.

I laici approvano ed Elena Centemero, di Forza Italia, ha chiesto di sottoscrivere la proposta di legge. Analogo entusiasmo, com’è ovvio, non mostrano i cattolici intransigenti. Prova ne sia il giudizio del dem Beppe Fioroni, che era in prima linea al Family Day: “Sposarsi è una scelta libera, c’è già la possibilità di sciogliersi con il divorzio e anche con il divorzio breve”. Perché i contratti prematrimoniali non le piacciono? “Credo che il matrimonio sia qualcosa di più di un contratto di lavoro o di un acquisto salvo buon fine – si prepara a boicottare la legge il presidente della Commissione Moro. Con questi presupposti la cosa migliore sarebbe non sposarsi affatto evitando di far perdere tempo agli avvocati e alla giustizia”.

Alessia Morani tira dritto e si dice ottimista, convinta che “i patti chiari fanno matrimoni più felici” e che la Chiesa non mostrerà ostilità verso i “prenuptial agreement” all’anglosassone: “Il papato di Francesco è molto più aderente alle trasformazioni sociali”. E così, dopo il divorzio breve e le unioni civili omosessuali, un altro tabù giuridico potrebbe presto cadere.

Professore colpito da pallonata. No al risarcimento se c’è nesso tra atto e gioco

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Se nella dinamica del sinistro sussiste un collegamento funzionale tra l’azione ed il gioco in atto, non spetterà alcun risarcimento all’insegnante colpito da una pallonata. E’ quanto stabilito dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 1322/16.

La vicenda riguardava una professoressa, colpita al volto violentemente dal pallone calciato da un alunno durante una partita di pallavolo diretta dall’insegnante di educazione fisica della classe maschile. A causa del suddetto incidente, la docente aveva lamentato gravi lesioni, per cui aveva convenuto in giudizio sia il Ministero della Pubblica Istruzione sia l’assicurazione, quale responsabile civile in virtù di una polizza assicurativa contro gli infortuni stipulata dal Ministero, per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni subiti, sia di natura biologica che patrimoniale.

Il Tribunale adito ha dichiarato il difetto di giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria; tale decisione è stata poi riformata dalla Corte d’appello competente, che, per gli aspetti relativi al merito, ha poi rigettato la domanda.

Avverso tale sentenza, gli eredi della professoressa hanno proposto ricorso in Cassazione. Pur ritenendo che la motivazione fosse da correggere, la Suprema Corte ha ritenuto infondate le doglianze sollevate, rigettando il ricorso.

In particolare, è stata confermata la sentenza impugnata nella parte in cui viene esclusa la responsabilità ex art. 2048 c.c. a carico dei convenuti, atteso che la suddetta disposizione normativa non configura un’ipotesi responsabilità oggettiva né per gli studenti né per i professori, stabilendo che il danno sia risarcibile nel caso in cui lo stesso sia conseguenza del fatto illecito di uno studente, ovvero qualora l’istituto scolastico non abbia osservato obblighi di vigilanza e controllo, non adottando misure preventive idonee ad evitare il fatto.

Condizioni di applicabilità della norma che si traducono in un fatto costitutivo, l’illecito, che deve essere dimostrato dal danneggiato, ed in un fatto impeditivo, il non averlo potuto evitare, che va provato dall’istituto scolastico (Cass. civ. Sez. 3, 14/10/2003, n. 15321).

Nel caso in oggetto, l’azione dannosa si è consumata nel corso di una gara sportiva, svolta durante l’ora di educazione fisica, per cui si può fare riferimento ai principi elaborati in tema di responsabilità per i danni causati da un atleta ad altro atleta impegnato nel corso di una gara sportiva.

In particolare, il criterio per distinguere tra comportamento lecito e quello punibile va individuato nel nesso tra il gioco ed evento lesivo. Tale collegamento va senz’altro escluso se l’atto è compiuto allo scopo di ledere o con violenza incompatibile con le caratteristiche del gioco e, in tal caso, la condotta è sempre punibile anche se in ipotesi non avesse violato regole dell’attività sportiva svolta. Al contrario, non sussiste la responsabilità se, come nella vicenda de quo, le lesioni sono la conseguenza di un atto posto senza la volontà di ledere e se, pur in presenza di violazione delle regole di gioco, l’atto a questo è funzionalmente connesso (Cass. n. 12012/2002).

Infine, la Suprema Corte ha rilevato che le modalità di verificazione del sinistro, ovvero il calcio al pallone con cui si disputava la partita di pallavolo, dimostrano sia l’assenza di una finalità di ledere in capo all’alunno sia l’esistenza di collegamento funzionale tra l’azione di questi e il gioco in atto, anche se in violazione delle regole del gioco stesso, che non prevede lanci con i piedi.

Canone Rai a rate nella bolletta della luce da gennaio a ottobre. Per il 2016 le prime rate si pagheranno insieme dal primo luglio

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Lo prevede un emendamento delle relatrici alla legge di stabilità depositato in commissione Bilancio del Senato su cui è ancora in corso un approfondimento. Per via dei tempi tecnici di adeguamento dei sistemi di fatturazione per il 2016 il primo versamento delle rate scadute avverrà “cumulativamente” dal primo luglio 2016.

“Le rate scadute all’atto dell’entrata in vigore della legge sono cumulativamente addebittate nella prima fattura successiva al 1 luglio”, si legge. Le rate, prosegue l’emendamento, vengono “addebitate sulle fature emesse dall’impresa elettrica aventi scadenza del pagamento immediatamente successiva alla scadenza delle rate. Le rate, ai fini dell’inserimento in fattura, si intendoo scadute il primo giorno i ciascuno dei mesi da gennaio a ottobre”.

Canone Rai: ecco il modello con cui si autocertifica di non possedere la tv. Agenzia Entrate e Rai, comunicato stampa 24/03/2016

È disponibile in rete il modello con cui i titolari di un contratto di fornitura di energia elettrica per uso domestico residenziale possono certificare di non possedere un apparecchio televisivo. Si tratta di una dichiarazione sostitutiva che se non veritiera comporta delle sanzioni anche penali (articoli 75 e 76 del DPR n.445/2000). La legge di stabilità 2016 ha introdotto, infatti, la presunzione di possesso dell’apparecchio televisivo nel caso in cui esista un’utenza elettrica nel luogo in cui il soggetto risiede anagraficamente. Tramite il nuovo modello disponibile online, i cittadini che risultano titolari di un’utenza di fornitura di energia elettrica per uso domestico residenziale possono certificare che in nessuna delle abitazioni per le quali il dichiarante è titolare di un’utenza elettrica è detenuto un apparecchio tv.

Il modello può essere presentato anche per segnalare che il canone è dovuto in relazione all’utenza elettrica intestata ad un altro componente della stessa famiglia anagrafica, del quale deve essere indicato il codice fiscale. È il caso, ad esempio, di due soggetti che fanno parte della stessa famiglia anagrafica, ma titolari di utenze elettriche separate.

La dichiarazione sostitutiva, inoltre, può essere resa dall’erede in relazione all’utenza elettrica transitoriamente intestata a un soggetto deceduto.

Come presentare l’autocertificazione – Il modello di dichiarazione sostitutiva va presentato direttamente dal contribuente o dall’erede tramite un’applicazione web, che sarà resa disponibile a partire dal prossimo 4 aprile sul sito internet delle Entrate, utilizzando le credenziali Fisconline o Entratel rilasciate dall’Agenzia, oppure tramite gli intermediari abilitati. Nei casi in cui non sia possibile l’invio telematico, è prevista la presentazione del modello, insieme a un valido documento di riconoscimento, tramite servizio postale in plico raccomandato senza busta all’indirizzo: Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti tv – Casella Postale 22 – 10121 Torino.

Quando va presentato il modello – Per il 2016, primo anno di applicazione del pagamento del canone in bolletta, la dichiarazione sostitutiva avrà effetto per l’intero canone dovuto per l’anno 2016 se viene presentata tramite raccomandata entro il 30 aprile 2016, oppure in via telematica entro il 10 maggio 2016. La dichiarazione presentata tramite raccomandata dal 1° maggio 2016 ed entro il 30 giugno 2016, oppure in via telematica dall’11 maggio 2016 al 30 giugno 2016, avrà effetto per il canone dovuto per il semestre luglio-dicembre dello stesso anno. La dichiarazione presentata dal 1 luglio al 31 gennaio 2017 avrà effetto per l’intero canone dovuto per l’anno 2017.

Indicazioni per chi attiva nuove utenze – I cittadini che attivano una nuova utenza di fornitura di energia elettrica per uso domestico residenziale, e che non sono titolari di altra utenza residenziale nell’anno di attivazione, devono presentare la dichiarazione sostitutiva entro la fine del mese successivo alla data di avvio della fornitura per avere effetto a partire dalla stessa data e fino al 31 dicembre dell’anno in corso.

Dove trovare il modello – Il modello di dichiarazione sostitutiva è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate, www.agenziaentrate.it, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, www.finanze.it, e della Rai, www.canone.rai.it.

Jobs act. La procedura verrà introdotta per contrastare l’impiego solo a fronte di controlli. Obbligo di comunicazione prima di utilizzare i voucher.

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Il Ministero del Lavoro apre ufficialmente il cantiere dei decreti correttivi al Jobs act: con il primo di questi provvedimenti, che potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri tra fine maggio – primi di giugno, scatterà l’annunciata “stretta” sui voucher.

I “buoni” per le prestazioni di lavoro accessorio saranno resi pienamente tracciabili: le imprese che li utilizzeranno, ha annunciato ieri il dicastero guidato da Giuliano Poletti, dovranno comunicare preventivamente, in modalità telematica, nominativo e codice fiscale del lavoratore per il quale verranno utilizzati, insieme con l’indicazione precisa di data e luogo in cui si svolgerà la prestazione lavorativa e la sua durata. Si introduce, insomma, una modalità di controllo analoga a quella già in essere per il “lavoro a chiamata”, senza toccare, però, i limiti di compenso annui di questi strumenti (7mila euro, con tetto di 2mila per ciascun committente) per salvaguardare, viene spiegato, «il valore positivo» dei voucher.

L’obiettivo è contrastare l’utilizzo illegale ed elusivo dei buoni che, secondo il ministero, consiste principalmente nell’acquistarli ma usarli solo in caso di controlli (nel 2015 ne sono stati venduti 114,9 milioni, ma ne sono stati riscossi 88,1 milioni e una parte è stata restituita e rimborsata) oppure di impiegare i lavoratori per più tempo rispetto a quello dichiarato.

In base ai dati contenuti nel report realizzato da ministero e Inps e diffuso ieri non si può affermare in linea generale che i voucher costituiscono una sostituzione di contratti preesistenti, dato che solo il 10% degli utilizzatori ha avuto rapporti di lavoro con lo stesso datore nei sei mesi precedenti. A questo riguardo, però, il ministero evidenzia che l’ingente acquisto di voucher «da parte di soggetti che operano nel settore delle manifestazioni sportive e culturali si può spiegare come il risultato di un uso ormai consolidato del lavoro accessorio» nell’ambito di eventi sportivi, sociali e culturali che hanno un’effettiva natura occasionale, mentre per quanto concerne turismo, commercio e servizi è necessario un approfondimento per verificare eventuali utilizzi irregolari e “sommersione” di rapporti di lavoro in precedenza regolamentati da forme contrattuali tipiche.

Quanto agli importi incassati, il 92% dei lavoratori nel 2015 non ha percepito più di 2mila euro, contrariamente all’ipotesi per cui l’innalzamento del tetto a 7mila euro avrebbe fatto diventare il lavoro accessorio l’unica fonte di reddito per molte persone.

Tornando ai “correttivi” ai decreti attuativi del Jobs act, si apprende che i provvedimenti saranno più di uno, e, come da legge delega, potranno essere varati entro un anno dall’entrata in vigore del singolo D. lgs. che si punta a rivedere. In base a questo criterio sarebbero pertanto scaduti (lo scorso 7 marzo) i termini per modificare i primi due D. lgs., quello sui nuovi sussidi di disoccupazione e sulle tutele crescenti. Su quest’ultimo provvedimento rimane così appesa la modifica all’articolo 6, relativo all’offerta conciliativa in caso di licenziamento. L’attuale versione del D. lgs. indica 60 giorni per fare (e accettare) l’offerta. Può capitare però che l’azienda faccia l’offerta al 50esimo giorno, e così il rischio è di non avere i tempi materiali utili per procedere all’accettazione da parte del lavoratore, che comunque deve avvenire in una sede “protetta” (sindacato o direzione territoriale del lavoro). Ebbene, per risolvere questo problema, l’Esecutivo aveva in mente di precisare che entro i 60 giorni è sufficiente solo «inviare» la lettera d’offerta. L’interessato avrà poi 30 giorni per accettarla. Ma la scadenza del termine (per inerzie varie) per correggere il D. lgs. 23/2015 potrebbe chiudere la porta a questo correttivo (utile per le aziende).

Una riunione tra i tecnici di palazzo Chigi e ministero del Lavoro sui decreti correttivi è in calendario subito dopo Pasqua. Tra le modifiche in corso d’approfondimento, ce ne è una sul D. lgs. 150/2015 per far rientrare tutto il coordinamento sul tema «formazione» tra le competenze dell’Anpal (sottraendolo al ministero del Lavoro). Si sta valutando anche un chiarimento alla legge delega 183/2014 in materia di dimissioni e risoluzioni consensuali per assicurare certezza della cessazione del rapporto (valorizzando il comportamento concludente del lavoratore). Una richiesta su cui preme da tempo Confindustria, la quale ricorda come in caso di risoluzione “incerta” del rapporto di impiego le imprese siano costrette ad attivare il licenziamento, che comporta un aggravio di costi (ed espone le aziende a contenziosi).

Il nuovo istituto della negoziazione assistita

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Il nuovo istituto della negoziazione assistita, ispirato all’analogo modello francese, ha trovato ingresso nell’ordinamento giuridico italiano con il recente “decreto giustizia” (d.l. n. 132/2014, convertito nella l. n. 162/2014), finalizzato a dettare “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile”.

Unitamente al trasferimento in sede arbitrale dei procedimenti pendenti, la nuova procedura di negoziazione assistita mira, nelle intenzioni della riforma, a portare fuori i contenziosi dalle aule dei tribunali, bloccando a monte l’afflusso dei processi costituendo un’alternativa stragiudiziale all’ordinaria risoluzione dei conflitti.

Il d.l. n. 132/2014 dedica alla disciplina della negoziazione assistita l’intero capo II rubricato, appunto “Procedura di negoziazione assistita da uno o più avvocati”, che acquisterà piena efficacia decorsi 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione (a partire, quindi, dal 9 febbraio 2015).

 La convenzione di negoziazione

La negoziazione assistita consiste nell’accordo (c.d. convenzione di negoziazione) tramite il quale le parti in lite convengono “di cooperare in buona fede e lealtà”, al fine di risolvere in via amichevole una controversia, tramite l’assistenza di avvocati, regolarmente iscritti all’albo ovvero facenti parte dell’avvocatura per le pubbliche amministrazioni.

La convenzione deve contenere, a norma dell’art. 2 del d.l. n. 132/2014, sia il termine concordato dalle parti per l’espletamento della procedura, che non può essere inferiore a un mese e superiore a tre (salvo proroga di 30 giorni su richiesta concorde delle parti), sia l’oggetto della controversia, che non può, come dispone expressis verbis la norma, riguardare né i diritti indisponibili né materie di lavoro.

La convenzione deve essere redatta, a pena di nullità, in forma scritta e deve essere conclusa con l’assistenza di uno o più avvocati, i quali certificano l’autografia delle sottoscrizioni apposte all’accordo sotto la propria responsabilità professionale.

Il procedimento

L’iter procedimentale delineato dal legislatore d’urgenza comincia con l’informativa da parte dell’avvocato al proprio cliente della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita.

La parte che sceglie di affidarsi alla nuova procedura invia alla controparte, tramite il proprio legale, invito a stipulare la convenzione di negoziazione. Tale invito deve essere debitamente sottoscritto e indicare l’oggetto della controversia e l’avvertimento che in caso di mancata risposta entro trenta giorni o di rifiuto ciò costituirà motivo di valutazione da parte del giudice ai fini dell’addebito delle spese di giudizio, della condanna al risarcimento per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. e di esecuzione provvisoria ex art. 642 c.p.c.

Altro effetto principale, decorrente dalla comunicazione dell’invito, è quello di interrompere il decorso della prescrizione (analogamente all’ordinaria domanda giudiziale) e la decadenza; quest’ultima però è impedita per una sola volta e, in caso di rifiuto, mancata accettazione dell’invito o mancato accordo, da questo momento ricomincia a decorrere il termine per la proposizione della domanda giudiziale.

Se l’invito è accettato, si perviene allo svolgimento della negoziazione vera e propria, la quale può avere esito positivo o negativo. In quest’ultimo caso, gli avvocati designati dovranno redigere la dichiarazione di mancato accordo. Nel primo caso, invece, quando l’accordo è raggiunto, lo stesso deve essere sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che le assistono che certificano sia l’autografia delle firme che la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

L’accordo costituisce titolo esecutivo e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale e deve essere integralmente trascritto nel precetto ai sensi dell’art. 480, 2° comma, c.p.c.

La negoziazione obbligatoria

Accanto alla negoziazione facoltativa, il legislatore ha previsto anche ipotesi di negoziazione assistita obbligatoria per le azioni riguardanti il risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti e per le domande di pagamento a qualsiasi titolo di somme, purché non eccedenti 50.000 euro e non riguardanti controversie assoggettate alla disciplina della c.d. “mediazione obbligatoria”.

Nei suddetti casi, l’art. 3 del d.l. n. 132/2014 dispone che “l’esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale”.

L’improcedibilità deve essere eccepita, non oltre la prima udienza, dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice. Qualora, la negoziazione assistita sia già iniziata ma non conclusa, il giudice provvederà a fissare l’udienza successiva dopo la scadenza del termine fissato dalle parti per la durata della procedura di negoziazione e indicato nella convenzione stessa. Qualora, invece, la negoziazione non sia ancora stata esperita, il giudice, oltre a provvedere alla fissazione dell’udienza successiva assegna contestualmente alle parti un termine di quindici giorni per la comunicazione dell’invito. Va da sé che se l’invito è seguito da un rifiuto o da una mancata risposta entro trenta giorni dalla ricezione, ovvero quando è decorso il termine per la durata della negoziazione concordato dalle parti, la condizione di procedibilità può considerarsi avverata.

La negoziazione in materia di separazione e divorzio

L’art. 6 del II capo del decreto giustizia è dedicato alla particolare ipotesi di negoziazione assistita in materia di separazione e divorzio. Profondamente modificata in sede di conversione, la disciplina prevede che tramite la convenzione di negoziazione assistita (da almeno un avvocato per parte) i coniugi possano raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio (nei casi di cui all’art. 3, 1° comma, n. 2, lett. b) della l. n. 898/1970), nonché di modifica delle condizioni di separazione o divorzio precedentemente stabilite.

La procedura è applicabile, a seguito delle modifiche apportate in sede di conversione del decreto, sia in assenza che in presenza di figli minori o di figli maggiorenni, incapaci, portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.

Nel primo caso, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è sottoposto al vaglio del procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, se non ravvisa irregolarità comunica il nullaosta agli avvocati.

Nel secondo caso, invece, il pm, cui va trasmesso l’accordo concluso entro 10 giorni, lo autorizza solo se lo stesso è rispondente all’interesse dei figli. Qualora, al contrario, il procuratore ritenga che l’accordo non corrisponda agli interessi della prole, lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, il quale, nel termine massimo di trenta giorni, dispone la comparizione delle parti, provvedendo senza ritardo.

Una volta autorizzato, l’accordo, nel quale gli avvocati devono dare atto di aver esperito il tentativo di conciliazione tra le parti informandole della possibilità di ricorrere alla mediazione familiare, è equiparato ai provvedimenti giudiziali che definiscono gli analoghi procedimenti in materia.

Dopo la sottoscrizione della convenzione di negoziazione, il legale della parte ha l’obbligo di trasmetterne copia autenticata munita delle relative certificazioni, entro 10 giorni, a pena di sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 a 10.000 euro, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto per tutti gli adempimenti successivi necessari (trascrizione nei registri di stato civile; annotazioni sull’atto di matrimonio e di nascita; comunicazione all’ufficio anagrafe).

Il ruolo degli avvocati

Il nuovo istituto assegna un ruolo determinante agli avvocati, ai quali vengono conferiti determinati poteri e attribuiti una serie di obblighi cui attenersi scrupolosamente al fine di non incorrere in illeciti deontologici e disciplinari.

Oltre all’obbligatorietà dell’assistenza “di uno o più legali” (ex art. 2, comma 5, d.l. n. 132/2014), elemento cardine della stessa negoziazione, agli avvocati vengono attribuiti, infatti, poteri di autentica e di certificazione delle sottoscrizioni autografe delle parti, della dichiarazione di mancato accordo, nonché della conformità della convenzione alle norme imperative e all’ordine pubblico.

Più pregnanti gli obblighi, previsti sia dall’art. 2, comma 7, il quale dispone che “è dovere deontologico per gli avvocati informare il cliente all’atto del conferimento dell’incarico della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita”, sia dall’art. 9 (rubricato, appunto, “Obblighi dei difensori e tutela della riservatezza”) che fissa esplicitamente il dovere per gli avvocati (oltre che per le parti) di comportarsi secondo lealtà e di tenere riservate le informazioni ricevute nel corso della procedura, non potendole utilizzare nell’eventuale giudizio avente (in tutto o in parte) il medesimo oggetto, né potendo le stesse costituire oggetto di deposizione da parte dei difensori.

La violazione delle prescrizioni costituisce illecito disciplinare, mentre costituisce illecito deontologico per l’avvocato impugnare un accordo alla cui redazione ha partecipato.

Non da ultimo, si segnalano gli obblighi procedurali di cui all’art. 11 (secondo il quale, i difensori sono tenuti a trasmettere, a fini di raccolta dati e monitoraggio, copia dell’accordo raggiunto a seguito di negoziazione al proprio Consiglio dell’ordine ovvero a quello del luogo dove l’accordo stesso è stato concluso), nonché soprattutto quelli di cui all’art. 6, comma 4, che obbliga l’avvocato della parte a trasmettere entro 10 giorni la copia dell’accordo di negoziazione in materia di separazione e divorzio all’ufficiale dello stato civile del Comune, a pena di sanzione amministrativa pecuniaria variabile da 2.000 a 10.000 euro.

Con la nuova pratica telematica, per il lavoratore è facile sbagliare il calcolo del periodo finale di permanenza in azienda. Dimissioni, preavviso da quantificare.

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A pochi giorni dall’avvio della nuova procedura telematica, divenuta obbligatoria il 12 marzo, la comunicazione delle dimissioni e della risoluzione consensuale genera errori e incertezze.

Era purtroppo prevedibile che questo sistema così formale avrebbe comportato difficoltà, in quanto in una fase delicata del rapporto di lavoro, come quella della cessazione, il lavoratore sebbene dimissionario è solito cercare aiuto e supporto nell’azienda, soprattutto al fine di individuare la corretta decorrenza della cessazione e cioè la fine del periodo di preavviso.

È infatti proprio il preavviso l’elemento che genera una delle principali difficoltà, considerato che si tratta di un istituto di per sé non facile da gestire, sia perché i Ccnl fissano discipline differenziate, sia perché è spesso influenzato da accordi assunti con l’azienda per non lavorarlo, o lavorarlo in parte.

È già successo che il dipendente, accedendo autonomamente alla nuova procedura senza conoscere la specifica disciplina contrattuale che fa decorrere il preavviso dalla metà del mese o dall’inizio di quello successivo, abbia individuato una data di decorrenza delle dimissioni diversa da quella effettivamente voluta, e che quindi abbia dovuto azzerare il tutto con una comunicazione di revoca, a cui seguirà una nuova comunicazione di dimissione.

Può accadere inoltre che l’azienda, una volta ricevuta via mail la comunicazione formale nella quale il dipendente ha indicato una data di decorrenza delle dimissioni comprensiva del preavviso contrattualmente previsto, decida di esonerare, in tutto o in parte il lavoratore dal preavviso, salvo l’obbligo di corrispondergli la relativa indennità sostitutiva. In tutti questi casi, pertanto, la data effettiva di cessazione del rapporto di lavoro, cioè quella da cui decorre il termine di 5 giorni per effettuare la comunicazione obbligatoria al centro per l’impiego, non coinciderà con la data di decorrenza delle dimissioni quale comunicata telematicamente dal lavoratore.

Queste problematiche discendono dal fatto che la procedura telematica non ha una semplice funzione di convalida delle dimissioni eventualmente già presentate in modo informale, così come avveniva secondo la precedente disciplina prevista dalla legge Fornero, ma rappresenta la nuova e unica modalità con cui le dimissioni e la risoluzione consensuale devono essere formalmente comunicate al datore di lavoro.

Questo è quanto si evince dal testo della norma di legge nonché dalla successiva circolare ministeriale del 4 marzo, ma anche dalla risposta fornita a un quesito inviato al ministero tramite la casella di posta elettronica dedicata al nuovo adempimento (dimissionivolontarie@lavoro.gov.it).

Solo che la procedura creata non sembra perfettamente in linea con i principi espressi nella legge delega 183/2014, secondo cui, «in un’ottica di semplificazione» sarebbe dovuta essere garantita la certezza della cessazione, anche attraverso comportamenti concludenti. La nuova disciplina invece non sembra aver preso in considerazione il caso in cui il dipendente, sebbene nei fatti dimissionario, abbia omesso di seguire la procedura informatica (caso espressamente contemplato nella previgente regolamentazione della Fornero).

Per evitare tutte queste incertezze su un elemento importante come la data effettiva di chiusura del rapporto di lavoro, sarebbe utile un chiarimento ministeriale dedicato alla gestione del preavviso (attraverso un’esemplificazione delle diverse casistiche che potrebbero presentarsi), nonché alle conseguenze in caso di omessa effettuazione della procedura da parte del dimissionario.

Divorzio breve: la legge in Gazzetta Ufficiale

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E’ stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale 11 maggio 2015, n. 107 la cosiddetta legge sul Divorzio breve (Legge 6 maggio 2015, n. 55), che interviene sulla disciplina della separazione e del divorzio, riducendo i tempi per la domanda di divorzio, fino a questo momento fissati dal legislatore in tre anni dalla avvenuta separazione giudiziale o consensuale tra i coniugi.

L’intervento legislativo completa il quadro delle misure acceleratorie in materia di divorzio e di separazione, recentemente introdotte dalla legge 10 novembre 2014, n. 162 di conversione in legge del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132 – recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile – che ha previsto la possibilità di bypassare il procedimento di fronte al tribunale mediante la negoziazione assistita da avvocati e gli accordi di separazione e divorzio conclusi davanti all’ufficiale dello stato civile.

Con la riforma, si è voluto ridurre lo spatium deliberandi per un’eventuale riconciliazione o ripensamento, ma non è stato compiuto il passo, più deciso, quello di eliminare la fase della separazione per giungere fin da subito allo scioglimento del vincolo matrimoniale.

La legge interviene con soli tre articoli che apportano i seguenti cambiamenti.

  • Anticipazione della domanda di divorzio

L’art. 1 della nuova legge va a modificare l’art. 3 comma 1 lett. b n. 2 della legge n. 898/1970 che disciplina i casi di scioglimento del matrimonio.

Nelle separazioni giudiziali: si riduce da tre anni a dodici mesi la durata minima del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che legittima la domanda di divorzio; il termine decorre – come attualmente previsto – dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Nelle separazioni consensuali, anche in caso di trasformazione da giudiziale in consensuale: si riduce a sei mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio; il termine decorre analogamente dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale. I sei mesi decorrono inoltre, pur non essendo specificato nel testo di legge, dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da avvocati ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

Nella prima versione del disegno di legge inviata dalla Camera all’esame del Senato, era stato previsto che se, al momento della proposizione della domanda di divorzio, fosse stata ancora pendente la causa di separazione, in relazione alle domande accessorie come il mantenimento, la causa di divorzio doveva essere assegnata allo stesso giudice della separazione personale. L’inciso è stato soppresso.

Inoltre, il Senato ha eliminato la disposizione che prevedeva espressamente l’ultrattività – ovvero la conservazione dell’efficacia anche dopo l’estinzione del processo fino a che non sia sostituita da altro provvedimento – dell’ordinanza presidenziale, con la quale si adottano i provvedimenti provvisori e urgenti, anche in relazione al ricorso per la cessazione degli effetti civili o per lo scioglimento del matrimonio. Attualmente l’art. 189 disp. att. c.p.c. lo prevede per il procedimento di separazione personale.

Il grande nodo della riforma ha riguardato la possibilità di eliminare il passaggio obbligato della separazione e arrivare direttamente al divorzio.

La Commissione giustizia del Senato aveva proposto l’aggiunta di un altro comma all’art. 1 del disegno di legge che prevedeva l’inserimento di un nuovo articolo 3 bis della legge n. 898/1970, tramite il quale si dava libero accesso alla domanda di divorzio anche in assenza di separazione legale. Il così detto Divorzio diretto sarebbe stato possibile soltanto per le coppie senza figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai ventisei anni economicamente non autosufficienti, mediante un ricorso congiunto presentato esclusivamente all’autorità giudiziaria competente.

Tuttavia in Aula la disposizione non è passata, è stata stralciata dal testo poi tornato all’altro ramo del Parlamento, ed è diventato un autonomo disegno di legge (il n. 1504 bis) ancora pendente con un proprio iter.

  • Scioglimento anticipato della comunione legale

La seconda novità riguarda lo scioglimento anticipato della comunione legale.

L’art. 2 modifica l’art. 191 c.c. inserendo un’ulteriore comma che prevede lo scioglimento della comunione legale: in caso di separazione giudiziale, nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, in caso di separazione consensuale, dalla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione dei coniugi dinanzi al presidente, purché successivamente omologato.

Fino ad oggi la comunione legale si scioglieva con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale o del decreto di omologa della separazione consensuale.

Lo scioglimento ha efficacia ex nunc, quindi non retroagisce fino al momento della domanda di separazione personale. Ciò comportava molteplici conseguenze di ordine negativo. In primo luogo il rischio che il patrimonio comune rimanesse immobilizzato, almeno per tutta la durata del giudizio di 1° grado per la separazione giudiziale, se non addirittura per altri due gradi di giudizio.

Gli acquisti compiuti da un solo coniuge in questo lasso di tempo potevano cadere in comunione, anche se i coniugi ormai non coabitavano più ed era venuta meno la comunione morale e spirituale che li univa, ed era, infine, possibile per un coniuge disporre dei beni comuni sottraendo sostanze al patrimonio familiare.

La Cassazione aveva riconosciuto la possibilità di avanzare la domanda di divisione anche se non fosse ancora formato il giudicato sulla sentenza di separazione, purché questo requisito sussistesse al momento della pronuncia di divisione (Cass. Civ. n. 4757/2010).

In presenza di una sentenza parziale, che pronunciava soltanto sullo lo status dei coniugi mentre il giudizio proseguiva su altri aspetti economici o relativi ai figli, era possibile avviare il giudizio di divisione anche durante la fase del procedimento di separazione personale.

La modifica legislativa consente pertanto di definire fin da subito i rapporti patrimoniali tra coniugi in regime di comunione legale.

Lo stesso articolo della legge di riforma aggiunge una previsione di natura procedurale secondo cui l’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione sull’atto di matrimonio.

  • Applicazione della nuova legge ai procedimenti in corso

L’art. 3 della legge, infine, disciplina la fase transitoria. Le nuove previsioni sulla riduzione dei tempi di proposizione della domanda di divorzio e di anticipazione dello scioglimento della comunione legale, si applicano alle domande di divorzio proposte dopo l’entrata in vigore della legge, anche quando sia pendente a tale data il procedimento di separazione personale che è presupposto della domanda.

LEGGE 6 maggio 2015, n. 55 – Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché’ di comunione tra i coniugi. – (GU n. 107 del 11-5-2015) – Vigente al: 26-5-2015

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

Il Presidente della Repubblica promulga la seguente legge:

Art. 1: 1. Al secondo capoverso della lettera b), del numero 2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, le parole: « tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».

Art. 2: 1. All’articolo 191 del codice civile, dopo il primo comma e’ inserito il seguente:

«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione».

Art. 3: 1. Le disposizioni di cui agli articoli 1 e 2 si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima data.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015.

MATTARELLA

Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri

Visto, il Guardasigilli: Orlando.

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