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Divorzio, è rivoluzione: per l’assegno di mantenimento

POSTED ON maggio 11th  - POSTED IN Senza categoria

Divorzio, è rivoluzione: per l’assegno di mantenimento
Non conta più il tenore di vita matrimoniale ma l’autosufficienza.
Cambio radicale sull’assegno di divorzio che fino a oggi, con 30 anni di indirizzo costante, era collegato nella sua entità .
Al parametro del «tenore di vita matrimoniale», una pietra miliare che da oggi va in soffitta e lascia il posto a un «parametro di spettanza» basato sulla valutazione dell’indipendenza o dell’autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede.
La Cassazione ha rivoluzionato il diritto di famiglia in tema di riconoscimento dell’assegno divorzile e dei criteri per la sua quantificazione.
La Cassazione ha cambiato il criterio per riconoscere l’assegno al coniuge economicamente più debole e ha ritenuto che non sia più possibile valutare come parametro il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio.
Secondo i giudici, infatti, l’assegno divorzile può essere riconosciuto soltanto se chi lo richiede dimostri di non poter procurarsi i mezzi economici sufficienti al proprio mantenimento.
Viene spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Si tratta quindi di un terremoto giurisprudenziale in linea con gli orientamenti degli altri Paesi europei nei quali l’assegno divorzile dipende essenzialmente dai patti prematrimoniali.
Il matrimonio, ha stabilito la Cassazione, non è più la «sistemazione definitiva»:
sposarsi, scrive la Corte, è un «atto di libertà e auto responsabilità’». La sentenza è stata depositata ieri, mercoledì 10 maggio 2017, dalla Cassazione e riguarda il divorzio tra Vittorio Grilli, ex ministro all’economia del governo Monti e l’ex moglie, una imprenditrice americana; i supremi giudici hanno respinto il ricorso con il quale la donna chiedeva l’assegno di divorzio già negatole con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014 che aveva ritenuto incompleta la sua documentazione dei redditi e valutato che l’ex marito dopo la fine del matrimonio aveva subito una «contrazione» dei redditi. Ad avviso della Cassazione, la decisione milanese deve essere corretta in motivazione perché a far perdere il diritto all’assegno alla ex moglie non è il fatto che si suppone abbia redditi adeguati, ma la circostanza che i tempi ormai sono cambiati e occorre «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come `sistemazione definitiva´» perché è «ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di auto responsabilità’, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile». «Si deve quindi ritenere – afferma la Cassazione – che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale».
Con la sentenza di divorzio, osserva la prima sezione civile, «il rapporto matrimoniale si estingue non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo, sia pure limitatamente alla dimensione economica del ‘tenore di vita matrimoniale’ in una indebita prospettiva di ‘ultrattività’ del vincolo matrimoniale”. Dunque, secondo i supremi giudici, va individuato un «parametro diverso» nel «raggiungimento dell’indipendenza economica» di chi ha richiesto l’assegno divorzile: «Se è accertato che – si legge nella sentenza depositata oggi – è economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto tale diritto». I principali indici che la Cassazione individua per valutare l’indipendenza economica di un ex coniuge sono il «possesso» di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare, le «capacità e possibilità effettive» di lavoro personale e «la stabile disponibilità» di un’abitazione.

ex marito ha diritto al mantenimento dopo il naufragio delle nozze

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ex marito ha diritto al mantenimento dopo il naufragio delle nozze.

Cassazione Civile, sez. I, sentenza 10 01 2017 n. 275
A esplicitarlo è la Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 10 gennaio 2017, n. 275; la predetta pronuncia, nel richiamare l’art. 5 della Legge Divorzio (Legge 1° dicembre 1970, n. 898), precisa che tale tipo di supporto economico periodico può essere disposto anche in favore dell’ex marito, qualora costui “non abbia redditi adeguati e non sia in grado di procurarseli per ragioni oggettive”.
Con la prefata statuizione, la Suprema Corte tiene a precisare che totalmente irrilevante sul punto, è la durata del matrimonio, che nel caso di specie era sopravvissuto a due soli inverni.
Invero, errava il Giudice di prime cure, così come la Corte di merito, nel ritenere la scarna durata delle nozze fatto idoneo ad elidere il diritto al mantenimento dell’ex consorte.
Invero, specifica la Sentenza, il dato temporale della durata del rapporto di coniugio acquista rilievo solo in relazione alla quantificazione dell’assegno stesso, e non al diritto alla sua corresponsione.
Ovviamente, corre l’obbligo di precisare che il vaglio della richiesta segue, come d’abitudine, il criterio dell’accertamento dell’inadeguatezza dei redditi dell’ex marito.
Pare dunque opportuno riflettere a lungo prima di sposare un… bello ma povero! READ MORE →    0   671   0

Quali tipologie di danno sono configurabili nel caso di offese sui social?

POSTED ON maggio 9th  - POSTED IN web

Quali tipologie di danno sono configurabili nel caso di offese sui social?
A seguito dell’evoluzione della Rete e dell’avvento del web 2.0 (ma ormai con l’Internet Of Things siamo vicini al web 3.0) bisogna ammettere che i contenuti creati dagli utenti e resi pubblici attraverso il mezzo telematico, costituiscono un potenziale veicolo di violazioni degli interessi di terzi e in questo senso una minaccia per diritti quali l’immagine, l’onore e la reputazione, nonché la riservatezza. Particolare rilevanza assume, tra le varie tipologie di danno patrimoniale e non patrimoniale, il danno all’immagine che spesso è conseguenza di specifiche fattispecie di diffamazione.

la vendita prima del quinquennio dell’acquisto l’immobile genera plusvalenza

POSTED ON maggio 8th  - POSTED IN Studio Legale

La vendita prima del quinquennio dall’acquisto l’immobile genera plusvalenza anche se in parte è prima casa
qualora venga venduto un immobile prima del decorso quinquennio (acquistato da meno di 5 anni da parte di un soggetto Irpef), che sia destinato per una sua porzione ad abitazione principale del venditore e che, per altra sua porzione, sia locato a terzi, la parte di prezzo proporzionalmente relativa a quest’ultima porzione genera plusvalenza, ove vi sia una differenza positiva tra il valore d’acquisto e il prezzo di vendita. In altre parole, non può il contribuente pretendere (come è in effetti accaduto nel caso di specie) di considerare l’intera plusvalenza non imponibile per il fatto che una porzione dell’immobile è adibita a sua abitazione principale; se si comporta in questo modo, incorre nel reato di dichiarazione infedele qualora vi sia il superamento della soglia di punibilità dell’articolo 4 del decreto legislativo 74/2000. È quanto stabilito dalla Cassazione penale nella sentenza n. 37169 del 7 settembre. In base all’articolo 67, comma 1, lettera b del Tuir, sono da qualificarsi «redditi diversi» (se non conseguiti come reddito d’impresa) e imponibili a Irpef, le plusvalenze realizzate con cessione a titolo oneroso di beni immobili acquistati o costruiti da non più di cinque anni, ma fatta esclusione:
per quelli acquisiti per successione ereditaria;
per le unità immobiliari urbane che, per la maggior parte del periodo intercorso tra l’acquisto (o la loro costruzione) e la cessione, sono state adibite ad abitazione principale del cedente o dei suoi familiari.
Si pone dunque il problema, che la norma non tratta esplicitamente, dell’uso “promiscuo” di un dato bene immobile, come è accaduto nella concreta fattispecie esaminata dalla Cassazione penale nella sentenza n. 37169, in cui un immobile, comprato nel 2004, venne poi venuto nel 2007, essendo stato utilizzato solo in parte da un familiare del proprietario ed essendo stato locato a terzi per la restante parte. Il dubbio è dunque il seguente: l’uso abitativo solamente parziale “assorbe” l’uso non abitativo, di modo che la plusvalenza generata in sede di vendita beneficia in toto dell’esenzione da imponibilità derivante appunto dall’uso abitativo? oppure, la plusvalenza deve essere invece ripartita in due quote, una (non imponibile a Irpef) riferita alla porzione dell’immobile destinata ad abitazione del contribuente o di un suo familiare, e l’altra (imponibile) riferita alla porzione dell’immobile destinata ad abitazione di soggetti diversi dal contribuente o di suoi familiari ? In effetti, vi sarebbe poi anche l’eventualità di una terza tesi, e cioè che la parziale destinazione dell’immobile a uso abitativo di soggetti diversi dal contribuente o da suoi familiari faccia assumere la natura imponibile all’intera plusvalenza realizzata con la vendita dell’immobile in questione.
Secondo la Suprema corte, dunque, la norma di cui all’articolo 67, comma 1, lettera b), Tuir, deve essere interpretata nel senso che si deve spacchettare la plusvalenza, riferendola proporzionalmente:
in parte alla porzione dell’immobile abitata dal contribuente (o da suoi familiari); e:
in parte all a porzione dell’immobile abitata dai locatari del contribuente.
Ragionare in senso contrario (e cioè nel senso della totale irrilevanza della plusvalenza, ritenendo assorbente il fatto che anche una sola porzione dell’immobile sia adibita ad abitazione del contribuente o di suoi familiari) significherebbe, secondo i giudici di legittimità, sconfessare l’intenzione del legislatore che, nel dettare la norma in commento, ha evidentemente voluto sottrarre a imposizione la sola plusvalenza realizzata dal soggetto Irpef il quale adibisca a propria abitazione, per la maggior parte del tempo intercorrente tra l’acquisto e la vendita, l’immobile venduto prima del decorso di un quinquennio dalla data del suo acquisto.
In sostanza, la norma va letta nel senso che, nel caso di uso promiscuo dell’immobile, la parte abitata da terzi produce plusvalenza imponibile. Evidentemente, la tesi accolta dalla Cassazione esclude in modo implicito che si possa dare rilevanza a una tesi per la quale l’intera plusvalenza, nel caso di beni locati in parte a terzi (e in parte adibiti ad abitazione principale del contribuente), sia imponibile a Irpef.

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