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Biotestamento, legge sul fine vita approvata definitivamente dal Parlamento

POSTED ON febbraio 20th  - POSTED IN Senza categoria

Biotestamento,  legge sul fine vita approvata definitivamente dal Parlamento

Cos’è il consenso informato, cosa sono le “Dat”, cosa si prevede per i minori, la possibilità della revoca: cosa c’è nel testo a cui Palazzo Madama ha dato il via libera definitivo.Approvato dalla Camera il 20 aprile scorso, il disegno di legge sul biotestamento ha ricevuto il via libera definitivo al Senato. Il cuore del provvedimento è l’articolo 3 sulle disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Ecco il testo punto per punto:

IL CONSENSO INFORMATO – Il testo prevede che, nel rispetto della Costituzione, nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. Viene “promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato” e “nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari”.

I MINORI – Per quanto riguarda i minori “il consenso è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore”.

LE DISPOSIZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO – Ogni “persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di un’ eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso “Disposizioni anticipate di trattamento” (Dat), esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali”. Le Dat, sempre revocabili, risultano inoltre vincolanti per il medico e “in conseguenza di ciò – si afferma – è esente da responsabilità civile o penale”. Devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata, con sottoscrizione autenticata da notaio o altro pubblico ufficiale o da un medico dipendente del Servizio sanitario nazionale o convenzionato. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, possono essere espresse attraverso videoregistrazione”. In caso di emergenza o di urgenza, precisa inoltre il ddl, “la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni”.

PIANIFICAZIONE DELLE CURE – Nella relazione tra medico e paziente “rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

L’ITER – Il provvedimento è stato approvato il 20 aprile dalla Camera. Durante l’esame in commissione al Senato sono stati presentati migliaia di emendamenti, 3005 solo in Aula. La presidente della commissione Emilia De Biasi a fine ottobre si è dimessa da relatrice proponendo, per accorciare i tempi di esame, di valutare l’invio in Aula del testo senza relatore.

Danno biologico, via libera alla tabella unica nazionale ma solo per i sinistri.

POSTED ON febbraio 13th  - POSTED IN Senza categoria

Danno biologico, via libera alla tabella unica nazionale ma solo per i sinistri. La novità è introdotta dalla legge sulla concorrenza

Con l’approvazione del Ddl concorrenza finalmente le Tabelle del Tribunale di Milano per il risarcimento del danno alla persona delle vittime della strada in ambito rc auto diventano le tabelle legislative uniche nazionali!
La riforma (comma 17 dell’articolo unico del Ddl) riguarda solo ed esclusivamente l’articolo 138 del codice delle assicurazioni e quindi solo le vittime della strada.
I valori monetari del risarcimento del danno alla persona quindi non subiranno più il rischio di riduzioni e tagli sotto la spinta dell’Ania.
Tabelle uniche monetarie del risarcimento del danno biologico uguali per tutti entro 120 giorni (indicativi e non tassativi) dalla pubblicazione della legge tenendo conto dei “criteri di valutazione del danno non patrimoniale ritenuti congrui dalla consolidata giurisprudenza di legittimità”. Ovvero dalla Suprema Corte di Cassazione!!
Il testo di riforma licenziato dal Senato alla fine non contiene la parola “Milano”, ma rinvia alla interpretazione dei criteri di legittimità e segna la fine dell’applicazione dei valori delle Tabelle del Tribunale di Roma.
E’ utile ricordare al Presidente della Repubblica che firmerà la tabella e prima ancora al Presidente del Consiglio dei Ministri che proporrà la tabella legislativa dei valori monetari per le macrolesioni da 10 a 100 punti di invalidità che, prima con la sentenza n. 12408 del 7 giugno 2011 e poi con la sentenza n. 10263 del 20 maggio 2015, la Corte di Cassazione ha indicato a tutti i tribunali italiani (ed al legislatore) che le tabelle di Milano hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio italiano.
La tabella unica, come precisato al comma 18, si applicherà “ai sinistri e agli eventi verificatisi successivamente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto del Presidente della Repubblica” .
Le tabelle delle menomazioni medico legali e psicologiche di valutazione del danno biologico alla integrità psichica e fisica dovranno parallelamente essere stabilite e proposte dalla Presidenza del CdM ma il ddl non dà a questo proposito alcuna indicazione di riferimento.

E’ da auspicare che la medicina legale italiana e la psicologia tramite le società scientifiche di riferimento ottengano la necessaria attenzione di riferimento per una tabella delle menomazioni che rispetti la evoluzione scientifica dell’ultimo decennio.

Divorzio, è rivoluzione: per l’assegno di mantenimento

POSTED ON maggio 11th  - POSTED IN Senza categoria

Divorzio, è rivoluzione: per l’assegno di mantenimento
Non conta più il tenore di vita matrimoniale ma l’autosufficienza.
Cambio radicale sull’assegno di divorzio che fino a oggi, con 30 anni di indirizzo costante, era collegato nella sua entità .
Al parametro del «tenore di vita matrimoniale», una pietra miliare che da oggi va in soffitta e lascia il posto a un «parametro di spettanza» basato sulla valutazione dell’indipendenza o dell’autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede.
La Cassazione ha rivoluzionato il diritto di famiglia in tema di riconoscimento dell’assegno divorzile e dei criteri per la sua quantificazione.
La Cassazione ha cambiato il criterio per riconoscere l’assegno al coniuge economicamente più debole e ha ritenuto che non sia più possibile valutare come parametro il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio.
Secondo i giudici, infatti, l’assegno divorzile può essere riconosciuto soltanto se chi lo richiede dimostri di non poter procurarsi i mezzi economici sufficienti al proprio mantenimento.
Viene spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Si tratta quindi di un terremoto giurisprudenziale in linea con gli orientamenti degli altri Paesi europei nei quali l’assegno divorzile dipende essenzialmente dai patti prematrimoniali.
Il matrimonio, ha stabilito la Cassazione, non è più la «sistemazione definitiva»:
sposarsi, scrive la Corte, è un «atto di libertà e auto responsabilità’». La sentenza è stata depositata ieri, mercoledì 10 maggio 2017, dalla Cassazione e riguarda il divorzio tra Vittorio Grilli, ex ministro all’economia del governo Monti e l’ex moglie, una imprenditrice americana; i supremi giudici hanno respinto il ricorso con il quale la donna chiedeva l’assegno di divorzio già negatole con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014 che aveva ritenuto incompleta la sua documentazione dei redditi e valutato che l’ex marito dopo la fine del matrimonio aveva subito una «contrazione» dei redditi. Ad avviso della Cassazione, la decisione milanese deve essere corretta in motivazione perché a far perdere il diritto all’assegno alla ex moglie non è il fatto che si suppone abbia redditi adeguati, ma la circostanza che i tempi ormai sono cambiati e occorre «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come `sistemazione definitiva´» perché è «ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di auto responsabilità’, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile». «Si deve quindi ritenere – afferma la Cassazione – che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale».
Con la sentenza di divorzio, osserva la prima sezione civile, «il rapporto matrimoniale si estingue non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo, sia pure limitatamente alla dimensione economica del ‘tenore di vita matrimoniale’ in una indebita prospettiva di ‘ultrattività’ del vincolo matrimoniale”. Dunque, secondo i supremi giudici, va individuato un «parametro diverso» nel «raggiungimento dell’indipendenza economica» di chi ha richiesto l’assegno divorzile: «Se è accertato che – si legge nella sentenza depositata oggi – è economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto tale diritto». I principali indici che la Cassazione individua per valutare l’indipendenza economica di un ex coniuge sono il «possesso» di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare, le «capacità e possibilità effettive» di lavoro personale e «la stabile disponibilità» di un’abitazione.

ex marito ha diritto al mantenimento dopo il naufragio delle nozze

POSTED ON maggio 9th  - POSTED IN Senza categoria

ex marito ha diritto al mantenimento dopo il naufragio delle nozze.

Cassazione Civile, sez. I, sentenza 10 01 2017 n. 275
A esplicitarlo è la Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 10 gennaio 2017, n. 275; la predetta pronuncia, nel richiamare l’art. 5 della Legge Divorzio (Legge 1° dicembre 1970, n. 898), precisa che tale tipo di supporto economico periodico può essere disposto anche in favore dell’ex marito, qualora costui “non abbia redditi adeguati e non sia in grado di procurarseli per ragioni oggettive”.
Con la prefata statuizione, la Suprema Corte tiene a precisare che totalmente irrilevante sul punto, è la durata del matrimonio, che nel caso di specie era sopravvissuto a due soli inverni.
Invero, errava il Giudice di prime cure, così come la Corte di merito, nel ritenere la scarna durata delle nozze fatto idoneo ad elidere il diritto al mantenimento dell’ex consorte.
Invero, specifica la Sentenza, il dato temporale della durata del rapporto di coniugio acquista rilievo solo in relazione alla quantificazione dell’assegno stesso, e non al diritto alla sua corresponsione.
Ovviamente, corre l’obbligo di precisare che il vaglio della richiesta segue, come d’abitudine, il criterio dell’accertamento dell’inadeguatezza dei redditi dell’ex marito.
Pare dunque opportuno riflettere a lungo prima di sposare un… bello ma povero! READ MORE →    0   523   0

Con la nuova pratica telematica, per il lavoratore è facile sbagliare il calcolo del periodo finale di permanenza in azienda. Dimissioni, preavviso da quantificare.

POSTED ON aprile 6th  - POSTED IN Senza categoria

A pochi giorni dall’avvio della nuova procedura telematica, divenuta obbligatoria il 12 marzo, la comunicazione delle dimissioni e della risoluzione consensuale genera errori e incertezze.

Era purtroppo prevedibile che questo sistema così formale avrebbe comportato difficoltà, in quanto in una fase delicata del rapporto di lavoro, come quella della cessazione, il lavoratore sebbene dimissionario è solito cercare aiuto e supporto nell’azienda, soprattutto al fine di individuare la corretta decorrenza della cessazione e cioè la fine del periodo di preavviso.

È infatti proprio il preavviso l’elemento che genera una delle principali difficoltà, considerato che si tratta di un istituto di per sé non facile da gestire, sia perché i Ccnl fissano discipline differenziate, sia perché è spesso influenzato da accordi assunti con l’azienda per non lavorarlo, o lavorarlo in parte.

È già successo che il dipendente, accedendo autonomamente alla nuova procedura senza conoscere la specifica disciplina contrattuale che fa decorrere il preavviso dalla metà del mese o dall’inizio di quello successivo, abbia individuato una data di decorrenza delle dimissioni diversa da quella effettivamente voluta, e che quindi abbia dovuto azzerare il tutto con una comunicazione di revoca, a cui seguirà una nuova comunicazione di dimissione.

Può accadere inoltre che l’azienda, una volta ricevuta via mail la comunicazione formale nella quale il dipendente ha indicato una data di decorrenza delle dimissioni comprensiva del preavviso contrattualmente previsto, decida di esonerare, in tutto o in parte il lavoratore dal preavviso, salvo l’obbligo di corrispondergli la relativa indennità sostitutiva. In tutti questi casi, pertanto, la data effettiva di cessazione del rapporto di lavoro, cioè quella da cui decorre il termine di 5 giorni per effettuare la comunicazione obbligatoria al centro per l’impiego, non coinciderà con la data di decorrenza delle dimissioni quale comunicata telematicamente dal lavoratore.

Queste problematiche discendono dal fatto che la procedura telematica non ha una semplice funzione di convalida delle dimissioni eventualmente già presentate in modo informale, così come avveniva secondo la precedente disciplina prevista dalla legge Fornero, ma rappresenta la nuova e unica modalità con cui le dimissioni e la risoluzione consensuale devono essere formalmente comunicate al datore di lavoro.

Questo è quanto si evince dal testo della norma di legge nonché dalla successiva circolare ministeriale del 4 marzo, ma anche dalla risposta fornita a un quesito inviato al ministero tramite la casella di posta elettronica dedicata al nuovo adempimento (dimissionivolontarie@lavoro.gov.it).

Solo che la procedura creata non sembra perfettamente in linea con i principi espressi nella legge delega 183/2014, secondo cui, «in un’ottica di semplificazione» sarebbe dovuta essere garantita la certezza della cessazione, anche attraverso comportamenti concludenti. La nuova disciplina invece non sembra aver preso in considerazione il caso in cui il dipendente, sebbene nei fatti dimissionario, abbia omesso di seguire la procedura informatica (caso espressamente contemplato nella previgente regolamentazione della Fornero).

Per evitare tutte queste incertezze su un elemento importante come la data effettiva di chiusura del rapporto di lavoro, sarebbe utile un chiarimento ministeriale dedicato alla gestione del preavviso (attraverso un’esemplificazione delle diverse casistiche che potrebbero presentarsi), nonché alle conseguenze in caso di omessa effettuazione della procedura da parte del dimissionario.

La «consecuzione». Tribunale di Monza sull’insolvenza presunta dall’origine. Revocatoria retrodatata prima della procedura.

POSTED ON febbraio 25th  - POSTED IN Senza categoria

In tema di revocatoria fallimentare, la retrodatazione del periodo sospetto al momento di apertura della procedura di concordato preventivo può ritenersi collegata al concetto di consecuzione delle procedure concorsuali. Un concetto ribadito dal Tribunale di Monza nel giudizio di opposizione allo stato passivo promosso da una banca per un credito privilegiato.

Il problema attiene alla retrodatazione degli effetti dell’azione revocatoria nei confronti dell’ipoteca iscritta il 5 agosto 2011, con ammissione al concordato per la società debitrice l’8 maggio 2012, dichiarata fallita il 23 ottobre successivo (sul tema dell’intangibilità dei pagamenti legittimamente eseguiti, si veda l’articolo a sinistra).

La questione nel caso di consecuzione di procedure concorsuali è quella collegata al possibile decorso del periodo sospetto ai fini dell’esperimento dell’azione revocatoria fallimentare dalla data di ammissione alla prima delle procedure concorsuali susseguitesi prima del fallimento. La decisione del Tribunale (decreto del 17 luglio 2014, presidente Paluchowski, relatore Nardecchia) ha sostenuto che il periodo di operatività dell’azione revocatoria (cosiddetto periodo sospetto) sia – nel caso in esame – collegata al concetto, oggi espressamente disciplinato dal legislatore, di consecuzione di procedure, che rappresentano più fasi di un procedimento unitario.

La prospettata riduzione a un unico strumento nella fase iniziale delle varie procedure esistenti, con la creazione di un unico «procedimento di accertamento giudiziale della crisi e dell’insolvenza» è principio generale della legge delega per la riforma delle procedure concorsuali. Le linee tracciate nel disegno di legge individuano, dunque, un’unica sede procedimentale, globalmente destinata all’esame delle situazioni di crisi o insolvenza.

La giurisprudenza negli ultimi anni si è evoluta in tal senso, anticipando la volontà di prevedere il necessario coordinamento tra le procedure. A tal fine, la sentenza di fallimento può contenere un accertamento, con valenza di giudicato nel successivo giudizio revocatorio, del fatto che il debitore si trovasse in stato di insolvenza al momento della pronuncia del decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

In assenza di tale accertamento, qualora al concordato preventivo segua il fallimento, è possibile legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza; stato comprovato ex post dalla sopravvivenza del fallimento. Pertanto, qualora al concordato preventivo faccia seguito il fallimento, si può legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza, facendo conseguire la possibilità di retroagire il momento iniziale per il computo del periodo sospetto, ai fini dell’esperibilità di azione revocatoria, alla data di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

Nel decisum in esame, la banca aveva chiesto ed ottenuto l’assenso all’iscrizione di ipoteca volontaria per l’intero credito e la debitrice, su accordo delle parti, si era impegnata a restituire il decreto ingiuntivo.

L’istituto di credito, preso atto del mancato pagamento di alcune rate, aveva azionato l’accordo richiedendo un decreto ingiuntivo per l’intero importo e non per la differenza scoperta dal precedente titolo esecutivo. Pertanto, il Tribunale ha rigettato l’opposizione, ritenendo che l’ipoteca rilasciata in esecuzione della predetta scrittura garantisse crediti non ancora scaduti, con conseguente applicabilità della revocatoria.

Si comprendono così alcuni dei motivi che hanno indotto il ministro della Giustizia a istituire la Commissione Rordorf, il cui scopo è stato quello di tentare di trovare, attraverso lo strumento della legge delega, un momento di organicità. E di tracciare alcune linee sistematiche di una normativa concorsuale, troppe volte emendata nel tempo e proveniente da istanze diverse.

Limiti al contante stretti

POSTED ON febbraio 5th  - POSTED IN Senza categoria

Le operazioni in contante sono da considerarsi artificiosamente frazionate sebbene annotate in contabilità quanto sono attuate nello stesso giorno o in giorni immediatamente successivi. In tal caso infatti si guarda alla considerazione complessiva del valore da trasferire. La Corte di cassazione con la sentenza 1080/2016 interviene sulla disciplina antiriciclaggio e conferma le sanzioni amministrative a soggetti che hanno compiuto trasferimenti in contante oltre la soglia all’epoca dei fatti superiore ai 12.500 euro. I giudici infatti ricordano che il divieto posto dalla normativa antiriciclaggio, diretto a impedire il trasferimento di denaro contante e titoli al portatore per importi superiori a 12.500 euro, senza il tramite di intermediari abilitati, pone riferimento al valore dell’intera operazione economia alla quale il trasferimento sia funzionale e si applica anche quanto il trasferimento si sia realizzato mediante il compimento di varie operazioni ciascuna di valore inferiore o pari al massimo consentito. Le operazioni poste in essere erano state molteplici e di entità inferiore al limite, fissato all’epoca dei fatti in lire 20 milioni. Per i giudici sono da considerare artificiosamente frazionate (in quanto spesso attuate nello stesso giorno o in giorni immediatamente successivi), soddisfa l’esigenza normativa di una considerazione complessiva del valore da trasferire. «Siffatta esigenza», si legge nella sentenza, «nascente dalla ratio della norma, di rendere trasparenti le transazioni finanziarie aventi maggior rilevanza economica», continuano i giudici, «di rendere trasparenti le transazioni finanziarie aventi maggior rilevanza economica, neppure trova eccezione nella circostanza che i singoli pagamenti siano comunque riportati nelle scritture contabili, né in consuetudini commerciali dovute al collegamento economico esistente tra imprese gestite da società del medesimo gruppo», in quanto soggetti dotati di autonoma personalità giuridica.

Il parcheggio resta condominiale

POSTED ON febbraio 5th  - POSTED IN Senza categoria

Sui parcheggi condominiali non si transige. E anche se sono passati molti anni dalla vendita abusiva il maltolto va restituito ai condòmini.

La sentenza della Cassazione 2236/2016, depositata ieri, ha ripercorso una complessa vicenda nata nel 1987. Quasi trent’anni per restituire uno spazio destinato a posti auto. Due condòmini avevano citato l’acquirente dell’area contesa perché, a loro dire, il venditore (costruttore dello stabile) aveva violato il vincolo pubblico di destinazione relativo a un’area di parcheggio per autovetture nel piano cantinato del condominio, riservandosela in proprietà.

La Corte d’appello aveva dato torto all’acquirente e restituito l’area, accertandone il diritto d’uso in capo ai due condòmini ricorrenti, osservando che dal vincolo di legge discende automaticamente un diritto reale d’uso in capo a chi ha comprato le unità immobiliari dell’edificio.

La Cassazione, chiamata in causa dall’acquirente “espropriato”, ha accolto la tesi della Corte d’appello, affermando anzitutto che va confermata la tesi dominante, che prevede l’attribuzione dell’area in uso comune. Poi, sul tema della liberalizzazione della commerciabilità dei parcheggi rispetto alle unità immobiliari condominiali, sorta con la legge 246/2005 ha dichiarato che è possibile «soltanto per il futuro». Quindi, dato che la sottrazione all’uso comune era avvenuta prima del 2005, va applicata la normativa precedente, Inoltre, ha osservato la Cassazione, era stata venduta l’area a parcheggio senza la relativa abitazione.

Infine, anche la libertà di vendita delle aree comunque vigente dal 1967 riguarda solo le parti eccedenti il vincolo e quindi, in base al ricalcolo effettuato, non poteva essere invocata. La Cassazione ha anche condannato l’acquirente dell’area a parcheggio a rifondere le spese di lite ai due condòmini che hanno ottenuto l’area.

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