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la vendita prima del quinquennio dell’acquisto l’immobile genera plusvalenza

POSTED ON maggio 8th  - POSTED IN Studio Legale

La vendita prima del quinquennio dall’acquisto l’immobile genera plusvalenza anche se in parte è prima casa
qualora venga venduto un immobile prima del decorso quinquennio (acquistato da meno di 5 anni da parte di un soggetto Irpef), che sia destinato per una sua porzione ad abitazione principale del venditore e che, per altra sua porzione, sia locato a terzi, la parte di prezzo proporzionalmente relativa a quest’ultima porzione genera plusvalenza, ove vi sia una differenza positiva tra il valore d’acquisto e il prezzo di vendita. In altre parole, non può il contribuente pretendere (come è in effetti accaduto nel caso di specie) di considerare l’intera plusvalenza non imponibile per il fatto che una porzione dell’immobile è adibita a sua abitazione principale; se si comporta in questo modo, incorre nel reato di dichiarazione infedele qualora vi sia il superamento della soglia di punibilità dell’articolo 4 del decreto legislativo 74/2000. È quanto stabilito dalla Cassazione penale nella sentenza n. 37169 del 7 settembre. In base all’articolo 67, comma 1, lettera b del Tuir, sono da qualificarsi «redditi diversi» (se non conseguiti come reddito d’impresa) e imponibili a Irpef, le plusvalenze realizzate con cessione a titolo oneroso di beni immobili acquistati o costruiti da non più di cinque anni, ma fatta esclusione:
per quelli acquisiti per successione ereditaria;
per le unità immobiliari urbane che, per la maggior parte del periodo intercorso tra l’acquisto (o la loro costruzione) e la cessione, sono state adibite ad abitazione principale del cedente o dei suoi familiari.
Si pone dunque il problema, che la norma non tratta esplicitamente, dell’uso “promiscuo” di un dato bene immobile, come è accaduto nella concreta fattispecie esaminata dalla Cassazione penale nella sentenza n. 37169, in cui un immobile, comprato nel 2004, venne poi venuto nel 2007, essendo stato utilizzato solo in parte da un familiare del proprietario ed essendo stato locato a terzi per la restante parte. Il dubbio è dunque il seguente: l’uso abitativo solamente parziale “assorbe” l’uso non abitativo, di modo che la plusvalenza generata in sede di vendita beneficia in toto dell’esenzione da imponibilità derivante appunto dall’uso abitativo? oppure, la plusvalenza deve essere invece ripartita in due quote, una (non imponibile a Irpef) riferita alla porzione dell’immobile destinata ad abitazione del contribuente o di un suo familiare, e l’altra (imponibile) riferita alla porzione dell’immobile destinata ad abitazione di soggetti diversi dal contribuente o di suoi familiari ? In effetti, vi sarebbe poi anche l’eventualità di una terza tesi, e cioè che la parziale destinazione dell’immobile a uso abitativo di soggetti diversi dal contribuente o da suoi familiari faccia assumere la natura imponibile all’intera plusvalenza realizzata con la vendita dell’immobile in questione.
Secondo la Suprema corte, dunque, la norma di cui all’articolo 67, comma 1, lettera b), Tuir, deve essere interpretata nel senso che si deve spacchettare la plusvalenza, riferendola proporzionalmente:
in parte alla porzione dell’immobile abitata dal contribuente (o da suoi familiari); e:
in parte all a porzione dell’immobile abitata dai locatari del contribuente.
Ragionare in senso contrario (e cioè nel senso della totale irrilevanza della plusvalenza, ritenendo assorbente il fatto che anche una sola porzione dell’immobile sia adibita ad abitazione del contribuente o di suoi familiari) significherebbe, secondo i giudici di legittimità, sconfessare l’intenzione del legislatore che, nel dettare la norma in commento, ha evidentemente voluto sottrarre a imposizione la sola plusvalenza realizzata dal soggetto Irpef il quale adibisca a propria abitazione, per la maggior parte del tempo intercorrente tra l’acquisto e la vendita, l’immobile venduto prima del decorso di un quinquennio dalla data del suo acquisto.
In sostanza, la norma va letta nel senso che, nel caso di uso promiscuo dell’immobile, la parte abitata da terzi produce plusvalenza imponibile. Evidentemente, la tesi accolta dalla Cassazione esclude in modo implicito che si possa dare rilevanza a una tesi per la quale l’intera plusvalenza, nel caso di beni locati in parte a terzi (e in parte adibiti ad abitazione principale del contribuente), sia imponibile a Irpef.

Casa coniugale può diventare disponibile ed essere ceduta. L’ipoteca batte l’assegnazione

POSTED ON aprile 19th  - POSTED IN Studio Legale

Casa coniugale può diventare disponibile ed essere ceduta. L’ipoteca batte l’assegnazione

L’ipoteca, se anteriore, prevale sull’assegnazione della casa coniugale. L’immobile può quindi essere fatto oggetto di procedura esecutiva e ceduto. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza della Terza sezione civile n. 7776 depositata ieri. È stata così accolta l’impugnazione presentata da una Cassa di risparmio contro la sentenza che aveva a sua volta ritenuto fondata l’opposizione agli atti esecutivi avanzata da una donna, assegnataria della ex casa coniugale, nella quale abitava con i figli. La pronuncia di merito aveva ritenuto opponibile il provvedimento di assegnazione trascritto prima della trascrizione del pignoramento, a prescindere dalle precedenti iscrizioni ipotecarie. A fondamento della decisione il principio dell’assimilazione del diritto dell’assegnatario a quello del locatario, ritenuto applicabile anche in materia di separazione coniugale. In questo modo, attribuendo cioè natura di diritto personale di godimento a quello di abitare assegnato al coniuge convivente con i figli, a venire valorizzata è la sola data in cui il creditore ipotecario compie il pignoramento.

Assegno di divorzio revisione, le mutate condizioni vanno provate

POSTED ON febbraio 10th  - POSTED IN Studio Legale

Assegno di divorzio revisione, le mutate condizioni vanno provate.
È rischioso chiedere al tribunale di ricontrattare l’assegno divorzile se non si può dimostrare il mutamento delle condizioni. Perché se la domanda viene rigettata, oltre alla condanna alle spese in favore della parte processuale vittoriosa, scatta, per chi soccombe, l’obbligo del versamento all’Erario di una somma pari all’importo del contributo unificato.
È quanto emerge da un decreto della Corte d’appello di Roma, del 1° marzo scorso. Le conclusioni trovano fondamento giuridico nell’articolo 156 del Codice civile che, con dizione sostanzialmente analoga a quella adottata dall’articolo 9 della legge 898/1970, in tema di divorzio, ricollega la revoca o la modifica dei provvedimenti al sopravvenire di giustificati motivi. In mancanza della prova, l’istanza non potrà che essere rigettata. Nel caso esaminato, la domanda di modifica chiedeva al giudice del merito una nuova e diversa valutazione delle misure economiche raggiunte tra le parti all’esito della separazione consensuale, ipotizzando l’attribuzione di un assegno di mantenimento, prima non previsto, e l’incremento dell’importo dovuto dal padre quale contributo in favore delle figlie della coppia.
Già il giudice di prima istanza aveva osservato l’assoluta inconsistenza degli elementi giustificativi delle modifiche richieste: l’assegno di divorzio è stato negato posto che la modifica del contesto abitativo dell’istante, che si era trasferita da altra città nella capitale, aveva visto il venir meno dell’onere delle spese per l’affitto, data l’instaurazione di una stabile convivenza con il proprio partner proprietario di casa. Osserva per altro il collegio, come proprio la stabile convivenza more uxorio escluda in via ulteriore l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento di un assegno di mantenimento. La diversa domanda dell’incremento del contributo paterno, concordato all’atto della omologa, per l’assegno di mantenimento della prole in comune, non ha avuto miglior sorte. La parte istante, infatti, da un lato non ha prodotto, senza alcuna giustificazione negli atti del processo di primo grado la propria dichiarazione per atto notorio sui redditi e sulle proprietà; dall’altro lato non ha provato alcun incremento del reddito paterno, risultando, quindi, il contributo concordato con la consensuale commisurato alla capacità economica dell’onerato.
Alla luce di queste considerazioni, il giudice di appello ha quindi chiarito il principio di diritto da applicarsi, rilevando come la legge, in particolare, non attribuisce al procedimento ex articolo 710 del Codice di procedura civile la natura di revisio prioris istantiae, ma di un novum iudicium perché lo considera finalizzato ad adeguare la regolamentazione dei rapporti tra coniugi al mutamento della situazione di fatto, laddove però una siffatta modificazione incida, concretamente, sulle loro condizioni economiche, determinandone un significativo squilibrio.
Assegno di divorzio revisione: Sarà quindi necessario valutare come l’evoluzione delle condizioni economiche delle parti abbia creato una nuova situazione patrimoniale, che non consenta di ritenere più equilibrato il precedente dictum. A seguito assegno di divorzio revisione le spese di causa sono state liquidate in danno della ricorrente nell’importo di 4.200 euro oltre gli oneri di legge e la stessa, posto il rigetto integrale della domanda, è stata condannata a corrispondere, in favore dell’Erario, una somma pari al contributo unificato già corrisposto.

Fontegoogle.it/search?q=immaGINE+LITE+CONIUGI&

Non moleste le chiamate per i figli, Cassazione: Esclusa la petulanza della moglie per le telefonate all’ex marito sulla gestione della prole

POSTED ON febbraio 8th  - POSTED IN Studio Legale

Non moleste le chiamate per i figli, nessuna condanna per molestie alla ex moglie che telefona in modo insistente e invia sms all’ex marito anche di notte, se il suo scopo è parlare dei figli e ottenere il rispetto degli obblighi di mantenimento. La Cassazione (sentenza 26776) accoglie il ricorso della signora contro la condanna, inflitta dal Tribunale, per molestia e disturbo. Il consorte separato aveva querelato la ex, che per oltre un mese lo aveva raggiunto ad ogni ora, malgrado l’uomo avesse più volte cambiato il numero di telefono. Secondo i giudici di merito il mezzo telefonico non era stato usato come strumento normale di comunicazione ma per molestare (articolo 660 del codice penale). La ricorrente porta però in Cassazione le sue giustificazioni. Intanto la parte “lesa” nella vicenda era stata condannata per violazione degli obblighi di assistenza familiare. La signora, che era stata sfrattata per morosità e aveva difficoltà a gestire i figli, non chiamava e inviava sms per disturbare l’ex ma per cercare un contatto nell’interesse dei figli.

Per la Cassazione sono delle buone ragioni per derogare al “galateo” sull’ora e sul numero delle telefonate. I giudici ricordano che anche gli sms rientrano nel raggio d’azione dell’articolo 660 del codice penale, perché ad essi, a differenza dei messaggi epistolari, non ci si può sottrarre. I giudici precisano anche che l’elemento soggettivo del reato e dunque la consapevolezza di mettere in atto una condotta petulante, scatta anche quando l’agente esercita, o crede di esercitare un suo diritto. Detto questo però la Cassazione esclude che la ricorrente possa essere considerata una molestatrice. Il marito interrompeva le telefonate sgradite che avevano come tema fisso, al pari dei messaggi, i figli e le questioni economiche. Per la Cassazione definendo le chiamate fonti di disturbo si finisce per giustificare il comportamento del genitore che per sottrarsi agli obblighi taglia i contatti. Ma chiudere il telefono non serve.

Fonte – Immagine Disegnato da Freepik

Equitalia – quali beni sono pignorabili e quali intoccabili?

POSTED ON dicembre 20th  - POSTED IN Studio Legale

Equitalia – quali beni sono pignorabili e quali intoccabili? Il pignoramento non può estendersi a particolari categorie di beni. Ecco quali sono.

Lo strumento che il nostro ordinamento pone a tutela dei creditori è l’esecuzione forzata: mediante tale procedimento, infatti, essi possono rivalersi su determinati beni dei debitori per tentare di soddisfare le proprie pretese. L’atto con il quale prende il via l’esecuzione forzata è il pignoramento. Ma attenzione: non tutti i beni possono formarne oggetto!  Le regole che definiscono tali esclusioni sono parzialmente diverse a seconda che il creditore sia un soggetto qualsiasi o Equitalia. Ma soffermiamoci in particolare su quest’ultima: quali beni sono da essa intangibili?

Stipendi

L’ente della riscossione, innanzitutto, non può pignorare lo stipendio degli italiani per un importo superiore a una determinata percentuale. Nel dettaglio, il pignoramento può riguardare al massimo un decimo degli stipendi di importo non superiore a 2.500 euro, un settimo degli stipendi di importo compreso tra 2.501 e 5.000 euro e un quinto degli stipendi di importo superiore a 5.000 euro.

Pensioni

Venendo alle pensioni, anche esse sono in parte “salve”. Infatti l’ordinamento garantisce a tutti i cittadini un minimo vitale di sostentamento, in forza del quale Equitalia non può pignorare le pensioni di importo inferiore a quello dell’assegno sociale aumentato della metà.
A tal proposito ricordiamo che, con circolare del 31 dicembre 2015, l’Inps ha reso noto che per il 2016 l’importo dell’assegno sociale è stato fissato in 5.825 euro annuali, pari a 448,30 euro mensili per 13 mensilità.

Conti correnti

Per quanto riguarda il conto corrente, poi, non è possibile per l’ente della riscossione pignorare l’ultimo stipendio o l’ultimo emolumento di pensione accreditato.

Prima casa

Un altro ancor più fondamentale bene che Equitalia non può pignorare è la prima casa. O meglio, non può farlo se essa è ad uso abitativo, il debitore vi risieda e sia l’unica casa che possieda.  Per poter essere sottratta al pignoramento, poi, la casa non deve essere di lusso.
Se tali requisiti sussistono, in ogni caso, l’ente della riscossione che vanti nei confronti del debitore un credito superiore a 20mila euro può comunque iscrivervi ipoteca. In assenza dei predetti requisiti, invece, la casa può ben essere pignorata, pur se a condizione che il credito vantato superi i 120mila euro.

Beni mobili

Il nostro ordinamento, inoltre, tutela i suoi cittadini rendendo impignorabili alcuni beni mobili considerati essenziali.
Si tratta di una regola di carattere generale, che vale per tutti i creditori, e che si estrinseca nell’impossibilità di aggredire, ad esempio, i letti, gli armadi guardaroba e le cassettiere, i tavoli da pranzo e le sedie, il frigorifero, le posate, le stufe e i fornelli da cucina a gas o elettrici, la lavatrice, i commestibili e i combustibili necessari per un mese (più in generale leggi: “Quali beni non possono essere pignorati?”).

Fondo patrimoniale

Infine, Equitalia può pignorare solo a determinate condizioni il fondo patrimoniale.
In particolare, esso può essere aggredito esclusivamente laddove il debito tributario contratto dal contribuente non derivi da esigenze connesse ad esigenze della famiglia. Recentemente, la Corte di cassazione ha a tal proposito chiarito che tali esigenze si estendono anche quelle volte a garantire uno sviluppo armonico della famiglia e a sostenere il potenziamento della capacità lavorativa, restando escluse solo le esigenze di natura voluttuaria o speculativa (cfr. Cassazione Civile, sez. VI-T, ordinanza 24 febbraio 2015 n. 3738).

In caso di acquisto dal costruttore il locale della portineria non può essere vincolato.

POSTED ON dicembre 20th  - POSTED IN Studio Legale

Acquisto dal costruttore. Le clausole sull’uso non valgono se l’immobile è in «proprietà esclusiva». Il locale della portineria non può essere vincolato.

 Chi compra il locale portineria non può vedersi opporre la volontà del costruttore dell’edificio sulla destinazione dello spazio: la scelta del costruttore di concedere al condominio un locale di sua proprietà, per esercitarvi il servizio di portineria, risulta infatti volontà personale dello stesso e, pertanto, non può trasmettersi ai successivi acquirenti del locale.
Le sentenze (ultima quella della Cassazione n. 12237/2016) sono costanti: non vi è alcun automatismo nella creazione di un vincolo di destinazione opponibile ai successivi acquirenti quando, all’atto della costituzione del condominio, la proprietà del locale adibito a portineria venga comunque riservata in capo all’effettivo titolare esclusivo del bene e quindi «smette» di far parte dei beni comuni di cui all’articolo 1117 del Codice civile. Ciò è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 12237/2016.


Cosa dice la Cassazione?

 La vicenda nasce dal contenzioso di un condòmino neo aggiudicatario (a un’asta) di un locale in precedenza adibito a locale portineria. Il condominio pretendeva che questo uso rimanesse, in quanto esisteva un vincolo posto dal costruttore (precedente proprietario). Inoltre il regolamento di condominio contrattuale prevede la riserva di proprietà in favore del venditore, fermo restando l’impegno del venditore a concedere a titolo gratuito il locale ad uso portineria, fin quando il relativo servizio sia operativo.
La Cassazione ha però chiarito che, nel caso in cui il bene adibito a portineria, all’atto della costituzione in condominio, venga riservato in proprietà esclusiva, sottraendolo perciò dal novero dei beni comuni di cui all’articolo 1117 del Codice civile, va fatta un’indagine in concreto per verificare se effettivamente la volontà dell’originario unico proprietario sia nel senso di imporre una limitazione del proprio diritto suscettibile di trasmissione anche nei confronti dei successivi acquirenti.
Nel caso specifico, ha detto la Cassazione anche in base al testo del regolamento di condominio, ferma e incontestata la riserva di proprietà in favore della parte venditrice (e quindi l’impossibilità di annoverare il bene tra i beni di proprietà comune) «la concessione del locale a luogo di esercizio del servizio di portineria è frutto di una volontà di obbligarsi, riferibile unicamente alla parte venditrice e correlata alla permanenza del servizio di portierato, ma senza che fosse in alcun modo possibile dedurre la volontà di creare un vincolo di destinazione suscettibile di trasmettersi a mo’ di obbligazione propter rem nei confronti dei successivi acquirenti».
Quindi l’originario proprietario si sarebbe limitato a dare in comodato il bene al condominio; resta dunque fermo il principio di diritto per cui «a differenza della locazione (…) il successivo acquirente del bene in precedenza concesso in comodato non può ritenersi vincolato dal preesistente diritto personale di godimento».

Auguri di Buon Natale 2016

POSTED ON dicembre 20th  - POSTED IN Studio Legale

Lo Studio Legale Iossa di Francesco Paolo Iossa, Barbara Alessandra Iossa ed il partner Pietro Citti augurano a tutti i proprio clienti, fornitori, collaboratori e le loro rispettive famiglie un sereno e felice periodo di festività natalizie.

L’esistenza di una password testimonia a favore della riservatezza. Spiare una casella mail è reato di accesso abusivo. La posta è parte di un sistema informatico più esteso

POSTED ON giugno 28th  - POSTED IN Studio Legale

Milano. Va sanzionato per accesso abusivo a sistema informatico chi si intromette nella mail altrui per prendere visione dei messaggi in questa contenuti. La casella di posta elettronica rappresenta infatti un «sistema informatico» protetto dall’articolo 615 ter del Codice penale. A questa conclusione approda la Corte di cassazione con la sentenza n. 13057 della Quinta sezione. La pronuncia ha così confermato la condanna di 6 mesi inflitta al responsabile di un Ufficio di Polizia provinciale che, approfittando della sua qualità e dell’assenza di un assistente nello stesso ufficio, si era introdotto in due occasioni nella casella di posta elettronica di quest’ultimo, e, dopo avare preso visione di numerosi documenti, ne aveva scaricati due.

Tra i motivi di ricorso, la difesa aveva contestato che ci fosse stato un accesso a un «sistema informatico», per l’inesistenza di un sistema coincidente con la posta elettronica. Infatti, secondo la linea difensiva, il «sistema informatico» rilevante sulla base dell’articolo 615 ter del Codice penale era quello dell’ufficio, al quale era possibile accedere con password non personalizzate, mentre la casella personale di posta rappresentava un’”entità” estranea alla nozione prevista dal Codice penale.

Una posizione però del tutto confutata dalla Cassazione. Che mette invece in evidenza come la casella mail rappresenta «inequivocabilmente» un «sistema informatico» rilevante per l’articolo 615 ter del Codice penale. La Corte ricorda che nell’introdurre questa nozione nel nostro ordinamento, il legislatore ha fatto evidentemente riferimento a concetti già diffusi ed elaborati nel mondo dell’economia, della tecnica e della comunicazione, «essendo stato mosso dalla necessità di tutelare nuove forme di aggressione alla sfera personale, rese possibili dalla sviluppo della scienza».

Pertanto, sottolinea ancora la sentenza, il sistema informatico inteso dal legislatore non può essere costituito che dal «complesso organico di elementi fisici (hardware) ed astratti (software) che compongono un apparato di elaborazione dati». In questo senso si esprime anche la Convenzione di Budapest che pure era stata richiamata a sostegno della tesi difensiva. E allora la casella di posta non è altro che uno spazio di memoria di un sistema informatico destinato alla memorizzazione di messaggi o informazioni di altra natura (video, messaggi) di un soggetto identificato da un account registrato presso un provider. E l’accesso a questo spazio di memoria rappresenta senz’altro un acceso a sistema informatico di cui la casella è un semplice elemento.

Così, se in un sistema informatico pubblico sono attivate caselle di posta elettronica protette da password personalizzate, allora quelle caselle costituiscono il domicilio informatico proprio del dipendente stesso. L’accesso abusivo a queste caselle concretizza così il reato disciplinato dall’articolo 615 ter del Codice penale, «giacchè l’apposizione dello sbarramento, avvenuto con il consenso del titolare del sistema, dimostra che a quella casella è collegato uno ius excludendi di cui anche i superiori devono tenere conto».

Se il figlio sta più tempo con la madre, non è violato il principio dell’affido condiviso. La legge infatti non presuppone necessariamente tempi uguali di permanenza con entrambi i genitori

POSTED ON giugno 28th  - POSTED IN Studio Legale

La permanenza di un figlio con uno dei due genitori per un periodo di tempo ben superiore rispetto all’altro, “non implica violazione dei principi dell’affido condiviso, che non presuppone necessariamente, come da prassi ampiamente consolidata, tempi uguali o simili di permanenza del figlio con entrambi i genitori”.

Lo ha ricordato la Cassazione, con la recente ordinanza n. 16297/2015 (qui sotto allegata), pronunciandosi su una vicenda di separazione personale tra due coniugi, nella quale la Corte d’appello, confermando la sentenza di primo grado, aveva affidato in forma condivisa la figlia minore della coppia ad ambedue i genitori, collocandola presso la madre e stabilendo tempi e modalità di permanenza presso il padre.

L’uomo ricorreva per Cassazione lamentando una compromissione del diritto alla bigenitorialità, posto che il giudice d’appello, pur avendo formalmente previsto l’affido condiviso della bambina, di fatto aveva disposto un affido esclusivo presso la madre, visti i tempi esigui di frequentazione a disposizione del padre.

Per la sesta sezione civile, non è così.

La S.C. infatti ha ritenuto congrua ed adeguata la motivazione della corte d’appello, non ritenendo sussistere, inoltre, i presupposti “per un incremento dei tempi di permanenza della figlia con il padre, potendo essi comunque mantenere e rafforzare il loro rapporto con l’uso del telefono o altri mezzi di comunicazione”.

Tuttavia, pur non ritenendo perpetrata alcuna violazione del diritto alla bigenitorialità, la Cassazione ha ritenuto fondate le doglianze del ricorrente relative all’omessa valutazione da parte della corte territoriale delle prove tese a comprovare i comportamenti pregiudizievoli della madre verso la figlia, ostativi, pertanto, rispetto alla collocazione della bambina presso la stessa.

Il giudice di seconde cure, infatti, si è limitato a confermare la collocazione, sulla base della prevalente convivenza con la donna sin dai primi giorni della separazione della coppia, senza valutare l’ammissibilità e la rilevanza delle istanze dedotte dal padre, né motivando adeguatamente la sua valutazione.

Per cui, la S.C. ha accolto il ricorso sul punto, cassando la sentenza con rinvio al giudice a quo, che dovrà decidere anche sulle spese.

Canone Rai – dal 7 aprile 2016 via alle domande online per l’esonero. Disponibile a partire dal 7 aprile 2016 l’applicazione per l’invio del modello di autocertificazione sul sito delle Entrate.

POSTED ON giugno 27th  - POSTED IN Studio Legale

Scatta dal 7 aprile 2016 la possibilità di presentare online l’autocertificazione per ottenere l’esonero dal pagamento del canone Rai. A comunicarlo è l’Agenzia delle Entrate nella sezione dedicata all’abbonamento alla tv di Stato, rendendo noto che a partire dalla giornata odierna è disponibile l’applicazione web per inviare il modello di dichiarazione sostitutiva direttamente tramite il sito istituzionale.

I contribuenti che sceglieranno la modalità telematica, ricorda la stessa agenzia, avranno tempo per la presentazione fino al 10 maggio 2016, mentre chi decide di procedere tramite l’invio cartaceo (con raccomandata a/r) la scadenza è il 30 aprile.

Sono valide, comunque, le dichiarazioni presentate dal 1° gennaio 2016 al 24 marzo 2016 (data di pubblicazione del provvedimento direttoriale delle Entrate) su modelli non conformi a quello approvato, a condizione che siano rese ai sensi dell’articolo 47 del d.p.r. n. 445/2000 e che contengano tutti gli elementi richiesti dal modello di dichiarazione approvato per la specifica tipologia di dichiarazione resa.

La domanda riguarda l’esonero dall’obbligo di pagamento del canone per tutto l’anno 2016.

Per accedere nuovamente all’esenzione per il 2017, qualora ne sussistano i requisiti bisognerà ripresentarla dal 1° luglio 2016 al 31 gennaio 2017.

Si ricorda che l’esonero dal pagamento del canone Rai 2016 è previsto solo nell’ipotesi di mancato possesso di un apparecchio televisivo nella propria abitazione, mentre non è più possibile disdire l’abbonamento richiedendo il suggellamento dell’apparecchio tv. Altri casi particolari di esonero riguardano gli over 75 con reddito lordo complessivo fino a 6.713,98 euro (finchè non sarà emanata il decreto del Mef che amplia la soglia dell’esenzione fino a 800 euro annui), i diplomatici e militari stranieri.

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