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Assegno di divorzio revisione, le mutate condizioni vanno provate

POSTED ON febbraio 10th  - POSTED IN Studio Legale

Assegno di divorzio revisione, le mutate condizioni vanno provate.
È rischioso chiedere al tribunale di ricontrattare l’assegno divorzile se non si può dimostrare il mutamento delle condizioni. Perché se la domanda viene rigettata, oltre alla condanna alle spese in favore della parte processuale vittoriosa, scatta, per chi soccombe, l’obbligo del versamento all’Erario di una somma pari all’importo del contributo unificato.
È quanto emerge da un decreto della Corte d’appello di Roma, del 1° marzo scorso. Le conclusioni trovano fondamento giuridico nell’articolo 156 del Codice civile che, con dizione sostanzialmente analoga a quella adottata dall’articolo 9 della legge 898/1970, in tema di divorzio, ricollega la revoca o la modifica dei provvedimenti al sopravvenire di giustificati motivi. In mancanza della prova, l’istanza non potrà che essere rigettata. Nel caso esaminato, la domanda di modifica chiedeva al giudice del merito una nuova e diversa valutazione delle misure economiche raggiunte tra le parti all’esito della separazione consensuale, ipotizzando l’attribuzione di un assegno di mantenimento, prima non previsto, e l’incremento dell’importo dovuto dal padre quale contributo in favore delle figlie della coppia.
Già il giudice di prima istanza aveva osservato l’assoluta inconsistenza degli elementi giustificativi delle modifiche richieste: l’assegno di divorzio è stato negato posto che la modifica del contesto abitativo dell’istante, che si era trasferita da altra città nella capitale, aveva visto il venir meno dell’onere delle spese per l’affitto, data l’instaurazione di una stabile convivenza con il proprio partner proprietario di casa. Osserva per altro il collegio, come proprio la stabile convivenza more uxorio escluda in via ulteriore l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento di un assegno di mantenimento. La diversa domanda dell’incremento del contributo paterno, concordato all’atto della omologa, per l’assegno di mantenimento della prole in comune, non ha avuto miglior sorte. La parte istante, infatti, da un lato non ha prodotto, senza alcuna giustificazione negli atti del processo di primo grado la propria dichiarazione per atto notorio sui redditi e sulle proprietà; dall’altro lato non ha provato alcun incremento del reddito paterno, risultando, quindi, il contributo concordato con la consensuale commisurato alla capacità economica dell’onerato.
Alla luce di queste considerazioni, il giudice di appello ha quindi chiarito il principio di diritto da applicarsi, rilevando come la legge, in particolare, non attribuisce al procedimento ex articolo 710 del Codice di procedura civile la natura di revisio prioris istantiae, ma di un novum iudicium perché lo considera finalizzato ad adeguare la regolamentazione dei rapporti tra coniugi al mutamento della situazione di fatto, laddove però una siffatta modificazione incida, concretamente, sulle loro condizioni economiche, determinandone un significativo squilibrio.
Assegno di divorzio revisione: Sarà quindi necessario valutare come l’evoluzione delle condizioni economiche delle parti abbia creato una nuova situazione patrimoniale, che non consenta di ritenere più equilibrato il precedente dictum. A seguito assegno di divorzio revisione le spese di causa sono state liquidate in danno della ricorrente nell’importo di 4.200 euro oltre gli oneri di legge e la stessa, posto il rigetto integrale della domanda, è stata condannata a corrispondere, in favore dell’Erario, una somma pari al contributo unificato già corrisposto.

Fontegoogle.it/search?q=immaGINE+LITE+CONIUGI&

Due anni di matrimonio bastano per l’assegno

POSTED ON aprile 6th  - POSTED IN Studio Legale

La Corte di cassazione con una ordinanza ha stabilito che non sono pochi due anni di matrimonio per escludere l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento al coniuge (ordinanza, sez. VI civile, dell’11 marzo 2016, n. 4797).

Il parametro della durata del matrimonio, deve essere sempre presente al giudice di merito nel momento in cui fissa l’ammontare dell’assegno mensile all’ex coniuge, motivo per cui per le nozze «lampo», ovvero quando la separazione sia arrivata poco dopo il matrimonio, si può anche escludere del tutto il versamento dell’assegno di mantenimento. Tale considerazione ha valore in quei casi in cui il tempo matrimoniale è durato veramente poco (ad esempio, pochi mesi o, addirittura, alcune settimane). Ora intervengono i giudici della Suprema Corte, che nel caso analizzato, ovvero di una unione che si sia protratta per 24 mesi, affermano che l’assegno di mantenimento non può essere negato, poiché è illogico sostenere che una breve durata del matrimonio possa costituire «ragione da sola sufficiente per escludere l’assegno divorzile». Conseguentemente opera la regola per cui, se uno dei due coniugi ha un reddito inferiore rispetto a quello dell’altro e, quindi, con la separazione si verifica il peggioramento del proprio tenore di vita rispetto a quello goduto in costanza di matrimonio, il coniuge con il reddito minore avrà diritto all’assegno di mantenimento. Il caso si è chiuso con i giudici che hanno ritenuto legittima la richiesta della donna: a lei l’ex marito dovrà versare l’assegno divorzile, seppure su cifre economiche più contenute, ovvero 150 euro mensili rispetto ai 200 previsti in primo grado. La diminuzione è stata giustificata dai giudici d’appello con due considerazioni: la prima, la «breve durata del matrimonio», cioè due anni; la seconda, con le maggiori spese cui l’uomo dovrà fare fronte per il mantenimento della nuova famiglia di fatto che ha costituito con un’altra donna. L’incertezza intorno al quantitativo monetario da versare, l’applicazione del concetto di debolezza economica spesso vago, fanno emergere anche da noi l’esigenza di una legge sui patti prematrimoniali.

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