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Non moleste le chiamate per i figli, Cassazione: Esclusa la petulanza della moglie per le telefonate all’ex marito sulla gestione della prole

POSTED ON febbraio 8th  - POSTED IN Studio Legale

Non moleste le chiamate per i figli, nessuna condanna per molestie alla ex moglie che telefona in modo insistente e invia sms all’ex marito anche di notte, se il suo scopo è parlare dei figli e ottenere il rispetto degli obblighi di mantenimento. La Cassazione (sentenza 26776) accoglie il ricorso della signora contro la condanna, inflitta dal Tribunale, per molestia e disturbo. Il consorte separato aveva querelato la ex, che per oltre un mese lo aveva raggiunto ad ogni ora, malgrado l’uomo avesse più volte cambiato il numero di telefono. Secondo i giudici di merito il mezzo telefonico non era stato usato come strumento normale di comunicazione ma per molestare (articolo 660 del codice penale). La ricorrente porta però in Cassazione le sue giustificazioni. Intanto la parte “lesa” nella vicenda era stata condannata per violazione degli obblighi di assistenza familiare. La signora, che era stata sfrattata per morosità e aveva difficoltà a gestire i figli, non chiamava e inviava sms per disturbare l’ex ma per cercare un contatto nell’interesse dei figli.

Per la Cassazione sono delle buone ragioni per derogare al “galateo” sull’ora e sul numero delle telefonate. I giudici ricordano che anche gli sms rientrano nel raggio d’azione dell’articolo 660 del codice penale, perché ad essi, a differenza dei messaggi epistolari, non ci si può sottrarre. I giudici precisano anche che l’elemento soggettivo del reato e dunque la consapevolezza di mettere in atto una condotta petulante, scatta anche quando l’agente esercita, o crede di esercitare un suo diritto. Detto questo però la Cassazione esclude che la ricorrente possa essere considerata una molestatrice. Il marito interrompeva le telefonate sgradite che avevano come tema fisso, al pari dei messaggi, i figli e le questioni economiche. Per la Cassazione definendo le chiamate fonti di disturbo si finisce per giustificare il comportamento del genitore che per sottrarsi agli obblighi taglia i contatti. Ma chiudere il telefono non serve.

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L’Agenzia deve provare l’accettazione dell’eredità. L’ufficio non può incassare il credito dal presunto erede.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

L’ufficio, che pretende da un contribuente le imposte non versate da parte del defunto, deve provare la sua qualità di erede. A tal fine non è sufficiente la produzione della mera denuncia di successione presentata poiché occorrono gli atti dello stato civile. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 3611 depositata qualche giorni fa.

A un contribuente era stato notificato un avviso di accertamento che veniva impugnato dinanzi al giudice tributario. Il giudizio è proseguito sino in Cassazione, la quale ha rinviato ad altro giudice di appello la decisione nel merito. Nel frattempo il contribuente è morto e l’amministrazione faceva causa nei confronti degli eredi, soccombenti dalla decisione della Ctr.

I presunti eredi hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando che il giudice di appello non avrebbe tenuto conto della rinuncia all’eredità effettuata e, quindi, non avrebbe concretamente accertato la qualità di eredi, solo nei confronti dei quali era possibile avanzare la pretesa erariale. L’ufficio, infatti, non aveva prodotto alcun elemento in base al quale poteva avanzare la richiesta del debito del de cuius.

La Suprema Corte ha ritenuto fondato il motivo. Ha preliminarmente rilevato che il difetto di legittimazione passiva dei chiamati all’eredità andava sollevato nel giudizio di rinvio mediante produzione dell’atto di rinuncia. Nello specifico, questo documento era stato prodotto tardivamente e pertanto la Ctr, correttamente, non ha tenuto conto dell’atto. Tuttavia ha poi affermato che, in tema di obbligazioni tributarie, grava sull’amministrazione finanziaria creditrice del contribuente deceduto l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte degli eredi, per poter esigere l’adempimento dell’obbligazione stessa.

Questo onere non può essere assolto con la produzione della sola denuncia di successione, poiché occorrono gli atti dello stato civile dai quali è dato coerentemente desumere quel rapporto di parentela che legittima alla successione ovvero di qualsiasi altro documento dal quale possa, con pari certezza, desumersi la sussistenza di tale qualità. Nel caso esaminato l’ufficio in giudizio non aveva prodotto alcun dato dal quale potesse risultare provata l’accettazione dell’eredità: si era limitato infatti a riassumere la causa nei confronti dei presunti eredi.

Nella decisione di appello, non vi era alcuna indicazione dalla quale potesse desumersi la fonte del convincimento del giudice in ordine alla qualità di eredi, necessaria peraltro anche per la verifica della legittimazione passiva nel giudizio stesso.

La Cassazione, quindi, ha rinviato ad altra sezione della commissione regionale pronunciando il principio di diritto secondo cui grava sull’amministrazione l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte degli eredi per poter esigere delle somme da questi ultimi. A tal fine non è sufficiente la mera denuncia di successione presentata.

Con il decreto del 19 gennaio 2016 si aggiornano le modalità del processo civile. Il rito telematico in Cassazione. Notificazioni e comunicazioni online dal 5 febbraio 2016.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Il processo civile telematico anche presso le sezioni civili della Corte di cassazione dal 5 febbraio scorso. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 16 del 21 gennaio 2016 è stato pubblicato il decreto del ministero della giustizia 19 gennaio 2016 di “Attivazione delle notificazioni e comunicazioni telematiche presso la Corte di cassazione, ai sensi dell’articolo 16, comma 10, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, limitatamente al settore civile”, con il quale il processo civile telematico arriva anche presso le sezioni civili della Corte di Cassazione attraverso l’attivazione delle notificazioni e comunicazioni per via telematica. Si prosegue, quindi, nel solco di quella esigenza di promuovere ulteriori misure per favorire la crescita, lo sviluppo dell’economia e della cultura digitali, nonché promuovere l’alfabetizzazione informatica. Pertanto presso le sezioni civili della Cassazione, le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria saranno effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. La relazione di notificazione verrà, quindi, redatta in forma automatica dai sistemi informatici in dotazione alla cancelleria. È noto come già a decorrere dal 30 giugno 2014, per il procedimento davanti al tribunale di cui al libro IV, titolo I, capo I del codice di procedura civile, escluso il giudizio di opposizione, il deposito dei provvedimenti, degli atti di parte e dei documenti ha già luogo esclusivamente con modalità telematiche. Nel decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, cui fa riferimento il decreto in commento, si legge che il deposito con modalità telematiche si ha per avvenuto al momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del ministero della giustizia. Il deposito risulterà essere tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna verrà generata entro la fine del giorno di scadenza e si applicano le disposizioni di cui all’articolo 155, quarto e quinto comma, del codice di procedura civile. Quando il messaggio di posta elettronica certificata eccede la dimensione massima stabilita nelle specifiche tecniche del responsabile per i sistemi informativi automatizzati del ministero della giustizia, il deposito degli atti o dei documenti può essere eseguito mediante gli invii di più messaggi di posta elettronica certificata. Il deposito è tempestivo quando è eseguito entro la fine del giorno di scadenza.

Il parcheggio resta condominiale

POSTED ON febbraio 5th  - POSTED IN Senza categoria

Sui parcheggi condominiali non si transige. E anche se sono passati molti anni dalla vendita abusiva il maltolto va restituito ai condòmini.

La sentenza della Cassazione 2236/2016, depositata ieri, ha ripercorso una complessa vicenda nata nel 1987. Quasi trent’anni per restituire uno spazio destinato a posti auto. Due condòmini avevano citato l’acquirente dell’area contesa perché, a loro dire, il venditore (costruttore dello stabile) aveva violato il vincolo pubblico di destinazione relativo a un’area di parcheggio per autovetture nel piano cantinato del condominio, riservandosela in proprietà.

La Corte d’appello aveva dato torto all’acquirente e restituito l’area, accertandone il diritto d’uso in capo ai due condòmini ricorrenti, osservando che dal vincolo di legge discende automaticamente un diritto reale d’uso in capo a chi ha comprato le unità immobiliari dell’edificio.

La Cassazione, chiamata in causa dall’acquirente “espropriato”, ha accolto la tesi della Corte d’appello, affermando anzitutto che va confermata la tesi dominante, che prevede l’attribuzione dell’area in uso comune. Poi, sul tema della liberalizzazione della commerciabilità dei parcheggi rispetto alle unità immobiliari condominiali, sorta con la legge 246/2005 ha dichiarato che è possibile «soltanto per il futuro». Quindi, dato che la sottrazione all’uso comune era avvenuta prima del 2005, va applicata la normativa precedente, Inoltre, ha osservato la Cassazione, era stata venduta l’area a parcheggio senza la relativa abitazione.

Infine, anche la libertà di vendita delle aree comunque vigente dal 1967 riguarda solo le parti eccedenti il vincolo e quindi, in base al ricalcolo effettuato, non poteva essere invocata. La Cassazione ha anche condannato l’acquirente dell’area a parcheggio a rifondere le spese di lite ai due condòmini che hanno ottenuto l’area.

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