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Legge fallimentare, arrivano gli allerta pre-crisi. Ecco le novità

POSTED ON ottobre 12th  - POSTED IN Economia

Legge fallimentare, arrivano gli allerta pre-crisi. Ecco le novità.
Ok dall’Aula della Senato al Ddl sui fallimenti, la delega al governo per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza. Il testo, approvato a Palazzo Madama con 172 voti a favore, 34 contrari e zero astenuti, diventa così legge. «Non uso mai questi termini ma si tratta di riforma di portata epocale», è stato il commento del ministro della Giustizia Andrea Orlando a conclusione del percorso parlamentare. «L’impianto della normativa che riguarda il fallimento risale ancora al 1942 con un meccanismo distorto che ha macinato in questi anni molte risorse sia imprenditoriali che di beni materiali».
Lo stigma morale va in archivio
Ma ora con questo provvedimento, secondo il Guardasigilli, si riesce «a rivedere lo stigma che spesso non è più giustificato nella fase di un’economia globalizzata, ma anche a non sprecare capacità imprenditoriale». Perché «uno può essere un buon imprenditore e aver avuto una prima esperienza imprenditoriale non felice».
Dall’allerta alle garanzie: riforma fallimentare vicina al traguardo
«Non si parlerà più di fallito»
Una legge che cambierà profondamente le dinamiche attraverso le quali si arriva alla gestione della crisi d’impresa, per Orlando. «Cambia la figura del fallito, infatti non si parla più di fallito e non è solo un cambiamento linguistico, non se ne parlerà più perché la persona che ha avrà avuto in qualche modo una sconfitta imprenditoriale potrà ritentare e non ci saranno più i vincoli che oggi impediscono a chi ha avuto un insuccesso imprenditoriale di carattere economico».
La liquidazione giudiziale
Meccanismi di allerta per impedire alle crisi aziendali di diventare irreversibili e ampio spazio agli strumenti di composizione stragiudiziale per favorire le mediazioni fra debitori e creditori per gestire l’insolvenza. Questa è una delle previsioni innovative della riforma che, con un tweet, anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni saluta come «un contributo per un’economia più sana che aiuterà la crescita». Dominus nella liquidazione giudiziale sarà il curatore, con poteri decisamente rafforzati: accederà più facilmente alle banche dati della Pa, potrà promuovere le azioni giudiziali spettanti ai soci o ai creditori sociali, sarà affidata a lui (anziché al giudice delegato) la fase di riparto dell’attivo tra i creditori. Ci sarà però una stretta sulle incompatibilità.
I punti chiave della delega
Azioni prima della crisi
Per facilitare una composizione assistita, arriva una fase preventiva di allerta attivabile direttamente dal debitore o d’ufficio dal tribunale su segnalazione (obbligatoria per fisco e Inps) dei creditori pubblici. In caso di procedura su base volontaria, il debitore sarà assistito da un apposito organismo istituito presso le Camere di commercio e avrà 6 mesi di tempo per raggiungere una soluzione concordata con i creditori. Se la procedura è d’ufficio, il giudice convocherà immediatamente, in via riservata e confidenziale, il debitore e affiderà a un esperto l’incarico di risolvere la crisi trovando un accordo entro sei mesi con i creditori. L’esito negativo della fase di allerta è pubblicato nel registro delle imprese. L’imprenditore che attiva tempestivamente l’allerta o si avvale di altri istituti per la risoluzione concordata della crisi godrà di misure premiali (non punibilità dei delitti fallimentari se il danno patrimoniale è di speciale tenuità, attenuanti per gli altri reati e riduzione di interessi e sanzioni per debiti fiscali). Dalla procedura d’allerta sono escluse le società quotate e le grandi imprese.
Regole processuali semplificate
Nel trattare le proposte, priorità viene data a quelle che assicurano la continuità aziendale, purché funzionali al miglior soddisfacimento dei creditori, considerando la liquidazione giudiziale come extrema ratio. Si punta poi a ridurre durata e costi delle procedure concorsuali (responsabilizzando gli organi di gestione e contenendo i crediti prededucibili). Il giudice competente sarà individuato in base alle dimensioni e alla tipologia delle procedure concorsuali, assegnando in particolare quelle relative alle grandi imprese al tribunale delle imprese a livello di distretto di corte d’appello.
Il testo del Ddl approvato in via definitiva
Incentivi alla ristrutturazione del debito
Il limite del 60% dei crediti per l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti dovrà essere eliminato o quantomeno ridotto.
Il nuovo concordato preventivo
Viene ridisegnato ammettendo, accanto a quello in continuità, anche il concordato che mira alla liquidazione dell’azienda se in grado di assicurare il pagamento di almeno il 20 per cento dei crediti chirografari.
Insolvenza gruppi di imprese
Arriva una procedura unitaria per la trattazione della crisi e dell’insolvenza delle società del gruppo e, anche in caso di procedure distinte, vi saranno comunque obblighi di collaborazione e reciproca informazione a carico degli organi procedenti.
Commercialisti: riconosciuta l’importanza dei controlli
La riforma della legge fallimentare approvata oggi dal Parlamento «ha diversi aspetti positivi, a cominciare dal riconoscimento della centralità dei controlli societari, e altri sui quali speriamo si possa intervenire in futuro con modifiche migliorative, a cominciare dal tema dell’allerta. Ma è stato comunque utile e importante approvarla prima che questa legislatura si chiudesse». Per il presidente dei commercialisti italiani Massimo Miani «è estremamente apprezzabile» l’impegno profuso dal ministro della Giustizia «con il quale abbiamo proficuamente interloquito nella fase di redazione del testo, nel portare a casa questa riforma». Relativamente al procedimento di allerta Miani sostiene che «poteva essere migliorato». Ad esempio «non andava abbandonata la scelta operata dalla Commissione di studio Rordorf di valorizzare appieno il ruolo degli organismi di composizione della crisi di cui alla legge n. 3/2012 gestiti, oltre che dalle Camere di commercio, anche dagli ordini professionali dei commercialisti, degli avvocati e dei notai. Professioni che, per preparazione giuridica ed aziendalistica, sono quelle maggiormente indicate, sia per assistere il debitore nelle trattative finalizzate al raggiungimento di un accordo con i propri creditori, sia per valutare la fondatezza delle segnalazioni pervenute dagli organi di controllo e dai creditori pubblici qualificati delle imprese in crisi nello svolgimento delle funzioni di allerta». Positivo per i commercialisti è che comunque dalla riforma «esca decisamente rafforzato il ruolo di sindaci e revisori, sebbene con le opportune distinzioni».

Insolvenze e fallimenti. La giurisprudenza dalla Cassazione. Se il concordato salta i creditori non devono restituire l’incassato. Il principio da recepire nella legge di riforma.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

Tra i criteri direttivi dati al Governo per la riforma della crisi d’impresa e dell’insolvenza, la legge delega in materia presentata il mese scorso ha previsto di cambiare in modo organico le procedure concorsuali. Un punto delicato si annuncia il trattamento di quanto riscosso dai creditori durante il concordato preventivo quando poi esso viene dichiarato risolto e si apre quindi il fallimento: le modifiche urgenti varate l’anno scorso (Dl 83/2015), pur comprendendo una rivisitazione del concordato preventivo, non hanno affrontato il problema. Ma la Cassazione si era espressa già in passato, escludendo che queste somme, se incassate legittimamente, vadano restituite.

Un indirizzo che dovrebbe essere recepito dalla riforma, se è vero che tra i princìpi generali del disegno di legge delega c’è la riformulazione delle “disposizioni che hanno originato contrasti interpretativi, al fine di favorirne il superamento” (articolo 2, lettera j). Il tutto “in coerenza con i princìpi espressi dalla presente legge delega”. E dai lavori preparatori emerge che le soluzioni andranno riprese dalle pronunce della Cassazione.

Inoltre, la delega prevede un’integrazione della disciplina dei provvedimenti che riguardano i rapporti pendenti. Con particolare riferimento ai presupposti della sospensione e, dopo la presentazione del piano, anche dello scioglimento.

In questo panorama si inserisce la sentenza della Cassazione n. 506/2016 (presidente Ceccherini, relatore Ferro) che ha stabilito che in caso di risoluzione del concordato preventivo e di conseguente dichiarazione di fallimento, i creditori anteriori alla riapertura della procedura fallimentare sono esonerati dalla restituzione di quanto hanno riscosso in base al concordato risolto o annullato. Le riscossioni devono però essere valide ed efficaci e non deve trattarsi di pagamenti illegittimamente eseguiti.

La sentenza ha deciso sull’impugnazione proposta da un istituto di credito contro una sentenza della Corte d’appello di Messina. Quest’ultima aveva accolto il ricorso di una società fallita riconoscendo, a seguito della risoluzione del concordato preventivo, che alcuni pagamenti effettuati in esecuzione della procedura preventiva cui la fallita era stata ammessa non mantenevano in concreto la loro efficacia.

La Cassazione, conformandosi all’orientamento dominante di legittimità (tra le tante, si veda la sentenza 16738/2014) ribadisce che la mancanza di obbligo a restituire quanto legittimamente riscosso, ex articolo 140, comma 3, Legge fallimentare, non rinvia al diritto di ripetere ciò che è stato pagato e “non dovuto”, poiché non si tratta di pagamenti vietati in punto di validità, stante l’attuazione di essi in conformità allo statuto dei creditori e con controllo dell’organo concorsuale.

La Legge fallimentare prevede, infatti, che i creditori anteriori alla riapertura della procedura fallimentare siano esonerati dalla restituzione di quanto hanno riscosso in base al concordato risolto o annullato, sempre che si tratti di riscossione valide ed efficaci e non di riscossioni cui essi non avevano diritto in funzione di quanto programmato nel piano concordatario.

È questo il principio ormai consolidato della conservazione dei pagamenti regolarmente disposti e percepiti.

La Cassazione, dunque, è stata chiamata a stabilire se un istituto di credito dovesse restituire o meno alla massa, per violazione della par condicio creditorum, i pagamenti regolarmente ricevuti nel corso di un concordato preventivo della società. Una procedura concorsuale di risanamento poi risoltasi in fallimento.

Sempre secondo la Corte, un imprenditore in concordato non ha la facoltà di eseguire il pagamento di debiti pregressi, in quanto tali atti solutori rappresentano violazioni della par condicio creditorum. Infatti, il divieto di eseguire pagamenti sussiste prima dell’omologazione del concordato.

Non è precluso il pagamento dei debiti pregressi, secondo la giurisprudenza (si veda la sentenza 10620/1990 della Cassazione) esclusivamente dopo l’ammissione alla procedura concorsuale, previa autorizzazione del giudice delegato e solo se ed in quanto esso sia indirizzato al risanamento dell’impresa nell’interesse della massa. La Cassazione, accogliendo il ricorso, ha stabilito che l’istituto di credito non deve restituire alla massa, per violazione della par condicio creditorum, i pagamenti regolarmente percepiti nel corso di un concordato preventivo poi risoltosi in fallimento.

Le premesse.

L’intento del legislatore della delega è sostituire il termine «fallimento» con equivalenti, introducendo una definizione dello stato di crisi e adottando un unico modello processuale volto a particolare celerità. Una rivoluzione copernicana, resa impellente dalle sollecitazioni europee (raccomandazione n. 2014/135/UE e novellato regolamento sull’insolvenza transfrontaliera (15414/15/UE)

La filosofia.

Alla delega sta lavorando una commissione di esperti, presieduta da Renato Rordorf, magistrato della Cassazione. Ci si muove in modo che l’imperativo della semplificazione ed armonizzazione delle procedure non travolga le esistenti peculiarità oggettive, da salvaguardare all’interno di percorsi secondari, ad esse appositamente dedicati

Il contenuto.

Tra i punti principali del testo di legge al quale sta lavorando la Commissione Rordorf (il Ddl è stato presentato a gennaio), c’è l’introduzione di meccanismi di allerta per far emergere per tempo le crisi aziendali, la limitazione del ricorso al concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti con gli intermediari finanziari e aiuti alle banche per smaltire i crediti

Il decreto del 2015.

L’anno scorso, col via libera al decreto fallimenti, sono cambiati concordato e svalutazioni. Tra le linee guida, facilitazioni per l’accesso al credito da parte dell’impresa che abbia chiesto il concordato preventivo, richieste di finanziamento con beneficio della prededuzione e livello minimo (fissato al 20%) dei debiti chirografari, per far sì che la proposta di concordato possa essere accolta.

La «consecuzione». Tribunale di Monza sull’insolvenza presunta dall’origine. Revocatoria retrodatata prima della procedura.

POSTED ON febbraio 25th  - POSTED IN Senza categoria

In tema di revocatoria fallimentare, la retrodatazione del periodo sospetto al momento di apertura della procedura di concordato preventivo può ritenersi collegata al concetto di consecuzione delle procedure concorsuali. Un concetto ribadito dal Tribunale di Monza nel giudizio di opposizione allo stato passivo promosso da una banca per un credito privilegiato.

Il problema attiene alla retrodatazione degli effetti dell’azione revocatoria nei confronti dell’ipoteca iscritta il 5 agosto 2011, con ammissione al concordato per la società debitrice l’8 maggio 2012, dichiarata fallita il 23 ottobre successivo (sul tema dell’intangibilità dei pagamenti legittimamente eseguiti, si veda l’articolo a sinistra).

La questione nel caso di consecuzione di procedure concorsuali è quella collegata al possibile decorso del periodo sospetto ai fini dell’esperimento dell’azione revocatoria fallimentare dalla data di ammissione alla prima delle procedure concorsuali susseguitesi prima del fallimento. La decisione del Tribunale (decreto del 17 luglio 2014, presidente Paluchowski, relatore Nardecchia) ha sostenuto che il periodo di operatività dell’azione revocatoria (cosiddetto periodo sospetto) sia – nel caso in esame – collegata al concetto, oggi espressamente disciplinato dal legislatore, di consecuzione di procedure, che rappresentano più fasi di un procedimento unitario.

La prospettata riduzione a un unico strumento nella fase iniziale delle varie procedure esistenti, con la creazione di un unico «procedimento di accertamento giudiziale della crisi e dell’insolvenza» è principio generale della legge delega per la riforma delle procedure concorsuali. Le linee tracciate nel disegno di legge individuano, dunque, un’unica sede procedimentale, globalmente destinata all’esame delle situazioni di crisi o insolvenza.

La giurisprudenza negli ultimi anni si è evoluta in tal senso, anticipando la volontà di prevedere il necessario coordinamento tra le procedure. A tal fine, la sentenza di fallimento può contenere un accertamento, con valenza di giudicato nel successivo giudizio revocatorio, del fatto che il debitore si trovasse in stato di insolvenza al momento della pronuncia del decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

In assenza di tale accertamento, qualora al concordato preventivo segua il fallimento, è possibile legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza; stato comprovato ex post dalla sopravvivenza del fallimento. Pertanto, qualora al concordato preventivo faccia seguito il fallimento, si può legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza, facendo conseguire la possibilità di retroagire il momento iniziale per il computo del periodo sospetto, ai fini dell’esperibilità di azione revocatoria, alla data di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

Nel decisum in esame, la banca aveva chiesto ed ottenuto l’assenso all’iscrizione di ipoteca volontaria per l’intero credito e la debitrice, su accordo delle parti, si era impegnata a restituire il decreto ingiuntivo.

L’istituto di credito, preso atto del mancato pagamento di alcune rate, aveva azionato l’accordo richiedendo un decreto ingiuntivo per l’intero importo e non per la differenza scoperta dal precedente titolo esecutivo. Pertanto, il Tribunale ha rigettato l’opposizione, ritenendo che l’ipoteca rilasciata in esecuzione della predetta scrittura garantisse crediti non ancora scaduti, con conseguente applicabilità della revocatoria.

Si comprendono così alcuni dei motivi che hanno indotto il ministro della Giustizia a istituire la Commissione Rordorf, il cui scopo è stato quello di tentare di trovare, attraverso lo strumento della legge delega, un momento di organicità. E di tracciare alcune linee sistematiche di una normativa concorsuale, troppe volte emendata nel tempo e proveniente da istanze diverse.

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