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Figlio nato fuori del matrimonio i diritti nascono prima del riconoscimento

POSTED ON ottobre 12th  - POSTED IN Mediazione

Figlio nato fuori del matrimonio i diritti nascono prima del riconoscimento, – Tribunale, Prato, sez. unica civile, sentenza 27/07/2017 n° 652
Nel giudizio di opposizione al riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio, la sentenza che tiene luogo del consenso mancante del genitore che per primo ha riconosciuto il figlio, può disporre direttamente sull’affidamento e il mantenimento del minore.
Non è necessario il successivo atto di riconoscimento per il sorgere dei diritti del figlio e per la regolamentazione della responsabilità genitoriale.
Il Tribunale di Prato, nell’emissione di sentenza che tiene luogo del consenso mancante al riconoscimento del minore, ha ritenuto conforme ai principi di diritto contenuti nelle leggi nazionali e internazionali, la decisione contestuale sull’affidamento e il mantenimento (Trib. Prato n. 652 del 27.7.2017).
Il caso
La coppia aveva avuto una fugace e burrascosa relazione dalla quale era nata una bambina. La donna aveva denunciato l’uomo per il comportamento violento tenuto nei suoi confronti, dal quale era scaturito il procedimento penale, non ancora concluso, per i reati di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori.
Il GIP aveva emesso in via cautelare un divieto di avvicinamento all’ex compagna.
Essendosi opposta al riconoscimento della bambina da parte del padre, questi aveva depositato ricorso ai sensi dell’art. 250 c.c., per ottenere un provvedimento che sostituisse il consenso mancante.
Chiedeva inoltre l’attribuzione del proprio cognome alla figlia ex art. 262 c.c. e la statuizione sull’affidamento e il mantenimento.
Il Tribunale nominava un curatore per la minore dell’età di 21 mesi, stante l’ipotetico conflitto di interessi della figlia con la madre, che si opponeva al riconoscimento ritenendo il comportamento violento del padre pregiudizievole e pericoloso per la sana crescita della bambina.
La causa è stata istruita con una CTU volta ad indagare le capacità genitoriali ed educative delle parti.
La sentenza
Il provvedimento del tribunale Toscano, preliminarmente, fa il punto sulla giurisprudenza di legittimità in tema di rifiuto del consenso al riconoscimento.
Il principio ormai consolidato è che dal riconoscimento non deve derivarne un beneficio per il figlio, ciò che rileva è l’esclusione di un qualsiasi motivo grave e irreversibile che potrebbe compromettere lo sviluppo psicofisico del minore (Cass. Civ. n. 2878/2005 e Cass. Civ. n. 4/2008).
A parere dell’organo giudicante, la misura restrittiva non può essere considerata grave e irreversibile motivo, essendo ancora il procedimento in corso, e trattandosi di un primo ed isolato episodio.
Inoltre, il padre della minore ha sempre dimostrato concreto interesse per la piccola, chiedendo informazioni durante la gravidanza e manifestando ripetutamente la volontà di riconoscere la figlia.
Anche dall’osservazione in sede peritale era emersa una buona interazione padre/figlia e un atteggiamento piuttosto collaborativo della madre.
Statuendo sul consenso al riconoscimento, il Tribunale di Prato, nell’interesse della minore ha adottato contestualmente i provvedimenti opportuni di affidamento e mantenimento, in maniera conforme a quanto disposto dall’art. 250 IV comma c.c.
Sul punto, i giudici non hanno aderito al recente orientamento del Tribunale di Milano che nega tale possibilità poiché lo status di figlio non sussisterebbe fino a quando non sia effettuato il riconoscimento. La parte, ottenuta l’autorizzazione, potrebbe non dar corso al riconoscimento (Trib. Milano 16 aprile 2016).
Una tale interpretazione contrasterebbe con lo spirito della riforma della filiazione del 2012 che ha abolito la distinzione tra figli naturali e legittimi.
L’assunzione dei diritti e dei doveri non è subordinata al riconoscimento e ciò si evince dall’abrogazione dell’art. 261 c.c., dai nuovi artt. 315 e 315 bis c.c. che sanciscono il diritto del “figlio” ad essere mantenuto, educato, istruito e assistito dai genitori.
Anche secondo la Corte di Cassazione, tali diritti del figlio sono “eziologicamente connessi alla procreazione” (Cass. Civ. n. 5562/2012 e Cass. Civ. n. 26205/2013).
Pertanto, nel giudizio in oggetto l’atto di riconoscimento del figlio, condiziona esclusivamente la valenza dello status di figlio rispetto ai terzi e il concreto esercizio della responsabilità genitoriale, in considerazione dei profili di pubblicità derivanti dalla registrazione negli archivi dello stato civile.
La sentenza che tiene luogo del consenso mancante del genitore che per primo ha effettuato il riconoscimento potrà essere direttamente annotata nell’atto di nascita del minore ai sensi dell’art. 49 comma 1 lett. K del D.p.r. 396/2000, avendo il genitore già manifestato nelle forme di legge la volontà di riconoscimento attraverso il ricorso giudiziale.
La proposizione del ricorso contenente tale volontà non può, infatti, essere revocata ai sensi dell’art. 256 c.c.
In tale giudizio può essere decisa anche l’attribuzione del cognome del genitore che ha eseguito il riconoscimento successivamente.
Nel caso di specie il tribunale ha ritenuto di accogliere la domanda del padre di aggiungere il suo cognome a quello della madre, valutando la conformità agli interessi della minore.
Alla tenera età di 21 mesi il cognome materno non ha ancora assunto attitudine identificatrice e con l’aggiunta del cognome paterno la bambina potrà maturare il percorso che ha portato al suo riconoscimento paterno.
La minore è stata pertanto affidata ad entrambi i genitori, con previsioni di incontri padre/figlia graduali e protetti, oltre al monitoraggio del nucleo familiare da parte del servizio sociale.

Non moleste le chiamate per i figli, Cassazione: Esclusa la petulanza della moglie per le telefonate all’ex marito sulla gestione della prole

POSTED ON febbraio 8th  - POSTED IN Studio Legale

Non moleste le chiamate per i figli, nessuna condanna per molestie alla ex moglie che telefona in modo insistente e invia sms all’ex marito anche di notte, se il suo scopo è parlare dei figli e ottenere il rispetto degli obblighi di mantenimento. La Cassazione (sentenza 26776) accoglie il ricorso della signora contro la condanna, inflitta dal Tribunale, per molestia e disturbo. Il consorte separato aveva querelato la ex, che per oltre un mese lo aveva raggiunto ad ogni ora, malgrado l’uomo avesse più volte cambiato il numero di telefono. Secondo i giudici di merito il mezzo telefonico non era stato usato come strumento normale di comunicazione ma per molestare (articolo 660 del codice penale). La ricorrente porta però in Cassazione le sue giustificazioni. Intanto la parte “lesa” nella vicenda era stata condannata per violazione degli obblighi di assistenza familiare. La signora, che era stata sfrattata per morosità e aveva difficoltà a gestire i figli, non chiamava e inviava sms per disturbare l’ex ma per cercare un contatto nell’interesse dei figli.

Per la Cassazione sono delle buone ragioni per derogare al “galateo” sull’ora e sul numero delle telefonate. I giudici ricordano che anche gli sms rientrano nel raggio d’azione dell’articolo 660 del codice penale, perché ad essi, a differenza dei messaggi epistolari, non ci si può sottrarre. I giudici precisano anche che l’elemento soggettivo del reato e dunque la consapevolezza di mettere in atto una condotta petulante, scatta anche quando l’agente esercita, o crede di esercitare un suo diritto. Detto questo però la Cassazione esclude che la ricorrente possa essere considerata una molestatrice. Il marito interrompeva le telefonate sgradite che avevano come tema fisso, al pari dei messaggi, i figli e le questioni economiche. Per la Cassazione definendo le chiamate fonti di disturbo si finisce per giustificare il comportamento del genitore che per sottrarsi agli obblighi taglia i contatti. Ma chiudere il telefono non serve.

Fonte – Immagine Disegnato da Freepik

Bonus bebè 2016 – ecco a chi spetta e come presentare domanda. La legge di Stabilità ha confermato anche per l’anno 2016 l’erogazione dell’assegno di natalità per le famiglie con basso reddito

POSTED ON giugno 27th  - POSTED IN Studio Legale

Anche per il 2016, così come confermato dall’ultima legge di Stabilità, è possibile richiedere il c.d. assegno di natalità (articolo 1, commi da 125 a 129 e seguenti della legge n. 190/2014 e D.P.C.M. 27/02/2015).

Il “bonus bebè” è previsto per ogni figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, fino ai tre anni di vita del bambino oppure fino ai tre anni dall’ingresso del figlio adottivo nel nucleo familiare a seguito dell’adozione.

Vi si ricomprendono i figli di cittadini italiani o comunitari oppure i figli di cittadini di Stati extracomunitari con permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo residenti in Italia.

L’assegno è erogato in una misura pari a 960 euro, da corrispondersi in rate mensili, tuttavia il beneficio è concesso a condizione che il nucleo familiare di appartenenza del genitore richiedente sia in una situazione economica corrispondente ad un valore dell’ISEE non superiore ai 25.000 euro annui.

Per i nuclei familiari in possesso di un ISEE non superiore a 7.000 euro annui, l’importo annuale dell’assegno è raddoppiato.

Come richiedere il Bonus Bebè

L’assegno è corrisposto direttamente dall’INPS: la domanda va presentata dal genitore convivente con il bambino, anche affidatario e inviata esclusivamente in via telematica attraverso il sito web dell’istituto previdenziale (www.inps.it)

Se non si è in possesso di un PIN dispositivo e di credenziali d’accesso al portale, sarà possibile affidarsi al patronato di zona oppure contattare il Contact Center Integrato tramite il numero verde 803.164 (numero gratuito da rete fissa) o il numero 06 164.164 (numero da rete mobile con tariffazione a carico dell’utenza chiamante).

Laddove si sia in possesso dei requisiti necessari, la domanda potrà essere presentata dal giorno successivo alla nascita del figlio o al suo ingresso nel nucleo familiare in caso di adozione, e comunque entro 90 giorni da tale data.

Il bonus erogato nel corso del 2016 non è soggetto a tassazione, quindi non dovrà essere indicato in sede di dichiarazione dei redditi.

Cause di decadenza

L’INPS interrompe l’erogazione dell’assegno a seguito di eventi che ne determinano la decadenza, ossia, decesso del figlio, revoca dell’adozione, decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale, affidamento esclusivo del minore al genitore che non ha presentato la domanda e affidamento del minore a terzi.

Inoltre, l’interruzione avviene anche se vengono meno i requisiti richiesti dalla legge, ad esempio, i parametri reddituali (ISEE).

Il soggetto richiedente è tenuto a comunicare all’INPS nell’immediato, e comunque entro 30 giorni, il verificarsi di una delle cause di decadenza sopra riportate.

Divorzio breve: la legge in Gazzetta Ufficiale

POSTED ON aprile 6th  - POSTED IN Studio Legale

E’ stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale 11 maggio 2015, n. 107 la cosiddetta legge sul Divorzio breve (Legge 6 maggio 2015, n. 55), che interviene sulla disciplina della separazione e del divorzio, riducendo i tempi per la domanda di divorzio, fino a questo momento fissati dal legislatore in tre anni dalla avvenuta separazione giudiziale o consensuale tra i coniugi.

L’intervento legislativo completa il quadro delle misure acceleratorie in materia di divorzio e di separazione, recentemente introdotte dalla legge 10 novembre 2014, n. 162 di conversione in legge del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132 – recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile – che ha previsto la possibilità di bypassare il procedimento di fronte al tribunale mediante la negoziazione assistita da avvocati e gli accordi di separazione e divorzio conclusi davanti all’ufficiale dello stato civile.

Con la riforma, si è voluto ridurre lo spatium deliberandi per un’eventuale riconciliazione o ripensamento, ma non è stato compiuto il passo, più deciso, quello di eliminare la fase della separazione per giungere fin da subito allo scioglimento del vincolo matrimoniale.

La legge interviene con soli tre articoli che apportano i seguenti cambiamenti.

  • Anticipazione della domanda di divorzio

L’art. 1 della nuova legge va a modificare l’art. 3 comma 1 lett. b n. 2 della legge n. 898/1970 che disciplina i casi di scioglimento del matrimonio.

Nelle separazioni giudiziali: si riduce da tre anni a dodici mesi la durata minima del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che legittima la domanda di divorzio; il termine decorre – come attualmente previsto – dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Nelle separazioni consensuali, anche in caso di trasformazione da giudiziale in consensuale: si riduce a sei mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio; il termine decorre analogamente dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale. I sei mesi decorrono inoltre, pur non essendo specificato nel testo di legge, dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da avvocati ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

Nella prima versione del disegno di legge inviata dalla Camera all’esame del Senato, era stato previsto che se, al momento della proposizione della domanda di divorzio, fosse stata ancora pendente la causa di separazione, in relazione alle domande accessorie come il mantenimento, la causa di divorzio doveva essere assegnata allo stesso giudice della separazione personale. L’inciso è stato soppresso.

Inoltre, il Senato ha eliminato la disposizione che prevedeva espressamente l’ultrattività – ovvero la conservazione dell’efficacia anche dopo l’estinzione del processo fino a che non sia sostituita da altro provvedimento – dell’ordinanza presidenziale, con la quale si adottano i provvedimenti provvisori e urgenti, anche in relazione al ricorso per la cessazione degli effetti civili o per lo scioglimento del matrimonio. Attualmente l’art. 189 disp. att. c.p.c. lo prevede per il procedimento di separazione personale.

Il grande nodo della riforma ha riguardato la possibilità di eliminare il passaggio obbligato della separazione e arrivare direttamente al divorzio.

La Commissione giustizia del Senato aveva proposto l’aggiunta di un altro comma all’art. 1 del disegno di legge che prevedeva l’inserimento di un nuovo articolo 3 bis della legge n. 898/1970, tramite il quale si dava libero accesso alla domanda di divorzio anche in assenza di separazione legale. Il così detto Divorzio diretto sarebbe stato possibile soltanto per le coppie senza figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai ventisei anni economicamente non autosufficienti, mediante un ricorso congiunto presentato esclusivamente all’autorità giudiziaria competente.

Tuttavia in Aula la disposizione non è passata, è stata stralciata dal testo poi tornato all’altro ramo del Parlamento, ed è diventato un autonomo disegno di legge (il n. 1504 bis) ancora pendente con un proprio iter.

  • Scioglimento anticipato della comunione legale

La seconda novità riguarda lo scioglimento anticipato della comunione legale.

L’art. 2 modifica l’art. 191 c.c. inserendo un’ulteriore comma che prevede lo scioglimento della comunione legale: in caso di separazione giudiziale, nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, in caso di separazione consensuale, dalla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione dei coniugi dinanzi al presidente, purché successivamente omologato.

Fino ad oggi la comunione legale si scioglieva con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale o del decreto di omologa della separazione consensuale.

Lo scioglimento ha efficacia ex nunc, quindi non retroagisce fino al momento della domanda di separazione personale. Ciò comportava molteplici conseguenze di ordine negativo. In primo luogo il rischio che il patrimonio comune rimanesse immobilizzato, almeno per tutta la durata del giudizio di 1° grado per la separazione giudiziale, se non addirittura per altri due gradi di giudizio.

Gli acquisti compiuti da un solo coniuge in questo lasso di tempo potevano cadere in comunione, anche se i coniugi ormai non coabitavano più ed era venuta meno la comunione morale e spirituale che li univa, ed era, infine, possibile per un coniuge disporre dei beni comuni sottraendo sostanze al patrimonio familiare.

La Cassazione aveva riconosciuto la possibilità di avanzare la domanda di divisione anche se non fosse ancora formato il giudicato sulla sentenza di separazione, purché questo requisito sussistesse al momento della pronuncia di divisione (Cass. Civ. n. 4757/2010).

In presenza di una sentenza parziale, che pronunciava soltanto sullo lo status dei coniugi mentre il giudizio proseguiva su altri aspetti economici o relativi ai figli, era possibile avviare il giudizio di divisione anche durante la fase del procedimento di separazione personale.

La modifica legislativa consente pertanto di definire fin da subito i rapporti patrimoniali tra coniugi in regime di comunione legale.

Lo stesso articolo della legge di riforma aggiunge una previsione di natura procedurale secondo cui l’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione sull’atto di matrimonio.

  • Applicazione della nuova legge ai procedimenti in corso

L’art. 3 della legge, infine, disciplina la fase transitoria. Le nuove previsioni sulla riduzione dei tempi di proposizione della domanda di divorzio e di anticipazione dello scioglimento della comunione legale, si applicano alle domande di divorzio proposte dopo l’entrata in vigore della legge, anche quando sia pendente a tale data il procedimento di separazione personale che è presupposto della domanda.

LEGGE 6 maggio 2015, n. 55 – Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché’ di comunione tra i coniugi. – (GU n. 107 del 11-5-2015) – Vigente al: 26-5-2015

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

Il Presidente della Repubblica promulga la seguente legge:

Art. 1: 1. Al secondo capoverso della lettera b), del numero 2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, le parole: « tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».

Art. 2: 1. All’articolo 191 del codice civile, dopo il primo comma e’ inserito il seguente:

«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione».

Art. 3: 1. Le disposizioni di cui agli articoli 1 e 2 si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima data.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015.

MATTARELLA

Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri

Visto, il Guardasigilli: Orlando.

Cosa prevede il disegno di legge (ddl) Cirinnà sulle unioni civili

POSTED ON marzo 16th  - POSTED IN Studio Legale

Che cos’è?

Il disegno di legge (ddl) Cirinnà è una proposta che per la prima volta in Italia riconosce diritti e doveri delle coppie omosessuali che vogliono unirsi civilmente e delle coppie eterosessuali e omosessuali che non vogliono sposarsi, ma solo registrare la loro convivenza. La prima firmataria è la senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà, da cui il ddl prende il nome.

A che punto è?

Dopo un lungo dibattito in commissione, il testo arriva in aula al senato il 28 gennaio, accompagnato da seimila emendamenti. Il Partito democratico, che ha proposto la legge, è diviso così come altri gruppi parlamentari. Matteo Renzi, premier e segretario del Pd, ha lasciato libertà di coscienza ai senatori: ognuno potrà scegliere come votare a ogni articolo ed emendamento. Il voto sarà segreto.

Com’è fatto?

Il disegno di legge è diviso in due capi e 23 articoli. Il primo capo inserisce nell’ordinamento giuridico italiano l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso come “specifica formazione sociale”, secondo quanto previsto dall’articolo 2 della costituzione. Il secondo capo disciplina la convivenza di fatto, tra una donna e un uomo e tra due persone dello stesso sesso.

Cosa sono le unioni civili?

La legge inserisce nel diritto di famiglia un nuovo istituto specifico per le coppie omosessuali, chiamandolo unione civile, diverso dal matrimonio regolato dall’articolo 29 della costituzione, ma che si può equiparare al matrimonio per diritti e doveri previsti. Per stipulare un’unione civile, le due persone devono essere maggiorenni e recarsi con due testimoni da un ufficiale di stato civile. L’ufficiale provvede alla registrazione. Non possono contrarre l’unione civile persone già sposate o che hanno già contratto un’unione civile; persone a cui è stata riconosciuta un’infermità mentale o persone che tra loro sono parenti.

Cosa succede con l’unione civile?

Le due persone che hanno contratto l’unione civile devono indicare che regime patrimoniale vogliono (comunione legale o separazione dei beni), un indirizzo di residenza comune e possono assumere un cognome comune che può anche sostituire o affiancare quello da celibe o nubile.

Quali sono i diritti e i doveri conseguenti all’unione civile?

Come nel matrimonio, “le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute a contribuire ai bisogni comuni”. Per sciogliere l’unione civile si deve ricorrere al divorzio.

Emendamenti sul matrimonio

Alcuni senatori cattolici, anche del Partito democratico, temono che le unioni civili siano troppo simili al matrimonio. Tra i seimila emendamenti presentati al testo che arriva in aula al senato il 28 gennaio, molti insistono su una chiara differenziazione tra i due istituti. Per esempio alcune proposte di modifica vogliono escludere la possibilità della comunione dei beni o di assumere un cognome comune.

Quali sono i diritti e i doveri verso i figli?

Nell’articolo 5 del disegno di legge è prevista la possibilità di adottare il figlio o la figlia del proprio coniuge. È la cosiddetta stepchild adoption, letteralmente “adozione del figliastro”. Il disegno di legge non dà accesso all’adozione di bambini che non sono figli di uno dei due coniugi, né alla gestazione per altri. Questo punto è quello più controverso dell’intero ddl.

Emendamenti sull’adozione

Alcuni emendamenti vogliono stralciare questo articolo, sostituendolo con l’affido rinforzato, cioè un affido che duri fino al compimento della maggiore età del ragazzo o della ragazza, senza però dover essere rinnovato ogni due anni come succede per l’affido normale. Ovviamente questa soluzione dà meno diritti e protezione al figlio nel caso, per esempio, di morte del genitore biologico.

Altri considerano che consentire la stepchild adoption aprirebbe la strada alla gestazione per altri, che in Italia è illegale. C’è chi vuole aggiungere al ddl Cirinnà specifiche conseguenze penali anche per chi ricorre a questa procedura all’estero.

Gli emendamenti di mediazione presentati dal capogruppo della commissione giustizia Giuseppe Lumia (Pd) confermano la stepchild adoption, ma la vincolano al percorso previsto dalla legislazione sulle adozioni in generale, esplicitando l’esclusione di qualsiasi forma di automatismo. I senatori del Movimento 5 stelle hanno dichiarato che se dal ddl sarà stralciata la stepchild adoption ritireranno il loro appoggio al progetto di legge in aula.

Che cos’è la convivenza di fatto?

Nel secondo capo della legge si parla invece del riconoscimento della convivenza di fatto tra due persone dello stesso sesso o di sesso diverso.

La convivenza di fatto è riconosciuta alla coppie di maggiorenni che vivono insieme e che non hanno contratto matrimonio o unione civile. I conviventi hanno gli stessi diritti dei coniugi in caso di malattia, di carcere o di morte di uno dei due.

Ciascun convivente può designare l’altro come suo rappresentante in caso di malattia o di morte. Se muore quello dei due che ha la proprietà della casa, il partner ha il diritto di restarci per altri due anni o per il periodo della convivenza se superiore a due anni, comunque non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune vivono i figli della coppia o i figli di uno dei due chi sopravvive alla morte dell’altro può rimanere nella casa comune per almeno tre anni. Il convivente superstite ha il diritto di succedere all’altro nel contratto d’affitto, se la casa non era di proprietà. I conviventi possono stipulare un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali tra di loro.

Il contratto di convivenza può essere sciolto per accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra uno dei conviventi e un’altra persona e morte di uno dei contraenti. In caso di scioglimento del contratto il giudice può riconoscere a uno dei due conviventi il diritto agli alimenti in misura proporzionale alla durata della convivenza.

Negoziazione assistita: guida al nuovo istituto e facsimile trasmissione della convenzione ex art. 6 D.L. 12 settembre 2014, n. 132, conv. con L. 10 novembre 2014 n. 162

POSTED ON marzo 3rd  - POSTED IN Studio Legale

Il nuovo istituto della negoziazione assistita, ispirato all’analogo modello francese, ha trovato ingresso nell’ordinamento giuridico italiano con il recente “decreto giustizia” (d.l. n. 132/2014, convertito nella l. n. 162/2014), finalizzato a dettare “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile”.

Unitamente al trasferimento in sede arbitrale dei procedimenti pendenti, la nuova procedura di negoziazione assistita mira, nelle intenzioni della riforma, a portare fuori i contenziosi dalle aule dei tribunali, bloccando a monte l’afflusso dei processi costituendo un’alternativa stragiudiziale all’ordinaria risoluzione dei conflitti.

Il d.l. n. 132/2014 dedica alla disciplina della negoziazione assistita l’intero capo II rubricato, appunto “Procedura di negoziazione assistita da uno o più avvocati”, che acquisterà piena efficacia decorsi 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione (a partire, quindi, dal 9 febbraio 2015).

La convenzione di negoziazione

La negoziazione assistita consiste nell’accordo (c.d. convenzione di negoziazione) tramite il quale le parti in lite convengono “di cooperare in buona fede e lealtà”, al fine di risolvere in via amichevole una controversia, tramite l’assistenza di avvocati, regolarmente iscritti all’albo ovvero facenti parte dell’avvocatura per le pubbliche amministrazioni.

La convenzione deve contenere, a norma dell’art. 2 del d.l. n. 132/2014, sia il termine concordato dalle parti per l’espletamento della procedura, che non può essere inferiore a un mese e superiore a tre (salvo proroga di 30 giorni su richiesta concorde delle parti), sia l’oggetto della controversia, che non può, come dispone expressis verbis la norma, riguardare né i diritti indisponibili né materie di lavoro.

La convenzione deve essere redatta, a pena di nullità, in forma scritta e deve essere conclusa con l’assistenza di uno o più avvocati, i quali certificano l’autografia delle sottoscrizioni apposte all’accordo sotto la propria responsabilità professionale.

Il procedimento

L’iter procedimentale delineato dal legislatore d’urgenza comincia con l’informativa da parte dell’avvocato al proprio cliente della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita.

La parte che sceglie di affidarsi alla nuova procedura invia alla controparte, tramite il proprio legale, invito a stipulare la convenzione di negoziazione. Tale invito deve essere debitamente sottoscritto e indicare l’oggetto della controversia e l’avvertimento che in caso di mancata risposta entro trenta giorni o di rifiuto ciò costituirà motivo di valutazione da parte del giudice ai fini dell’addebito delle spese di giudizio, della condanna al risarcimento per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. e di esecuzione provvisoria ex art. 642 c.p.c.

Altro effetto principale, decorrente dalla comunicazione dell’invito, è quello di interrompere il decorso della prescrizione (analogamente all’ordinaria domanda giudiziale) e la decadenza; quest’ultima però è impedita per una sola volta e, in caso di rifiuto, mancata accettazione dell’invito o mancato accordo, da questo momento ricomincia a decorrere il termine per la proposizione della domanda giudiziale.

Se l’invito è accettato, si perviene allo svolgimento della negoziazione vera e propria, la quale può avere esito positivo o negativo. In quest’ultimo caso, gli avvocati designati dovranno redigere la dichiarazione di mancato accordo. Nel primo caso, invece, quando l’accordo è raggiunto, lo stesso deve essere sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che le assistono che certificano sia l’autografia delle firme che la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

L’accordo costituisce titolo esecutivo e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale e deve essere integralmente trascritto nel precetto ai sensi dell’art. 480, 2° comma, c.p.c.

La negoziazione obbligatoria

Accanto alla negoziazione facoltativa, il legislatore ha previsto anche ipotesi di negoziazione assistita obbligatoria per le azioni riguardanti il risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti e per le domande di pagamento a qualsiasi titolo di somme, purché non eccedenti 50.000 euro e non riguardanti controversie assoggettate alla disciplina della c.d. “mediazione obbligatoria”.

Nei suddetti casi, l’art. 3 del d.l. n. 132/2014 dispone che “l’esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale”.

L’improcedibilità deve essere eccepita, non oltre la prima udienza, dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice. Qualora, la negoziazione assistita sia già iniziata ma non conclusa, il giudice provvederà a fissare l’udienza successiva dopo la scadenza del termine fissato dalle parti per la durata della procedura di negoziazione e indicato nella convenzione stessa. Qualora, invece, la negoziazione non sia ancora stata esperita, il giudice, oltre a provvedere alla fissazione dell’udienza successiva assegna contestualmente alle parti un termine di quindici giorni per la comunicazione dell’invito. Va da sé che se l’invito è seguito da un rifiuto o da una mancata risposta entro trenta giorni dalla ricezione, ovvero quando è decorso il termine per la durata della negoziazione concordato dalle parti, la condizione di procedibilità può considerarsi avverata.

La negoziazione in materia di separazione e divorzio

L’art. 6 del II capo del decreto giustizia è dedicato alla particolare ipotesi di negoziazione assistita in materia di separazione e divorzio. Profondamente modificata in sede di conversione, la disciplina prevede che tramite la convenzione di negoziazione assistita (da almeno un avvocato per parte) i coniugi possano raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio (nei casi di cui all’art. 3, 1° comma, n. 2, lett. b) della l. n. 898/1970), nonché di modifica delle condizioni di separazione o divorzio precedentemente stabilite.

La procedura è applicabile, a seguito delle modifiche apportate in sede di conversione del decreto, sia in assenza che in presenza di figli minori o di figli maggiorenni, incapaci, portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.

Nel primo caso, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è sottoposto al vaglio del procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, se non ravvisa irregolarità comunica il nullaosta agli avvocati.

Nel secondo caso, invece, il pm, cui va trasmesso l’accordo concluso entro 10 giorni, lo autorizza solo se lo stesso è rispondente all’interesse dei figli. Qualora, al contrario, il procuratore ritenga che l’accordo non corrisponda agli interessi della prole, lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, il quale, nel termine massimo di trenta giorni, dispone la comparizione delle parti, provvedendo senza ritardo.

Una volta autorizzato, l’accordo, nel quale gli avvocati devono dare atto di aver esperito il tentativo di conciliazione tra le parti informandole della possibilità di ricorrere alla mediazione familiare, è equiparato ai provvedimenti giudiziali che definiscono gli analoghi procedimenti in materia.

 

Dopo la sottoscrizione della convenzione di negoziazione, il legale della parte ha l’obbligo di trasmetterne copia autenticata munita delle relative certificazioni, entro 10 giorni, a pena di sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 a 10.000 euro, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto per tutti gli adempimenti successivi necessari (trascrizione nei registri di stato civile; annotazioni sull’atto di matrimonio e di nascita; comunicazione all’ufficio anagrafe).

Il ruolo degli avvocati

Il nuovo istituto assegna un ruolo determinante agli avvocati, ai quali vengono conferiti determinati poteri e attribuiti una serie di obblighi cui attenersi scrupolosamente al fine di non incorrere in illeciti deontologici e disciplinari.

Oltre all’obbligatorietà dell’assistenza “di uno o più legali” (ex art. 2, comma 5, d.l. n. 132/2014), elemento cardine della stessa negoziazione, agli avvocati vengono attribuiti, infatti, poteri di autentica e di certificazione delle sottoscrizioni autografe delle parti, della dichiarazione di mancato accordo, nonché della conformità della convenzione alle norme imperative e all’ordine pubblico.

Più pregnanti gli obblighi, previsti sia dall’art. 2, comma 7, il quale dispone che “è dovere deontologico per gli avvocati informare il cliente all’atto del conferimento dell’incarico della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita”, sia dall’art. 9 (rubricato, appunto, “Obblighi dei difensori e tutela della riservatezza”) che fissa esplicitamente il dovere per gli avvocati (oltre che per le parti) di comportarsi secondo lealtà e di tenere riservate le informazioni ricevute nel corso della procedura, non potendole utilizzare nell’eventuale giudizio avente (in tutto o in parte) il medesimo oggetto, né potendo le stesse costituire oggetto di deposizione da parte dei difensori.

La violazione delle prescrizioni costituisce illecito disciplinare, mentre costituisce illecito deontologico per l’avvocato impugnare un accordo alla cui redazione ha partecipato.

Non da ultimo, si segnalano gli obblighi procedurali di cui all’art. 11 (secondo il quale, i difensori sono tenuti a trasmettere, a fini di raccolta dati e monitoraggio, copia dell’accordo raggiunto a seguito di negoziazione al proprio Consiglio dell’ordine ovvero a quello del luogo dove l’accordo stesso è stato concluso), nonché soprattutto quelli di cui all’art. 6, comma 4, che obbliga l’avvocato della parte a trasmettere entro 10 giorni la copia dell’accordo di negoziazione in materia di separazione e divorzio all’ufficiale dello stato civile del Comune, a pena di sanzione amministrativa pecuniaria variabile da 2.000 a 10.000 euro.

 

FACSIMILE

 

All’ Ufficio di Stato Civile

del Comune di ……………………..….

 

TRASMISSIONE DELLA CONVENZIONE DI NEGOZIAZIONE ASSISTITA AI SENSI DELL’ART.6 D.L. 12 SETTEMBRE 2014, n. 132, CONVERTITO CON LEGGE 10 NOVEMBRE 2014 N. 162

 

L’avvocato………………………………..……… (PEC …………………………………….… ) nell’ interesse del proprio assistito signor …………………………………………………………… nato a …………………………………………… , il ………………………………………….. , codice fiscale ………………………………………………………… ,

titolo di studio ……………………………………………………………….……., (v. codifica 1)

condizione professionale o non professionale ……………………………………, (v. codifica 2)

posizione nella professione …………………………………………………….…, (v. codifica 3)

 

elettivamente domiciliato presso il suo studio in ……………………………………….…………. via ……………………………………………….…… (fax …………………………..……)

e

L’avvocato………………………………..……… (PEC …………………………………….… ) nell’ interesse della propria assistita signora ………………………………………………………… nata a …………………………………………… , il ………………………………………….. , codice fiscale ………………………………………………………… ,

titolo di studio ……………………………………………………………….……., (v. codifica 1)

condizione professionale o non professionale ……………………………………, (v. codifica 2)

posizione nella professione ………………………………………….……………, (v. codifica 3)

 

elettivamente domiciliato presso il suo studio in ……………………………………….…………. via ……………………………………………….…… (fax …………………………..……)

PREMESSO

che le parti hanno contratto matrimonio a …………………………………………..

□ iscritto

□ trascritto

nel Comune di ……………….………………….…………. (anno …..……….. atto ………..…. Parte …..…………. serie ..………. );

  1. che le parti in data ………………………………. hanno sottoscritto, con l’assistenza dei rispettivi difensori, convenzione di negoziazione assistita per la soluzione consensuale della:

 

  • separazione personale
  • scioglimento del matrimonio
  • cessazione degli effetti civili del matrimonio
  • modifica delle condizioni della separazione
  • modifica delle condizioni del divorzio;

 

  1. che il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente ha comunicato in data ……….…………..………….. agli avvocati:

□ il nulla osta

□ l’autorizzazione

per gli adempimenti ai sensi dell’ art. 6 comma 3, terzo periodo del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito con legge n. 162 del 6 novembre 2014

TRASMETTE/ONO

al competente Ufficiale dello Stato Civile copia autenticata della convenzione di negoziazione assistita, munita delle certificazioni e della attestazione di conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico, di cui all’ art. 5 del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito con legge n. 162 del 6 novembre 2014, ai fini delle annotazioni e delle comunicazioni previste dalla legge.

 

Firma congiunta

Avv. …………………………………                      Avv. ………………………………………

………………………………………                       …………………………………………….

 

Data …………………………………………….

 

Firma disgiunta

Avv. ……………………………………

 

Data …………………………………………….

 

CODIFICHE

 

  1. Codifiche titolo di studio

1 = Dottorato di ricerca; 2= Laurea Magistrale; 3 = Laurea di primo livello + ITS; 4 = Diploma superiore + IFTS; 5 = Licenza media/avviamento professionale; 6= Licenza elementare; 7 =Nessun titolo; 8 = Sconosciuto;

  1. Codifiche condizione professionale o non professionale

1 = Occupato/a; 2 = Casalingo/a; 3 = Studente/studentessa; 4 = Disoccupato/In cerca di prima occupazione; 5 = Ritirato/a dal lavoro (pensionato/a); 6 = Altra condizione non professionale; 7 = Sconosciuta/non fornita;

  1. Codifiche posizione nella professione

Lavoratore dipendente: 1 = dirigente privato; 2 = dirigente pubblico; 3 =quadro/impiegato privato; 4 =quadro/impiegato pubblico; 5 = operaio o assimilato privato; 6 = operaio o assimilato pubblico;

Lavoratore autonomo: 7 = imprenditore/ libero professionista; 8 = lavoratore in proprio; 9 = coadiuvante familiare/socio cooperativa; 10 = Collaboratore coord-continuativa/prestazione opera occasionale; 11 = Sconosciuta/non fornita.

 

Famiglia. Non si configura il reato quando c’è capacità di reazione in base al livello culturale. Niente maltrattamenti se c’è parità.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

Il reato di maltrattamenti in famiglia si può escludere considerando le qualità personali dei coniugi. Lo ritiene la Cassazione, nella sentenza 5258/2016, depositata il 9 febbraio dalla Sesta sezione penale: l’inesistenza dei maltrattamenti è dimostrata dal fatto che entrambi gli interessati avessero un “livello di formazione professionale, cultura, condizioni sociali ed economiche ben superiori alla media”, che la moglie reagisse alle intemperanze del marito e che la loro figlia fosse stata affidata ai servizi sociali e non a uno dei genitori.

Tutto nasce dal “rapporto di accesa conflittualità, tensione e radicata contrapposizione” instauratosi tra i coniugi, “causa di grave disagio soprattutto per la figlia minore”. Perciò, nella causa di separazione giudiziale, il Tribunale ne aveva disposto “in via provvisoria ed urgente” l’affidamento ai servizi sociali, affievolendo le potestà dei genitori e ammonendoli sulla “gravità delle conseguenze giuridiche ed esistenziali delle loro inadempienze”.

Alla luce di questo, la Cassazione ritiene fondata e correttamente motivata la valutazione fatta nella sentenza d’appello, che aveva riformato quella di primo grado, assolvendo il marito dai reati di maltrattamenti in famiglia e violenza privata nei confronti della moglie. In sostanza, la Corte resta sul suo orientamento prevalente secondo cui per configurare il reato previsto dall’articolo 572 del Codice penale, “la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendo abitualmente tali sofferenze”.

Dunque, non bastano singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, perché il reato di maltrattamenti è necessariamente abituale: si realizza e si caratterizza “per la sussistenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica) ovvero non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi – procedibili solo a querela), ma acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo” secondo il concetto di abitualità.

Nel caso in questione, sono stati provati solo episodi “derivanti da situazioni contingenti e particolari, che possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare”, fatti che “pur non integrando il delitto di maltrattamenti, conservano la propria autonomia di reati contro la persona”.

Secondo la Cassazione, hanno operato bene i giudici di appello, che hanno sì esaminato l’atteggiamento del marito rilevando il ricorso da parte di quest’ultimo “a toni di particolare veemenza e in comportamenti spesso trasmodanti nella maleducazione”, ma hanno anche evidenziato come l’atteggiamento della moglie si caratterizzasse per una “costante capacità reattiva … e l’assenza di un supino atteggiamento rispetto alle intemperanze del marito”. Una situazione protrattasi per anni, con la conseguente impossibilità di configurare chi, tra i due, avesse mai assunto una posizione di passiva soggezione dell’una nei confronti dell’altro.

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