Archive : Tag

Jobs act. La procedura verrà introdotta per contrastare l’impiego solo a fronte di controlli. Obbligo di comunicazione prima di utilizzare i voucher.

POSTED ON aprile 6th  - POSTED IN Studio Legale

Il Ministero del Lavoro apre ufficialmente il cantiere dei decreti correttivi al Jobs act: con il primo di questi provvedimenti, che potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri tra fine maggio – primi di giugno, scatterà l’annunciata “stretta” sui voucher.

I “buoni” per le prestazioni di lavoro accessorio saranno resi pienamente tracciabili: le imprese che li utilizzeranno, ha annunciato ieri il dicastero guidato da Giuliano Poletti, dovranno comunicare preventivamente, in modalità telematica, nominativo e codice fiscale del lavoratore per il quale verranno utilizzati, insieme con l’indicazione precisa di data e luogo in cui si svolgerà la prestazione lavorativa e la sua durata. Si introduce, insomma, una modalità di controllo analoga a quella già in essere per il “lavoro a chiamata”, senza toccare, però, i limiti di compenso annui di questi strumenti (7mila euro, con tetto di 2mila per ciascun committente) per salvaguardare, viene spiegato, «il valore positivo» dei voucher.

L’obiettivo è contrastare l’utilizzo illegale ed elusivo dei buoni che, secondo il ministero, consiste principalmente nell’acquistarli ma usarli solo in caso di controlli (nel 2015 ne sono stati venduti 114,9 milioni, ma ne sono stati riscossi 88,1 milioni e una parte è stata restituita e rimborsata) oppure di impiegare i lavoratori per più tempo rispetto a quello dichiarato.

In base ai dati contenuti nel report realizzato da ministero e Inps e diffuso ieri non si può affermare in linea generale che i voucher costituiscono una sostituzione di contratti preesistenti, dato che solo il 10% degli utilizzatori ha avuto rapporti di lavoro con lo stesso datore nei sei mesi precedenti. A questo riguardo, però, il ministero evidenzia che l’ingente acquisto di voucher «da parte di soggetti che operano nel settore delle manifestazioni sportive e culturali si può spiegare come il risultato di un uso ormai consolidato del lavoro accessorio» nell’ambito di eventi sportivi, sociali e culturali che hanno un’effettiva natura occasionale, mentre per quanto concerne turismo, commercio e servizi è necessario un approfondimento per verificare eventuali utilizzi irregolari e “sommersione” di rapporti di lavoro in precedenza regolamentati da forme contrattuali tipiche.

Quanto agli importi incassati, il 92% dei lavoratori nel 2015 non ha percepito più di 2mila euro, contrariamente all’ipotesi per cui l’innalzamento del tetto a 7mila euro avrebbe fatto diventare il lavoro accessorio l’unica fonte di reddito per molte persone.

Tornando ai “correttivi” ai decreti attuativi del Jobs act, si apprende che i provvedimenti saranno più di uno, e, come da legge delega, potranno essere varati entro un anno dall’entrata in vigore del singolo D. lgs. che si punta a rivedere. In base a questo criterio sarebbero pertanto scaduti (lo scorso 7 marzo) i termini per modificare i primi due D. lgs., quello sui nuovi sussidi di disoccupazione e sulle tutele crescenti. Su quest’ultimo provvedimento rimane così appesa la modifica all’articolo 6, relativo all’offerta conciliativa in caso di licenziamento. L’attuale versione del D. lgs. indica 60 giorni per fare (e accettare) l’offerta. Può capitare però che l’azienda faccia l’offerta al 50esimo giorno, e così il rischio è di non avere i tempi materiali utili per procedere all’accettazione da parte del lavoratore, che comunque deve avvenire in una sede “protetta” (sindacato o direzione territoriale del lavoro). Ebbene, per risolvere questo problema, l’Esecutivo aveva in mente di precisare che entro i 60 giorni è sufficiente solo «inviare» la lettera d’offerta. L’interessato avrà poi 30 giorni per accettarla. Ma la scadenza del termine (per inerzie varie) per correggere il D. lgs. 23/2015 potrebbe chiudere la porta a questo correttivo (utile per le aziende).

Una riunione tra i tecnici di palazzo Chigi e ministero del Lavoro sui decreti correttivi è in calendario subito dopo Pasqua. Tra le modifiche in corso d’approfondimento, ce ne è una sul D. lgs. 150/2015 per far rientrare tutto il coordinamento sul tema «formazione» tra le competenze dell’Anpal (sottraendolo al ministero del Lavoro). Si sta valutando anche un chiarimento alla legge delega 183/2014 in materia di dimissioni e risoluzioni consensuali per assicurare certezza della cessazione del rapporto (valorizzando il comportamento concludente del lavoratore). Una richiesta su cui preme da tempo Confindustria, la quale ricorda come in caso di risoluzione “incerta” del rapporto di impiego le imprese siano costrette ad attivare il licenziamento, che comporta un aggravio di costi (ed espone le aziende a contenziosi).

Organizzazione. Secondo la Cassazione il giudice deve controllare l’equivalenza sul piano oggettivo e soggettivo con quelle vecchie. Nuove mansioni da verificare. Con il Jobs act sono esigibili tutte le funzioni riconducibili al medesimo inquadramento.

POSTED ON febbraio 25th  - POSTED IN Studio Legale

Anche in presenza di un nuovo sistema di classificazione definito dal contratto collettivo, dal quale sia derivato l’accorpamento in un’unica qualifica di profili professionali precedentemente inseriti in ambiti contrattuali diversi, non tutte le mansioni riconducibili alla nuova area contrattuale sono esigibili. Il giudice, infatti, è tenuto a verificare l’equivalenza sostanziale, sul piano oggettivo e soggettivo, delle nuove attività a quelle precedentemente svolte dal lavoratore.

Con sentenza 3422/2016 la Corte di cassazione ha affermato che un giudizio di equivalenza, in base all’articolo 2103 del Codice civile, costituisce presupposto ineliminabile per verificare la compatibilità delle nuove mansioni assegnate a un lavoratore rispetto a quelle di provenienza, quand’anche le une e le altre appartengano, in virtù della previsione contrattuale collettiva, alla medesima qualifica.

Questa conclusione, ad avviso della Suprema corte, deve essere confermata anche se il nuovo sistema di classificazione previsto dalla contrattazione collettiva, da cui è derivata l’inclusione in un’unica qualifica di profili in precedenza inseriti in aree contrattuali diverse, risponde a una riorganizzazione aziendale.

Sulla base di questi presupposti, un’azienda è stata condannata a risarcire il danno professionale di un addetto allo smistamento della corrispondenza in misura pari al 40% della sua retribuzione mensile, moltiplicata per i due anni nei quali, a seguito dell’accorpamento delle vecchie categorie professionali in nuove aree di inquadramento, il lavoratore è stato adibito a mansioni diverse da quelle originarie, ma riconducibili alla medesima area contrattuale.

Ad avviso della Cassazione, l’azienda non avrebbe dovuto limitarsi ad affermare la sussistenza di un’equivalenza convenzionale tra le mansioni di provenienza e quelle affidate al lavoratore con l’entrata in vigore del nuovo sistema di classificazione, ma avrebbe dovuto procedere, anche in tal caso, a una ponderata valutazione dell’idoneità delle nuove funzioni a garantire la salvaguardia in concreto del livello professionale acquisito e a consentire al lavoratore un accrescimento delle sue capacità.

La sentenza è paradigmatica di un assetto regolatorio oggi superato dalle nuove disposizioni del Jobs act che, in tema di esercizio del potere datoriale di variare le mansioni dei dipendenti, ha introdotto una disciplina indubbiamente più flessibile, tale per cui tutte le funzioni riconducibili al medesimo livello di inquadramento sono esigibili dall’imprenditore.

La nuova disciplina legale, frutto delle modifiche introdotte dall’articolo 3 del Dlgs 81/2015, prevede inoltre che l’imprenditore possa attribuire ai lavoratori mansioni che rientrano nel livello di inquadramento immediatamente inferiore, se ciò sia giustificato da un mutamento degli assetti organizzativi aziendali.

Rispetto al quadro ben più ingessato nel cui ambito si è espressa la sentenza della Cassazione, le nuove regole confermano i maggiori spazi di movimento di cui gode oggi l’imprenditore nella gestione del personale, tale per cui, onde evitare che sia contestato un esercizio illecito dello jus variandi datoriale, sarà sufficiente accertare che le nuove mansioni assegnate ai lavoratori siano riconducibili al medesimo livello contrattuale o, se relative a un livello inferiore, che siano state attribuite in forza di una effettiva riorganizzazione interna.

Jobs Act. Pro e contro del nuovo strumento di remunerazione tramite i voucher. Utili, ma con qualche spina

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Possibili elusioni se non c’è obbligo sulla data della prestazione e senza banda larga e difficile sfruttarli.

Rappresentano una delle novità più importanti del Jobs Act. I voucher hanno certamente impresso un’accelerazione all’emersione del lavoro nero e all’aumento dell’occupazione. Il meccanismo, secondo gli esperti, però, presenta ancora alcuni punti oscuri in merito alla procedura da adottare. Per sgombrare il campo da equivoci, meglio ricostruire il processo di applicazione.

Il compenso annuale lordo può essere al massimo di 9.333 euro. Si tratta dell’importo percepito dal lavoratore e non della cifra che deve sborsare il committente che si avvale della prestazione dei lavoratori. In particolare, le attività lavorative per committenti imprenditori o professionisti possono essere svolte a favore di ciascun singolo “datore di lavoro occasionale” per compensi non superiori a 2.000 euro (corrispondenti a 2.693 euro lordi). Tale limite non si applica ai committenti privati che possono ricorrervi fino al limite di 7.000 euro (9.333 euro lorde).

Nel settore agricolo il voucher può essere utilizzato nell’ambito delle attività di carattere stagionale effettuate da pensionati o giovani con meno di venticinque anni di età se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici, ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università.

Ma come funzionano i voucher? Gli acquisti possono essere fatti presso le rivendite autorizzate. Il testo normativo prevede a regime l’obbligo di inoltrare la comunicazione, prima dell’inizio della prestazione, in via telematica alla direzione territoriale del lavoro competente. Attualmente la comunicazione va fatta all’Inps. E deve essere preventiva e contenere: i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore; il luogo della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore ai trenta giorni successivi; l’importo lordo presunto.

La comunicazione ha lo scopo di assicurare la tracciabilità e consentire agli organi preposti di effettuare le opportune verifiche ed evitare gli abusi. In campo agricolo l’importo del voucher è pari a quello della retribuzione oraria delle prestazioni dei lavoratori dipendenti.

I consulenti del lavoro hanno svolto un’analisi approfondita del nuovo testo individuando una serie di aspetti positivi introdotti dai voucher. Si parte dalla considerazione che la procedura è snella e semplice in quanto gestibile telematicamente senza necessità di eccessive conoscenze informatiche.

Facile anche l’acquisto del voucher e il suo incasso: entrambe le operazioni possono essere svolte presso i tabaccai. C’è poi la tracciabilità delle prestazioni sul sito Inps per ogni lavoratore. Attraverso un semplice monitoraggio è possibile verificare il totale delle prestazioni ed evitare sforamenti.

“Fermo restando gli aspetti positivi di questa riforma” – afferma Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi Consulenti del lavoro – “esiste, però, un concreto rischio di elusione nel momento in cui la procedura non richiede la puntuale indicazione del giorno e dell’orario della effettiva prestazione (richiede un arco temporale all’interno del quale verrà utilizzato il voucher per il lavoratore interessato)”. Altra criticità è riscontrabile in alcuni luoghi d’Italia dove non c’è sufficiente copertura della linea Internet. Capita, quindi, di non riuscire ad acquistare i buoni presso le ricevitorie abilitate per mancanza di linea e, di conseguenza, nemmeno di comunicare l’acquisto.

Back to Top