Archive : Tag

Divorzio breve: la legge in Gazzetta Ufficiale

POSTED ON aprile 6th  - POSTED IN Studio Legale

E’ stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale 11 maggio 2015, n. 107 la cosiddetta legge sul Divorzio breve (Legge 6 maggio 2015, n. 55), che interviene sulla disciplina della separazione e del divorzio, riducendo i tempi per la domanda di divorzio, fino a questo momento fissati dal legislatore in tre anni dalla avvenuta separazione giudiziale o consensuale tra i coniugi.

L’intervento legislativo completa il quadro delle misure acceleratorie in materia di divorzio e di separazione, recentemente introdotte dalla legge 10 novembre 2014, n. 162 di conversione in legge del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132 – recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile – che ha previsto la possibilità di bypassare il procedimento di fronte al tribunale mediante la negoziazione assistita da avvocati e gli accordi di separazione e divorzio conclusi davanti all’ufficiale dello stato civile.

Con la riforma, si è voluto ridurre lo spatium deliberandi per un’eventuale riconciliazione o ripensamento, ma non è stato compiuto il passo, più deciso, quello di eliminare la fase della separazione per giungere fin da subito allo scioglimento del vincolo matrimoniale.

La legge interviene con soli tre articoli che apportano i seguenti cambiamenti.

  • Anticipazione della domanda di divorzio

L’art. 1 della nuova legge va a modificare l’art. 3 comma 1 lett. b n. 2 della legge n. 898/1970 che disciplina i casi di scioglimento del matrimonio.

Nelle separazioni giudiziali: si riduce da tre anni a dodici mesi la durata minima del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che legittima la domanda di divorzio; il termine decorre – come attualmente previsto – dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Nelle separazioni consensuali, anche in caso di trasformazione da giudiziale in consensuale: si riduce a sei mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio; il termine decorre analogamente dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale. I sei mesi decorrono inoltre, pur non essendo specificato nel testo di legge, dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da avvocati ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

Nella prima versione del disegno di legge inviata dalla Camera all’esame del Senato, era stato previsto che se, al momento della proposizione della domanda di divorzio, fosse stata ancora pendente la causa di separazione, in relazione alle domande accessorie come il mantenimento, la causa di divorzio doveva essere assegnata allo stesso giudice della separazione personale. L’inciso è stato soppresso.

Inoltre, il Senato ha eliminato la disposizione che prevedeva espressamente l’ultrattività – ovvero la conservazione dell’efficacia anche dopo l’estinzione del processo fino a che non sia sostituita da altro provvedimento – dell’ordinanza presidenziale, con la quale si adottano i provvedimenti provvisori e urgenti, anche in relazione al ricorso per la cessazione degli effetti civili o per lo scioglimento del matrimonio. Attualmente l’art. 189 disp. att. c.p.c. lo prevede per il procedimento di separazione personale.

Il grande nodo della riforma ha riguardato la possibilità di eliminare il passaggio obbligato della separazione e arrivare direttamente al divorzio.

La Commissione giustizia del Senato aveva proposto l’aggiunta di un altro comma all’art. 1 del disegno di legge che prevedeva l’inserimento di un nuovo articolo 3 bis della legge n. 898/1970, tramite il quale si dava libero accesso alla domanda di divorzio anche in assenza di separazione legale. Il così detto Divorzio diretto sarebbe stato possibile soltanto per le coppie senza figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai ventisei anni economicamente non autosufficienti, mediante un ricorso congiunto presentato esclusivamente all’autorità giudiziaria competente.

Tuttavia in Aula la disposizione non è passata, è stata stralciata dal testo poi tornato all’altro ramo del Parlamento, ed è diventato un autonomo disegno di legge (il n. 1504 bis) ancora pendente con un proprio iter.

  • Scioglimento anticipato della comunione legale

La seconda novità riguarda lo scioglimento anticipato della comunione legale.

L’art. 2 modifica l’art. 191 c.c. inserendo un’ulteriore comma che prevede lo scioglimento della comunione legale: in caso di separazione giudiziale, nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, in caso di separazione consensuale, dalla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione dei coniugi dinanzi al presidente, purché successivamente omologato.

Fino ad oggi la comunione legale si scioglieva con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale o del decreto di omologa della separazione consensuale.

Lo scioglimento ha efficacia ex nunc, quindi non retroagisce fino al momento della domanda di separazione personale. Ciò comportava molteplici conseguenze di ordine negativo. In primo luogo il rischio che il patrimonio comune rimanesse immobilizzato, almeno per tutta la durata del giudizio di 1° grado per la separazione giudiziale, se non addirittura per altri due gradi di giudizio.

Gli acquisti compiuti da un solo coniuge in questo lasso di tempo potevano cadere in comunione, anche se i coniugi ormai non coabitavano più ed era venuta meno la comunione morale e spirituale che li univa, ed era, infine, possibile per un coniuge disporre dei beni comuni sottraendo sostanze al patrimonio familiare.

La Cassazione aveva riconosciuto la possibilità di avanzare la domanda di divisione anche se non fosse ancora formato il giudicato sulla sentenza di separazione, purché questo requisito sussistesse al momento della pronuncia di divisione (Cass. Civ. n. 4757/2010).

In presenza di una sentenza parziale, che pronunciava soltanto sullo lo status dei coniugi mentre il giudizio proseguiva su altri aspetti economici o relativi ai figli, era possibile avviare il giudizio di divisione anche durante la fase del procedimento di separazione personale.

La modifica legislativa consente pertanto di definire fin da subito i rapporti patrimoniali tra coniugi in regime di comunione legale.

Lo stesso articolo della legge di riforma aggiunge una previsione di natura procedurale secondo cui l’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione sull’atto di matrimonio.

  • Applicazione della nuova legge ai procedimenti in corso

L’art. 3 della legge, infine, disciplina la fase transitoria. Le nuove previsioni sulla riduzione dei tempi di proposizione della domanda di divorzio e di anticipazione dello scioglimento della comunione legale, si applicano alle domande di divorzio proposte dopo l’entrata in vigore della legge, anche quando sia pendente a tale data il procedimento di separazione personale che è presupposto della domanda.

LEGGE 6 maggio 2015, n. 55 – Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché’ di comunione tra i coniugi. – (GU n. 107 del 11-5-2015) – Vigente al: 26-5-2015

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

Il Presidente della Repubblica promulga la seguente legge:

Art. 1: 1. Al secondo capoverso della lettera b), del numero 2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, le parole: « tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».

Art. 2: 1. All’articolo 191 del codice civile, dopo il primo comma e’ inserito il seguente:

«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione».

Art. 3: 1. Le disposizioni di cui agli articoli 1 e 2 si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima data.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015.

MATTARELLA

Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri

Visto, il Guardasigilli: Orlando.

Accordi di separazione con assegno di mantenimento dal sindaco: ora si può! – Circolare Ministero, Interno 24/04/2015 n. 6

POSTED ON marzo 16th  - POSTED IN Studio Legale

Accordi di separazione con assegno di mantenimento dal sindaco: ora si può! La circolare ministeriale n. 6 del 2015 offre importanti chiarimenti applicativi con riguardo all’art. 12 del D.L. 132/2014 il quale consente ai coniugi di recarsi presso il Comune di residenza di uno degli sposi o il comune in cui il matrimonio è stato iscritto o trascritto e, innanzi al Sindaco quale ufficiale dello stato civile, concludere un accordo di separazione o di divorzio alle condizioni da loro stessi concordate.

Analogamente per la modifica delle precedenti condizioni di separazione e divorzio.

Queste le nuove indicazioni.

Possibilità di includere nell’accordo l’assegno di mantenimento.

L’accordo non può contenere, dice il 2° comma dell’art. 12, patti di trasferimento patrimoniali. Il dubbio consisteva nel dare al concetto di trasferimento patrimoniale un’accezione più ampia comprensiva di ogni scambio economico-patrimoniale che escludesse l’inserimento di una clausola relativa all’assegno di mantenimento per il coniuge più debole.

Il termine trasferimento patrimoniale non sembrava riferirsi all’assegno di mantenimento, stante il carattere prevalentemente assistenziale dell’attribuzione, espressione del più generale dovere di mantenimento (art. 143 c.c.).

Tuttavia, una precedente circolare del Ministero dell’Interno n. 19/2014, aveva specificato che la ratio della previsione è di dispensare l’ufficiale del Comune da qualunque valutazione di natura economica o finanziaria nella redazione dell’atto e pertanto non erano accettati gli accordi contenenti previsioni patrimoniali di qualunque tipo.

In base a quanto specificato nella circolare n. 6/2015 l’accordo concluso innanzi all’Ufficiale dello stato civile può contenere la previsione di un obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di assegno periodico. Si tratterebbe, infatti, di disposizioni negoziali che fanno sorgere un rapporto di tipo obbligatorio che non produce effetti traslativi su un bene determinato.

Per questo motivo, resta esclusa la previsione della corresponsione dell’assegno periodico in un’unica soluzione, (c.d. una tantum), poiché in questo caso si è di fronte ad un’attribuzione patrimoniale.

Anche in caso di modifica delle precedenti condizioni di separazione o divorzio è possibile chiedere l’attribuzione di un assegno periodico, oppure la sua revoca o revisione.

L’ufficiale dello stato civile, in tutti i casi, recepirà quanto concordato senza entrare nel merito della somma pattuita o della congruità della stessa.

Sulla base di quanto specificato, non sembra essere consentito inserire nell’accordo l’assegnazione della casa familiare.

Accesso alla procedura in caso di presenza di figli minori di uno solo dei coniugi

L’art. 12, comma 2 del d.l. preclude il ricorso all’istituto per i coniugi con figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci.

Con una rigida e irrazionale interpretazione, i Comuni avevano interpretato la disposizione nel senso di rifiutare la richiesta se anche uno solo dei due coniugi avesse figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci, avuti da una precedente relazione.

La circolare 6/2015 ha chiarito che il divieto deve essere riferito ai soli figli comuni della coppia.

Decorrenza dei termini per la trasmissione dell’accordo di negoziazione al Comune

Nel procedimento di negoziazione assistita la legge 162/2014 di modifica del D.L. 132/2014, ha introdotto un controllo successivo ad opera del Procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale effettua un controllo sulla regolarità dell’accordo in caso di coppia senza figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci. In caso contrario il P.M. deve compiere una valutazione di rispondenza dell’accordo all’interesse dei figli e poi autorizzarlo oppure rinviare le parti innanzi al Presidente del Tribunale.

Dopo l’apposizione del nulla osta o dell’autorizzazione della Procura, nella fase conclusiva della procedura, l’avvocato è gravato di una particolare responsabilità, in quanto deve trasmettere entro il termine di dieci giorni, all’Ufficiale dello stato civile del Comune, copia autenticata dallo stesso, dell’accordo munito delle certificazioni di cui all’art. 5, D.L. 132/2014. La conseguenza di un eventuale ritardo o omissione comporta per l’avvocato l’applicazione di sanzioni pecuniarie gravi, da euro 2.000 a euro 10.000, che saranno irrogate dal Comune ricevente l’atto. La disposizione contenuta nell’art. 6 n. 3, non specificava da quale data dovesse decorrere il termine di dieci giorni.

La circolare ha precisato che ai sensi dell’art. 6, n. 2 del d. legge 132/2014, il termine di dieci giorni entro il quale l’avvocato della parte che ha firmato l’accordo di negoziazione assistita deve trasmettere l’atto, decorre dalla data di comunicazione alle parti del provvedimento del P.M. a cura della segreteria dello stesso. Si applica, infatti, il principio generale contenuto nell’art. 136 c.p.c. secondo cui i provvedimenti resi fori udienza, devono essere portati a conoscenza delle parti mediante comunicazione.

Adempimento dell’onere di trasmissione anche da parte di un solo avvocato

Fermo restando che le parti devono essere assistite ciascuna da un avvocato nel procedimento di negoziazione assistita, tuttavia la circolare specifica che anche uno solo dei due avvocati che ha assistito il coniuge e ha sottoscritto l’atto, può provvedere alla trasmissione dell’accordo al Comune.

Di conseguenza la sanzione amministrativa sarà applicata solo quando nessuno dei due avvocati provveda a trasmettere l’atto nei termini prescritti.

Negoziazione assistita: guida al nuovo istituto e facsimile trasmissione della convenzione ex art. 6 D.L. 12 settembre 2014, n. 132, conv. con L. 10 novembre 2014 n. 162

POSTED ON marzo 3rd  - POSTED IN Studio Legale

Il nuovo istituto della negoziazione assistita, ispirato all’analogo modello francese, ha trovato ingresso nell’ordinamento giuridico italiano con il recente “decreto giustizia” (d.l. n. 132/2014, convertito nella l. n. 162/2014), finalizzato a dettare “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile”.

Unitamente al trasferimento in sede arbitrale dei procedimenti pendenti, la nuova procedura di negoziazione assistita mira, nelle intenzioni della riforma, a portare fuori i contenziosi dalle aule dei tribunali, bloccando a monte l’afflusso dei processi costituendo un’alternativa stragiudiziale all’ordinaria risoluzione dei conflitti.

Il d.l. n. 132/2014 dedica alla disciplina della negoziazione assistita l’intero capo II rubricato, appunto “Procedura di negoziazione assistita da uno o più avvocati”, che acquisterà piena efficacia decorsi 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione (a partire, quindi, dal 9 febbraio 2015).

La convenzione di negoziazione

La negoziazione assistita consiste nell’accordo (c.d. convenzione di negoziazione) tramite il quale le parti in lite convengono “di cooperare in buona fede e lealtà”, al fine di risolvere in via amichevole una controversia, tramite l’assistenza di avvocati, regolarmente iscritti all’albo ovvero facenti parte dell’avvocatura per le pubbliche amministrazioni.

La convenzione deve contenere, a norma dell’art. 2 del d.l. n. 132/2014, sia il termine concordato dalle parti per l’espletamento della procedura, che non può essere inferiore a un mese e superiore a tre (salvo proroga di 30 giorni su richiesta concorde delle parti), sia l’oggetto della controversia, che non può, come dispone expressis verbis la norma, riguardare né i diritti indisponibili né materie di lavoro.

La convenzione deve essere redatta, a pena di nullità, in forma scritta e deve essere conclusa con l’assistenza di uno o più avvocati, i quali certificano l’autografia delle sottoscrizioni apposte all’accordo sotto la propria responsabilità professionale.

Il procedimento

L’iter procedimentale delineato dal legislatore d’urgenza comincia con l’informativa da parte dell’avvocato al proprio cliente della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita.

La parte che sceglie di affidarsi alla nuova procedura invia alla controparte, tramite il proprio legale, invito a stipulare la convenzione di negoziazione. Tale invito deve essere debitamente sottoscritto e indicare l’oggetto della controversia e l’avvertimento che in caso di mancata risposta entro trenta giorni o di rifiuto ciò costituirà motivo di valutazione da parte del giudice ai fini dell’addebito delle spese di giudizio, della condanna al risarcimento per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. e di esecuzione provvisoria ex art. 642 c.p.c.

Altro effetto principale, decorrente dalla comunicazione dell’invito, è quello di interrompere il decorso della prescrizione (analogamente all’ordinaria domanda giudiziale) e la decadenza; quest’ultima però è impedita per una sola volta e, in caso di rifiuto, mancata accettazione dell’invito o mancato accordo, da questo momento ricomincia a decorrere il termine per la proposizione della domanda giudiziale.

Se l’invito è accettato, si perviene allo svolgimento della negoziazione vera e propria, la quale può avere esito positivo o negativo. In quest’ultimo caso, gli avvocati designati dovranno redigere la dichiarazione di mancato accordo. Nel primo caso, invece, quando l’accordo è raggiunto, lo stesso deve essere sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che le assistono che certificano sia l’autografia delle firme che la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

L’accordo costituisce titolo esecutivo e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale e deve essere integralmente trascritto nel precetto ai sensi dell’art. 480, 2° comma, c.p.c.

La negoziazione obbligatoria

Accanto alla negoziazione facoltativa, il legislatore ha previsto anche ipotesi di negoziazione assistita obbligatoria per le azioni riguardanti il risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti e per le domande di pagamento a qualsiasi titolo di somme, purché non eccedenti 50.000 euro e non riguardanti controversie assoggettate alla disciplina della c.d. “mediazione obbligatoria”.

Nei suddetti casi, l’art. 3 del d.l. n. 132/2014 dispone che “l’esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale”.

L’improcedibilità deve essere eccepita, non oltre la prima udienza, dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice. Qualora, la negoziazione assistita sia già iniziata ma non conclusa, il giudice provvederà a fissare l’udienza successiva dopo la scadenza del termine fissato dalle parti per la durata della procedura di negoziazione e indicato nella convenzione stessa. Qualora, invece, la negoziazione non sia ancora stata esperita, il giudice, oltre a provvedere alla fissazione dell’udienza successiva assegna contestualmente alle parti un termine di quindici giorni per la comunicazione dell’invito. Va da sé che se l’invito è seguito da un rifiuto o da una mancata risposta entro trenta giorni dalla ricezione, ovvero quando è decorso il termine per la durata della negoziazione concordato dalle parti, la condizione di procedibilità può considerarsi avverata.

La negoziazione in materia di separazione e divorzio

L’art. 6 del II capo del decreto giustizia è dedicato alla particolare ipotesi di negoziazione assistita in materia di separazione e divorzio. Profondamente modificata in sede di conversione, la disciplina prevede che tramite la convenzione di negoziazione assistita (da almeno un avvocato per parte) i coniugi possano raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio (nei casi di cui all’art. 3, 1° comma, n. 2, lett. b) della l. n. 898/1970), nonché di modifica delle condizioni di separazione o divorzio precedentemente stabilite.

La procedura è applicabile, a seguito delle modifiche apportate in sede di conversione del decreto, sia in assenza che in presenza di figli minori o di figli maggiorenni, incapaci, portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.

Nel primo caso, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è sottoposto al vaglio del procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, se non ravvisa irregolarità comunica il nullaosta agli avvocati.

Nel secondo caso, invece, il pm, cui va trasmesso l’accordo concluso entro 10 giorni, lo autorizza solo se lo stesso è rispondente all’interesse dei figli. Qualora, al contrario, il procuratore ritenga che l’accordo non corrisponda agli interessi della prole, lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, il quale, nel termine massimo di trenta giorni, dispone la comparizione delle parti, provvedendo senza ritardo.

Una volta autorizzato, l’accordo, nel quale gli avvocati devono dare atto di aver esperito il tentativo di conciliazione tra le parti informandole della possibilità di ricorrere alla mediazione familiare, è equiparato ai provvedimenti giudiziali che definiscono gli analoghi procedimenti in materia.

 

Dopo la sottoscrizione della convenzione di negoziazione, il legale della parte ha l’obbligo di trasmetterne copia autenticata munita delle relative certificazioni, entro 10 giorni, a pena di sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 a 10.000 euro, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto per tutti gli adempimenti successivi necessari (trascrizione nei registri di stato civile; annotazioni sull’atto di matrimonio e di nascita; comunicazione all’ufficio anagrafe).

Il ruolo degli avvocati

Il nuovo istituto assegna un ruolo determinante agli avvocati, ai quali vengono conferiti determinati poteri e attribuiti una serie di obblighi cui attenersi scrupolosamente al fine di non incorrere in illeciti deontologici e disciplinari.

Oltre all’obbligatorietà dell’assistenza “di uno o più legali” (ex art. 2, comma 5, d.l. n. 132/2014), elemento cardine della stessa negoziazione, agli avvocati vengono attribuiti, infatti, poteri di autentica e di certificazione delle sottoscrizioni autografe delle parti, della dichiarazione di mancato accordo, nonché della conformità della convenzione alle norme imperative e all’ordine pubblico.

Più pregnanti gli obblighi, previsti sia dall’art. 2, comma 7, il quale dispone che “è dovere deontologico per gli avvocati informare il cliente all’atto del conferimento dell’incarico della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita”, sia dall’art. 9 (rubricato, appunto, “Obblighi dei difensori e tutela della riservatezza”) che fissa esplicitamente il dovere per gli avvocati (oltre che per le parti) di comportarsi secondo lealtà e di tenere riservate le informazioni ricevute nel corso della procedura, non potendole utilizzare nell’eventuale giudizio avente (in tutto o in parte) il medesimo oggetto, né potendo le stesse costituire oggetto di deposizione da parte dei difensori.

La violazione delle prescrizioni costituisce illecito disciplinare, mentre costituisce illecito deontologico per l’avvocato impugnare un accordo alla cui redazione ha partecipato.

Non da ultimo, si segnalano gli obblighi procedurali di cui all’art. 11 (secondo il quale, i difensori sono tenuti a trasmettere, a fini di raccolta dati e monitoraggio, copia dell’accordo raggiunto a seguito di negoziazione al proprio Consiglio dell’ordine ovvero a quello del luogo dove l’accordo stesso è stato concluso), nonché soprattutto quelli di cui all’art. 6, comma 4, che obbliga l’avvocato della parte a trasmettere entro 10 giorni la copia dell’accordo di negoziazione in materia di separazione e divorzio all’ufficiale dello stato civile del Comune, a pena di sanzione amministrativa pecuniaria variabile da 2.000 a 10.000 euro.

 

FACSIMILE

 

All’ Ufficio di Stato Civile

del Comune di ……………………..….

 

TRASMISSIONE DELLA CONVENZIONE DI NEGOZIAZIONE ASSISTITA AI SENSI DELL’ART.6 D.L. 12 SETTEMBRE 2014, n. 132, CONVERTITO CON LEGGE 10 NOVEMBRE 2014 N. 162

 

L’avvocato………………………………..……… (PEC …………………………………….… ) nell’ interesse del proprio assistito signor …………………………………………………………… nato a …………………………………………… , il ………………………………………….. , codice fiscale ………………………………………………………… ,

titolo di studio ……………………………………………………………….……., (v. codifica 1)

condizione professionale o non professionale ……………………………………, (v. codifica 2)

posizione nella professione …………………………………………………….…, (v. codifica 3)

 

elettivamente domiciliato presso il suo studio in ……………………………………….…………. via ……………………………………………….…… (fax …………………………..……)

e

L’avvocato………………………………..……… (PEC …………………………………….… ) nell’ interesse della propria assistita signora ………………………………………………………… nata a …………………………………………… , il ………………………………………….. , codice fiscale ………………………………………………………… ,

titolo di studio ……………………………………………………………….……., (v. codifica 1)

condizione professionale o non professionale ……………………………………, (v. codifica 2)

posizione nella professione ………………………………………….……………, (v. codifica 3)

 

elettivamente domiciliato presso il suo studio in ……………………………………….…………. via ……………………………………………….…… (fax …………………………..……)

PREMESSO

che le parti hanno contratto matrimonio a …………………………………………..

□ iscritto

□ trascritto

nel Comune di ……………….………………….…………. (anno …..……….. atto ………..…. Parte …..…………. serie ..………. );

  1. che le parti in data ………………………………. hanno sottoscritto, con l’assistenza dei rispettivi difensori, convenzione di negoziazione assistita per la soluzione consensuale della:

 

  • separazione personale
  • scioglimento del matrimonio
  • cessazione degli effetti civili del matrimonio
  • modifica delle condizioni della separazione
  • modifica delle condizioni del divorzio;

 

  1. che il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente ha comunicato in data ……….…………..………….. agli avvocati:

□ il nulla osta

□ l’autorizzazione

per gli adempimenti ai sensi dell’ art. 6 comma 3, terzo periodo del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito con legge n. 162 del 6 novembre 2014

TRASMETTE/ONO

al competente Ufficiale dello Stato Civile copia autenticata della convenzione di negoziazione assistita, munita delle certificazioni e della attestazione di conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico, di cui all’ art. 5 del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito con legge n. 162 del 6 novembre 2014, ai fini delle annotazioni e delle comunicazioni previste dalla legge.

 

Firma congiunta

Avv. …………………………………                      Avv. ………………………………………

………………………………………                       …………………………………………….

 

Data …………………………………………….

 

Firma disgiunta

Avv. ……………………………………

 

Data …………………………………………….

 

CODIFICHE

 

  1. Codifiche titolo di studio

1 = Dottorato di ricerca; 2= Laurea Magistrale; 3 = Laurea di primo livello + ITS; 4 = Diploma superiore + IFTS; 5 = Licenza media/avviamento professionale; 6= Licenza elementare; 7 =Nessun titolo; 8 = Sconosciuto;

  1. Codifiche condizione professionale o non professionale

1 = Occupato/a; 2 = Casalingo/a; 3 = Studente/studentessa; 4 = Disoccupato/In cerca di prima occupazione; 5 = Ritirato/a dal lavoro (pensionato/a); 6 = Altra condizione non professionale; 7 = Sconosciuta/non fornita;

  1. Codifiche posizione nella professione

Lavoratore dipendente: 1 = dirigente privato; 2 = dirigente pubblico; 3 =quadro/impiegato privato; 4 =quadro/impiegato pubblico; 5 = operaio o assimilato privato; 6 = operaio o assimilato pubblico;

Lavoratore autonomo: 7 = imprenditore/ libero professionista; 8 = lavoratore in proprio; 9 = coadiuvante familiare/socio cooperativa; 10 = Collaboratore coord-continuativa/prestazione opera occasionale; 11 = Sconosciuta/non fornita.

 

Tribunale di Caltanissetta. La condivisione è ammessa nel rispetto degli accordi. Chi salta le visite ai figli non ha l’affidamento.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

No all’affidamento dei figli al genitore che non rispetta il regime di visita della prole stabilito dal giudice. Lo afferma il Tribunale di Caltanissetta (presidente Cammarata, relatore Balsamo) in una sentenza dello scorso 30 dicembre del 2015. La causa è stata promossa da una donna, che ha chiesto la separazione dal marito.

Nell’atto introduttivo del giudizio, la ricorrente aveva domandato l’affidamento condiviso dei figli. In corso di processo, però, ha esposto che il marito, violando i provvedimenti provvisori del presidente del Tribunale, non aveva versato l’assegno di mantenimento e aveva interrotto gli incontri con i bambini; così ha chiesto la decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale del padre, e comunque l’affidamento esclusivo della prole.

Dal canto suo, l’uomo ha sostenuto di non aver potuto adempiere l’obbligo di mantenimento a causa della disoccupazione; ha quindi aggiunto che le visite non erano state regolari per l’atteggiamento ostile della moglie. Nel pronunciare la separazione delle parti, il Tribunale afferma che non ricorrono le condizioni per dichiarare la decadenza dalla responsabilità genitoriale, prevista dall’articolo 330 del Codice civile allorché si accerti che il genitore viola o trascura i propri doveri; ma neanche per l’adozione degli altri “provvedimenti convenienti”, consentiti dal successivo articolo 333 nei casi in cui la condotta del genitore “appare comunque pregiudizievole al figlio”. Infatti, la psicologa del consultorio familiare aveva concluso che la relazione genitori-figli non evidenziava profili problematici; sicché – afferma il collegio nisseno – non sussistono pregiudizi che giustifichino l’adozione di uno quei provvedimenti. È, invece, accolta la richiesta di affidamento esclusivo.

Il Tribunale di Caltanissetta osserva che il legislatore ha riunito tutte le disposizioni concernenti i provvedimenti sull’esercizio della responsabilità genitoriale in un unico “capo”, applicabile ai procedimenti in materia di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e a quelli relativi ai figli nati fuori del matrimonio. Così facendo – si legge nella sentenza – “si è voluto definitivamente porre al centro l’interesse superiore del minore a mantenere rapporti con entrambi i genitori (…), in modo tale che le decisioni giudiziali che lo riguardano tengano conto, per quanto possibile, dell’esigenza di salvaguardare tale fondamentale diritto”. Sicché – conclude il Tribunale – alla regola dell’affidamento condiviso dei figli si può derogare “solo ove la sua applicazione risulti contraria all’interesse del minore (come sancito dall’articolo 337-quater del Codice civile)”. Nel caso in esame, l’uomo aveva violato l’obbligo di mantenimento e (cosa “ancor più rilevante”) non aveva rispettato il regime delle visite, così ledendo il “primario diritto dei figli minori a mantenere rapporti continuativi con entrambi i genitori”. Inoltre, “a fronte di asserite condotte impeditive” della moglie, non aveva fatto ricorso agli strumenti predisposti dall’ordinamento a tutela dei propri interessi e dei diritti della prole. Per queste ragioni, i figli sono affidati in via esclusiva alla madre, a cui è attribuito il compito di assumere le decisioni più importanti nel loro interesse.

Crescono i divorzi a Roma, ma la mediazione assistita non piace.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

È un fenomeno fluttuante, la risoluzione di un matrimonio finito. Il saliscendi dipende dalle nuove leggi, dai tempi, dalle informazioni in possesso di coppia e legali, dall’atteggiamento culturale. “Alcune nuove tendenze erano prevedibili, altre non hanno una lettura altrettanto chiara”, commenta Marco Meliti, presidente dell’associazione italiana di diritto e psicologia della famiglia, analizzando i dati sulle cause di separazione e divorzio raccolti nell’ultimo anno. Fonte diretta, il Tribunale di Roma. L’indagine riguarda il periodo tra 1 gennaio e novembre, a confronto 2014 e 2015. Ecco i risultati.

Divorzi: in netto aumento sia i giudiziali sia i consensuali, circa il 16% in più. Il motivo è la legge che abbrevia i tempi delle cause e che, dunque, favorisce decisioni di chiusura. Si concludono col taglio netto anche unioni ultratrentennali, il più delle volte per iniziativa di mariti over 60 che trovano compagne giovani.

Separazioni, anche qui una novità: diminuite del 9% forse perché anziché al tribunale i coniugi senza figli e senza beni da dividere preferiscono rivolgersi direttamente al Comune, ufficiale di Stato Civile. Il calo è stato più sensibile nelle consensuali, 25%, il 2% le giudiziali e questa distinzione di percentuali spiegherebbe questo cambiamento.

L’aspetto più sorprendente della ricerca è che si è fatto un uso molto moderato della negoziazione assistita, un nuovo strumento che consente di delegare l’accordo agli avvocati dei coniugi. Saranno i legali a depositare in tribunale l’accordo senza passare attraverso l’udienza. Un percorso che fa risparmiare tempo e alleggerisce il carico di lavoro dei giudici (i costi per i contendenti restano invece immutati). “Solo il 18% delle coppie ricorrono a questa scorciatoia per divorzio e separazione – dice il presidente dell’Associazione – Forse alla base c’è disinformazione. Bisogna incentivare la negoziazione assistita che permette di arrivare a separazione e divorzio in meno di un mese contro i sei necessari se si sceglie la via tradizionale”. In pratica oggi chi volesse, potrebbe porre definitivamente fine alla sua esperienza di vita a due in appena sette mesi: uno è necessario per la separazione, sei per il divorzio.

La convivenza forzata non blocca il divorzio in quanto la coabitazione non prova l’avvenuta riconciliazione.

POSTED ON febbraio 8th  - POSTED IN Studio Legale

Specie in tempi di crisi economica, quando vivere sotto lo stesso tetto anche se l’amore è finito, è spesso una necessità e non una scelta. La Corte di cassazione, con la sentenza 2360 depositata il 5 febbraio 2016, respinge il ricorso di una ex moglie che cercava, dopo la separazione, di scongiurare il divorzio giocandosi la carta della ritrovata comunione con l’ex marito, a suo avviso dimostrata, da una convivenza che si era protratta quasi fino alla data della domanda di divorzio.

La Cassazione però va oltre le apparenze. In primo luogo la Suprema corte ricorda che l’eccezione di sopravvenuta riconciliazione deve essere proposta dalle parti e non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, perché non investe motivi di ordine pubblico ma riguarda strettamente il rapporto di coppia.

Nel caso specifico poi c’erano diversi elementi che deponevano contro la ritrovata armonia: una domanda di addebito formulata dall’ex marito in primo grado e l’accertamento di una tensione che aveva indotto i due a vivere in camere separate.

La prova della convivenza non è in genere risolutiva ma lo è ancora di meno in tempi di recessione, quando la coabitazione è il risultato dell’impossibilità di trovare un altro alloggio a causa dei costi. La Cassazione non manca, infatti, di fare riferimento alla frequenza della «coabitazione inerziale» dovuta «alla notoria caduta dei redditi, accentuatasi in ragione della crisi economica del paese». Per i giudici manca il connotato della ricostituzione del consorzio familiare e del superamento delle condizioni che avevano portato i due a scegliere strade separate.

Per la signora nulla da fare: il divorzio è inevitabile. La ricorrente, che era stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato, riesce invece a scongiurare il pagamento del doppio del contributo unificato pur avendo perso anche in secondo grado. La Cassazione ricorda infatti che il ricorrente in Cassazione che usufruisce del beneficio, non è tenuto, in caso di rigetto dell’impugnazione, a versare l’ulteriore importo.

Back to Top