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Biotestamento, legge sul fine vita approvata definitivamente dal Parlamento

POSTED ON febbraio 20th  - POSTED IN Senza categoria

Biotestamento,  legge sul fine vita approvata definitivamente dal Parlamento

Cos’è il consenso informato, cosa sono le “Dat”, cosa si prevede per i minori, la possibilità della revoca: cosa c’è nel testo a cui Palazzo Madama ha dato il via libera definitivo.Approvato dalla Camera il 20 aprile scorso, il disegno di legge sul biotestamento ha ricevuto il via libera definitivo al Senato. Il cuore del provvedimento è l’articolo 3 sulle disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Ecco il testo punto per punto:

IL CONSENSO INFORMATO – Il testo prevede che, nel rispetto della Costituzione, nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. Viene “promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato” e “nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari”.

I MINORI – Per quanto riguarda i minori “il consenso è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore”.

LE DISPOSIZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO – Ogni “persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di un’ eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso “Disposizioni anticipate di trattamento” (Dat), esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali”. Le Dat, sempre revocabili, risultano inoltre vincolanti per il medico e “in conseguenza di ciò – si afferma – è esente da responsabilità civile o penale”. Devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata, con sottoscrizione autenticata da notaio o altro pubblico ufficiale o da un medico dipendente del Servizio sanitario nazionale o convenzionato. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, possono essere espresse attraverso videoregistrazione”. In caso di emergenza o di urgenza, precisa inoltre il ddl, “la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni”.

PIANIFICAZIONE DELLE CURE – Nella relazione tra medico e paziente “rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

L’ITER – Il provvedimento è stato approvato il 20 aprile dalla Camera. Durante l’esame in commissione al Senato sono stati presentati migliaia di emendamenti, 3005 solo in Aula. La presidente della commissione Emilia De Biasi a fine ottobre si è dimessa da relatrice proponendo, per accorciare i tempi di esame, di valutare l’invio in Aula del testo senza relatore.

Danno biologico, via libera alla tabella unica nazionale ma solo per i sinistri.

POSTED ON febbraio 13th  - POSTED IN Senza categoria

Danno biologico, via libera alla tabella unica nazionale ma solo per i sinistri. La novità è introdotta dalla legge sulla concorrenza

Con l’approvazione del Ddl concorrenza finalmente le Tabelle del Tribunale di Milano per il risarcimento del danno alla persona delle vittime della strada in ambito rc auto diventano le tabelle legislative uniche nazionali!
La riforma (comma 17 dell’articolo unico del Ddl) riguarda solo ed esclusivamente l’articolo 138 del codice delle assicurazioni e quindi solo le vittime della strada.
I valori monetari del risarcimento del danno alla persona quindi non subiranno più il rischio di riduzioni e tagli sotto la spinta dell’Ania.
Tabelle uniche monetarie del risarcimento del danno biologico uguali per tutti entro 120 giorni (indicativi e non tassativi) dalla pubblicazione della legge tenendo conto dei “criteri di valutazione del danno non patrimoniale ritenuti congrui dalla consolidata giurisprudenza di legittimità”. Ovvero dalla Suprema Corte di Cassazione!!
Il testo di riforma licenziato dal Senato alla fine non contiene la parola “Milano”, ma rinvia alla interpretazione dei criteri di legittimità e segna la fine dell’applicazione dei valori delle Tabelle del Tribunale di Roma.
E’ utile ricordare al Presidente della Repubblica che firmerà la tabella e prima ancora al Presidente del Consiglio dei Ministri che proporrà la tabella legislativa dei valori monetari per le macrolesioni da 10 a 100 punti di invalidità che, prima con la sentenza n. 12408 del 7 giugno 2011 e poi con la sentenza n. 10263 del 20 maggio 2015, la Corte di Cassazione ha indicato a tutti i tribunali italiani (ed al legislatore) che le tabelle di Milano hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio italiano.
La tabella unica, come precisato al comma 18, si applicherà “ai sinistri e agli eventi verificatisi successivamente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto del Presidente della Repubblica” .
Le tabelle delle menomazioni medico legali e psicologiche di valutazione del danno biologico alla integrità psichica e fisica dovranno parallelamente essere stabilite e proposte dalla Presidenza del CdM ma il ddl non dà a questo proposito alcuna indicazione di riferimento.

E’ da auspicare che la medicina legale italiana e la psicologia tramite le società scientifiche di riferimento ottengano la necessaria attenzione di riferimento per una tabella delle menomazioni che rispetti la evoluzione scientifica dell’ultimo decennio.

Figlio nato fuori del matrimonio i diritti nascono prima del riconoscimento

POSTED ON ottobre 12th  - POSTED IN Mediazione

Figlio nato fuori del matrimonio i diritti nascono prima del riconoscimento, – Tribunale, Prato, sez. unica civile, sentenza 27/07/2017 n° 652
Nel giudizio di opposizione al riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio, la sentenza che tiene luogo del consenso mancante del genitore che per primo ha riconosciuto il figlio, può disporre direttamente sull’affidamento e il mantenimento del minore.
Non è necessario il successivo atto di riconoscimento per il sorgere dei diritti del figlio e per la regolamentazione della responsabilità genitoriale.
Il Tribunale di Prato, nell’emissione di sentenza che tiene luogo del consenso mancante al riconoscimento del minore, ha ritenuto conforme ai principi di diritto contenuti nelle leggi nazionali e internazionali, la decisione contestuale sull’affidamento e il mantenimento (Trib. Prato n. 652 del 27.7.2017).
Il caso
La coppia aveva avuto una fugace e burrascosa relazione dalla quale era nata una bambina. La donna aveva denunciato l’uomo per il comportamento violento tenuto nei suoi confronti, dal quale era scaturito il procedimento penale, non ancora concluso, per i reati di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori.
Il GIP aveva emesso in via cautelare un divieto di avvicinamento all’ex compagna.
Essendosi opposta al riconoscimento della bambina da parte del padre, questi aveva depositato ricorso ai sensi dell’art. 250 c.c., per ottenere un provvedimento che sostituisse il consenso mancante.
Chiedeva inoltre l’attribuzione del proprio cognome alla figlia ex art. 262 c.c. e la statuizione sull’affidamento e il mantenimento.
Il Tribunale nominava un curatore per la minore dell’età di 21 mesi, stante l’ipotetico conflitto di interessi della figlia con la madre, che si opponeva al riconoscimento ritenendo il comportamento violento del padre pregiudizievole e pericoloso per la sana crescita della bambina.
La causa è stata istruita con una CTU volta ad indagare le capacità genitoriali ed educative delle parti.
La sentenza
Il provvedimento del tribunale Toscano, preliminarmente, fa il punto sulla giurisprudenza di legittimità in tema di rifiuto del consenso al riconoscimento.
Il principio ormai consolidato è che dal riconoscimento non deve derivarne un beneficio per il figlio, ciò che rileva è l’esclusione di un qualsiasi motivo grave e irreversibile che potrebbe compromettere lo sviluppo psicofisico del minore (Cass. Civ. n. 2878/2005 e Cass. Civ. n. 4/2008).
A parere dell’organo giudicante, la misura restrittiva non può essere considerata grave e irreversibile motivo, essendo ancora il procedimento in corso, e trattandosi di un primo ed isolato episodio.
Inoltre, il padre della minore ha sempre dimostrato concreto interesse per la piccola, chiedendo informazioni durante la gravidanza e manifestando ripetutamente la volontà di riconoscere la figlia.
Anche dall’osservazione in sede peritale era emersa una buona interazione padre/figlia e un atteggiamento piuttosto collaborativo della madre.
Statuendo sul consenso al riconoscimento, il Tribunale di Prato, nell’interesse della minore ha adottato contestualmente i provvedimenti opportuni di affidamento e mantenimento, in maniera conforme a quanto disposto dall’art. 250 IV comma c.c.
Sul punto, i giudici non hanno aderito al recente orientamento del Tribunale di Milano che nega tale possibilità poiché lo status di figlio non sussisterebbe fino a quando non sia effettuato il riconoscimento. La parte, ottenuta l’autorizzazione, potrebbe non dar corso al riconoscimento (Trib. Milano 16 aprile 2016).
Una tale interpretazione contrasterebbe con lo spirito della riforma della filiazione del 2012 che ha abolito la distinzione tra figli naturali e legittimi.
L’assunzione dei diritti e dei doveri non è subordinata al riconoscimento e ciò si evince dall’abrogazione dell’art. 261 c.c., dai nuovi artt. 315 e 315 bis c.c. che sanciscono il diritto del “figlio” ad essere mantenuto, educato, istruito e assistito dai genitori.
Anche secondo la Corte di Cassazione, tali diritti del figlio sono “eziologicamente connessi alla procreazione” (Cass. Civ. n. 5562/2012 e Cass. Civ. n. 26205/2013).
Pertanto, nel giudizio in oggetto l’atto di riconoscimento del figlio, condiziona esclusivamente la valenza dello status di figlio rispetto ai terzi e il concreto esercizio della responsabilità genitoriale, in considerazione dei profili di pubblicità derivanti dalla registrazione negli archivi dello stato civile.
La sentenza che tiene luogo del consenso mancante del genitore che per primo ha effettuato il riconoscimento potrà essere direttamente annotata nell’atto di nascita del minore ai sensi dell’art. 49 comma 1 lett. K del D.p.r. 396/2000, avendo il genitore già manifestato nelle forme di legge la volontà di riconoscimento attraverso il ricorso giudiziale.
La proposizione del ricorso contenente tale volontà non può, infatti, essere revocata ai sensi dell’art. 256 c.c.
In tale giudizio può essere decisa anche l’attribuzione del cognome del genitore che ha eseguito il riconoscimento successivamente.
Nel caso di specie il tribunale ha ritenuto di accogliere la domanda del padre di aggiungere il suo cognome a quello della madre, valutando la conformità agli interessi della minore.
Alla tenera età di 21 mesi il cognome materno non ha ancora assunto attitudine identificatrice e con l’aggiunta del cognome paterno la bambina potrà maturare il percorso che ha portato al suo riconoscimento paterno.
La minore è stata pertanto affidata ad entrambi i genitori, con previsioni di incontri padre/figlia graduali e protetti, oltre al monitoraggio del nucleo familiare da parte del servizio sociale.

Cure mediche del figlio: la medicina tradizionale prevale sull’omeopatia

POSTED ON ottobre 12th  - POSTED IN Mediazione

Cure mediche del figlio: la medicina tradizionale prevale sull’omeopatia
-il Tribunale, Roma, sez. I, ordinanza 16/02/2017
In caso di contrasto tra i genitori in merito alle cure mediche da somministrare alla figlia minore, prevale il genitore che predilige la medicina tradizionale prescritta dall’ospedale rispetto a quello che intende sottoporre la figlia a cure omeopatiche. Inoltre, qualora i conflitti tra i genitori permangano, l’Autorità giudiziaria può senz’altro intervenire affinché siano adottate le misure preordinate a tutelare il «diritto alla salute» dell’incapace.
Il caso concreto
Il Tribunale di Roma si è occupato del conflitto tra due genitori, titolari della «responsabilità genitoriale» sulla figlia minore affetta da otite (si tratta di un’infiammazione del condotto uditivo esterno), degenerata poi in ipoacusia (si tratta dell’indebolimento dell’apparato uditivo), patologie riscontrate a seguito di accertamenti effettuati presso una struttura ospedaliera e, per curare le quali, i medici avevano prescritto taluni trattamenti e controlli.
I genitori non erano però d’accordo circa la natura dei trattamenti: il padre voleva sottoporre la figlia a cure di medicina tradizionale (prescritte dall’ospedale), invece, la madre preferiva ricorrere a metodi omeopatici, su indicazione di un medico pediatra privato.
Per avere una situazione più completa e dettagliata del quadro clinico della bambina, era stata inoltre disposta una “consulenza tecnica d’ufficio” (C.T.U.) e il professionista aveva suggerito all’Autorità giudiziaria di nominare un tutore, vale a dire un terzo imparziale, vista la rigidità dei genitori, incapaci di collaborare e in grado di sottoporre la figlia a cure differenti e non coordinate, potenzialmente pericolose per la salute della minore. Peraltro, era emerso che la piccola nemmeno era stata vaccinata, cosicché era divenuto essenziale l’intervento dell’Autorità giudiziaria al fine di adottare i provvedimenti sanitari più idonei.
Il giudice, valutato il caso concreto e constatati gli effetti negativi che si potevano ripercuotere sulla minore a causa del conflitto tra i genitori, aveva disposto che la piccola fosse sottoposta immediatamente alle cure di medicina tradizionale prescritte dall’ospedale presso il quale Ella era stata visitata, nonché, pur gravando su entrambi i genitori l’obbligo di rivolgersi alla struttura sanitaria per proseguire le cure, aveva autorizzato il genitore più diligente a prenotare le visite in regime di intramoenia, recandosi agli appuntamenti anche in assenza dell’altro, con suddivisione delle spese in parti uguali; in caso di disaccordo, inoltre, aveva autorizzato uno solo dei due a sottoscrivere i necessari consensi per sottoporre la minore ad accertamenti o a cure disposte dai sanitari dell’ospedale pediatrico presso il quale era stata visitata.
In merito alla mancata vaccinazione, l’Autorità giudiziaria aveva inoltre disposto fossero seguite le indicazioni del pediatra presso il Servizio Sanitario Nazionale, autorizzando il genitore più diligente a condurre la minore nelle strutture specializzate per eseguire le vaccinazioni indicate dal medico e per sottoscrivere i relativi consensi, anche in assenza del consenso dell’altro genitore, con onere di comunicazione di quanto effettuato.
In ipotesi di rifiuto di un genitore di recarsi alle visite fissate presso l’ospedale pediatrico o presso il pediatra di base, il giudice aveva infine previsto che la minore potesse essere accompagnata anche solo da uno dei genitori, con espressa ammonizione, a carico della madre, di far seguire le cure indicate dall’ospedale e quelle disposte dal pediatra del SSN (Servizio Sanitario Nazionale) disponendo, in mancanza, l’adozione dei provvedimenti previsti nell’articolo 709 ter c.p.c. (intitolato: “Soluzione delle controversie e provvedimenti in caso di inadempienze o violazioni”).
Il diritto alla salute e la tutela dei minori – articolo 32 della costituzione.
Il «diritto alla salute» e ad ottenere cure mediche trae fonte nell’art. 32 della Costituzione della Repubblica Italiana e rappresenta un diritto di qualunque individuo, indipendentemente dall’età e dalle condizioni personali (Cass. 18 giugno 2012, n. 9969).
Con l’espressione «diritto alla salute» ci si riferisce al diritto del singolo di trovarsi in una situazione di complessivo benessere fisico e psichico (e non già al solo diritto di ottenere cure in caso di malattia) cosicché, esso intende salvaguardare plurime ed eterogenee situazioni, i cui confini non possono essere determinati in modo preciso e definito.
Il «diritto alla salute» rientra entro il perimetro del c.d. «diritti inviolabili», primari ed assoluti dell’individuo (articolo 2 Costituzione) e rappresenta espressione del principio di dignità umana e di uguaglianza posto nell’art. 3 Cost. nell’interesse, non solo del singolo, ma anche della collettività, ad evitare la diffusione di epidemie e di malattie contagiose.
E il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) rappresenta il mezzo mediante il quale vengono concretamente formate le condizioni affinché possano essere garantiti ad ogni persona i trattamenti sanitari necessari per la tutela della salute (Cost. 20 novembre 2000, n. 509), quale fondamentale bene unitario della persona, la cui effettiva tutela dipende in concreto dai mezzi e dalle risorse messi a disposizione dallo Stato, dalle Regioni e da altri soggetti che operano in questo settore.
La tutela dei minori
Come osservato, il «diritto alla salute» rappresenta un diritto inviolabile di fonte costituzionale (articolo 32 della Costituzione), preordinato a garantire protezione non solo all’individuo, bensì, anche alla collettività ed esso spetta a chiunque, a prescindere dalle condizioni personali e dall’età dell’individuo (Cass. 16 ottobre 2009, n. 22080). Ne consegue che spetta anche ai «minori», i cui interessi, a maggior ragione, devono essere garantiti in considerazione della loro vulnerabilità e debolezza: gli articoli 2 e 3 della Costituzione, infatti, pongono il minore sullo stesso piano rispetto a qualunque altro individuo.
La Convenzione ONU sui “Diritti dell’Infanzia”, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176, (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 35 dell’11 giugno 1991), all’art. 24, prevede che gli Stati aderenti debbano riconoscere «il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione», nonché, debbano garantire «che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi», nell’ottica di assicurare «a tutti i minori l’assistenza medica e le cure sanitarie necessarie, con particolare attenzione per lo sviluppo delle cure sanitarie primarie».
Tra le cure che il minore ha diritto di ottenere rientrano senz’altro le vaccinazioni, che consistono nella somministrazione di un vaccino (si tratta di una sostanza che viene introdotta nel corpo umano) per stimolare la produzione di anticorpi specifici e rendere il fisico immune da determinate malattie infettive (vaccinoprofilassi) o per scopi terapeutici (vaccinoterapia). La Corte Costituzione (17 marzo 1992, n. 132) ha chiarito che la vaccinazione rappresenta un obbligo che trae fonte proprio nell’articolo 32 della Costituzione e la prestazione deve essere somministrata al minore in via coattiva, qualora i genitori si rifiutino di sottoporre il figlio a tale cura (App. Bari 12 febbraio 2003; App. Bari 6 febbraio 2002; App. Torino 3 ottobre 1992).
La somministrazione dei trattamenti sanitari può infatti essere disposta dall’Autorità giudiziaria (Cost., 24 gennaio 1991, n. 26), cui si possono rivolgere gli operatori sanitari nell’ipotesi in cui il genitore neghi il proprio consenso ad attività diagnostiche, terapeutiche ed assistenziali con grave pregiudizio per la salute del minore. Ciò è possibile siccome, quando la legge impone un trattamento sanitario, lo fa, non solo per tutelare (migliorare o preservare) lo stato di salute di colui che si sottopone alla cura, bensì, anche per preservare gli altri, tenuto conto che, come osservato, l’interesse alla salute ha valenza collettiva (Cost. 22 giugno 1990, n. 307).
La responsabilità genitoriale e il diritto alla salute del minore.
Particolarmente rilevante è la questione della «responsabilità genitoriale» correlata al diritto del minore alla salute, vale a dire quale sia la discrezionalità dei genitori relativamente alle cure mediche da somministrare al figlio incapace.
Ebbene, la risposta varia a seconda della lettura che si intende dare all’istituto della «responsabilità genitoriale» (già «potestà genitoriale»).
Tradizionalmente, si era diffusa l’idea secondo cui i genitori esercenti la potestà sul minore fossero titolari di un potere assoluto (la «patria potestà» era infatti intesa come espressione di un diritto soggettivo del pater familias) (Cost. 6 ottobre 1988, n. 957), cosicché era sufficiente il loro consenso per sottoporre il figlio minore a trattamenti sanitari (Trib. Roma 11 marzo 2011; Trib. Min. Bari 31 maggio 2008; Trib. Min. Perugia 26 aprile 1999; Pret. Milano 7 gennaio 1983; Pret. Milano, 18 settembre 1982).
Siffatta impostazione è stata però sorpassata da una concezione meno rigida di «potestà» (ora «responsabilità genitoriale») (Cost., 6 ottobre 1988, n. 957), intesa come un diritto-dovere che i genitori devono esercitare nell’interesse dei figli e dal quale discende, da un lato, la riduzione del potere discrezionale dei genitori e, dall’altro lato, l’accrescimento dell’autonomia e del peso della volontà minorile.
Ebbene, il potere di autorizzare trattamenti sanitari nei confronti dei figli minori viene collocato entro il perimetro dell’articolo 30 della Costituzione, secondo cui è «diritto e dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», da intendersi come attività indirizzate al soddisfacimento degli interessi della prole. Ove però il diritto-dovere dei genitori non venga esercitato nell’interesse del minore o, come nel caso affrontato dal Tribunale capitolino, qualora sorga contrasto tra i titolari della «responsabilità genitoriale» (nel caso di specie circa i trattamenti sanitari da somministrare al figlio incapace), è senz’altro possibile l’intervento dell’Autorità giudiziaria la quale, valutate le circostanze concrete, può adottare provvedimenti in merito e, eventualmente, autorizzare anche uno solo dei genitori ad adottare scelte autonomamente dall’altro genitore, ove ciò soddisfi il primario interesse del figlio minore (Cost. 27 marzo 1992, n. 132).

Legge fallimentare, arrivano gli allerta pre-crisi. Ecco le novità

POSTED ON ottobre 12th  - POSTED IN Economia

Legge fallimentare, arrivano gli allerta pre-crisi. Ecco le novità.
Ok dall’Aula della Senato al Ddl sui fallimenti, la delega al governo per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza. Il testo, approvato a Palazzo Madama con 172 voti a favore, 34 contrari e zero astenuti, diventa così legge. «Non uso mai questi termini ma si tratta di riforma di portata epocale», è stato il commento del ministro della Giustizia Andrea Orlando a conclusione del percorso parlamentare. «L’impianto della normativa che riguarda il fallimento risale ancora al 1942 con un meccanismo distorto che ha macinato in questi anni molte risorse sia imprenditoriali che di beni materiali».
Lo stigma morale va in archivio
Ma ora con questo provvedimento, secondo il Guardasigilli, si riesce «a rivedere lo stigma che spesso non è più giustificato nella fase di un’economia globalizzata, ma anche a non sprecare capacità imprenditoriale». Perché «uno può essere un buon imprenditore e aver avuto una prima esperienza imprenditoriale non felice».
Dall’allerta alle garanzie: riforma fallimentare vicina al traguardo
«Non si parlerà più di fallito»
Una legge che cambierà profondamente le dinamiche attraverso le quali si arriva alla gestione della crisi d’impresa, per Orlando. «Cambia la figura del fallito, infatti non si parla più di fallito e non è solo un cambiamento linguistico, non se ne parlerà più perché la persona che ha avrà avuto in qualche modo una sconfitta imprenditoriale potrà ritentare e non ci saranno più i vincoli che oggi impediscono a chi ha avuto un insuccesso imprenditoriale di carattere economico».
La liquidazione giudiziale
Meccanismi di allerta per impedire alle crisi aziendali di diventare irreversibili e ampio spazio agli strumenti di composizione stragiudiziale per favorire le mediazioni fra debitori e creditori per gestire l’insolvenza. Questa è una delle previsioni innovative della riforma che, con un tweet, anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni saluta come «un contributo per un’economia più sana che aiuterà la crescita». Dominus nella liquidazione giudiziale sarà il curatore, con poteri decisamente rafforzati: accederà più facilmente alle banche dati della Pa, potrà promuovere le azioni giudiziali spettanti ai soci o ai creditori sociali, sarà affidata a lui (anziché al giudice delegato) la fase di riparto dell’attivo tra i creditori. Ci sarà però una stretta sulle incompatibilità.
I punti chiave della delega
Azioni prima della crisi
Per facilitare una composizione assistita, arriva una fase preventiva di allerta attivabile direttamente dal debitore o d’ufficio dal tribunale su segnalazione (obbligatoria per fisco e Inps) dei creditori pubblici. In caso di procedura su base volontaria, il debitore sarà assistito da un apposito organismo istituito presso le Camere di commercio e avrà 6 mesi di tempo per raggiungere una soluzione concordata con i creditori. Se la procedura è d’ufficio, il giudice convocherà immediatamente, in via riservata e confidenziale, il debitore e affiderà a un esperto l’incarico di risolvere la crisi trovando un accordo entro sei mesi con i creditori. L’esito negativo della fase di allerta è pubblicato nel registro delle imprese. L’imprenditore che attiva tempestivamente l’allerta o si avvale di altri istituti per la risoluzione concordata della crisi godrà di misure premiali (non punibilità dei delitti fallimentari se il danno patrimoniale è di speciale tenuità, attenuanti per gli altri reati e riduzione di interessi e sanzioni per debiti fiscali). Dalla procedura d’allerta sono escluse le società quotate e le grandi imprese.
Regole processuali semplificate
Nel trattare le proposte, priorità viene data a quelle che assicurano la continuità aziendale, purché funzionali al miglior soddisfacimento dei creditori, considerando la liquidazione giudiziale come extrema ratio. Si punta poi a ridurre durata e costi delle procedure concorsuali (responsabilizzando gli organi di gestione e contenendo i crediti prededucibili). Il giudice competente sarà individuato in base alle dimensioni e alla tipologia delle procedure concorsuali, assegnando in particolare quelle relative alle grandi imprese al tribunale delle imprese a livello di distretto di corte d’appello.
Il testo del Ddl approvato in via definitiva
Incentivi alla ristrutturazione del debito
Il limite del 60% dei crediti per l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti dovrà essere eliminato o quantomeno ridotto.
Il nuovo concordato preventivo
Viene ridisegnato ammettendo, accanto a quello in continuità, anche il concordato che mira alla liquidazione dell’azienda se in grado di assicurare il pagamento di almeno il 20 per cento dei crediti chirografari.
Insolvenza gruppi di imprese
Arriva una procedura unitaria per la trattazione della crisi e dell’insolvenza delle società del gruppo e, anche in caso di procedure distinte, vi saranno comunque obblighi di collaborazione e reciproca informazione a carico degli organi procedenti.
Commercialisti: riconosciuta l’importanza dei controlli
La riforma della legge fallimentare approvata oggi dal Parlamento «ha diversi aspetti positivi, a cominciare dal riconoscimento della centralità dei controlli societari, e altri sui quali speriamo si possa intervenire in futuro con modifiche migliorative, a cominciare dal tema dell’allerta. Ma è stato comunque utile e importante approvarla prima che questa legislatura si chiudesse». Per il presidente dei commercialisti italiani Massimo Miani «è estremamente apprezzabile» l’impegno profuso dal ministro della Giustizia «con il quale abbiamo proficuamente interloquito nella fase di redazione del testo, nel portare a casa questa riforma». Relativamente al procedimento di allerta Miani sostiene che «poteva essere migliorato». Ad esempio «non andava abbandonata la scelta operata dalla Commissione di studio Rordorf di valorizzare appieno il ruolo degli organismi di composizione della crisi di cui alla legge n. 3/2012 gestiti, oltre che dalle Camere di commercio, anche dagli ordini professionali dei commercialisti, degli avvocati e dei notai. Professioni che, per preparazione giuridica ed aziendalistica, sono quelle maggiormente indicate, sia per assistere il debitore nelle trattative finalizzate al raggiungimento di un accordo con i propri creditori, sia per valutare la fondatezza delle segnalazioni pervenute dagli organi di controllo e dai creditori pubblici qualificati delle imprese in crisi nello svolgimento delle funzioni di allerta». Positivo per i commercialisti è che comunque dalla riforma «esca decisamente rafforzato il ruolo di sindaci e revisori, sebbene con le opportune distinzioni».

Divorzio, è rivoluzione: per l’assegno di mantenimento

POSTED ON maggio 11th  - POSTED IN Senza categoria

Divorzio, è rivoluzione: per l’assegno di mantenimento
Non conta più il tenore di vita matrimoniale ma l’autosufficienza.
Cambio radicale sull’assegno di divorzio che fino a oggi, con 30 anni di indirizzo costante, era collegato nella sua entità .
Al parametro del «tenore di vita matrimoniale», una pietra miliare che da oggi va in soffitta e lascia il posto a un «parametro di spettanza» basato sulla valutazione dell’indipendenza o dell’autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede.
La Cassazione ha rivoluzionato il diritto di famiglia in tema di riconoscimento dell’assegno divorzile e dei criteri per la sua quantificazione.
La Cassazione ha cambiato il criterio per riconoscere l’assegno al coniuge economicamente più debole e ha ritenuto che non sia più possibile valutare come parametro il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio.
Secondo i giudici, infatti, l’assegno divorzile può essere riconosciuto soltanto se chi lo richiede dimostri di non poter procurarsi i mezzi economici sufficienti al proprio mantenimento.
Viene spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Si tratta quindi di un terremoto giurisprudenziale in linea con gli orientamenti degli altri Paesi europei nei quali l’assegno divorzile dipende essenzialmente dai patti prematrimoniali.
Il matrimonio, ha stabilito la Cassazione, non è più la «sistemazione definitiva»:
sposarsi, scrive la Corte, è un «atto di libertà e auto responsabilità’». La sentenza è stata depositata ieri, mercoledì 10 maggio 2017, dalla Cassazione e riguarda il divorzio tra Vittorio Grilli, ex ministro all’economia del governo Monti e l’ex moglie, una imprenditrice americana; i supremi giudici hanno respinto il ricorso con il quale la donna chiedeva l’assegno di divorzio già negatole con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014 che aveva ritenuto incompleta la sua documentazione dei redditi e valutato che l’ex marito dopo la fine del matrimonio aveva subito una «contrazione» dei redditi. Ad avviso della Cassazione, la decisione milanese deve essere corretta in motivazione perché a far perdere il diritto all’assegno alla ex moglie non è il fatto che si suppone abbia redditi adeguati, ma la circostanza che i tempi ormai sono cambiati e occorre «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come `sistemazione definitiva´» perché è «ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di auto responsabilità’, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile». «Si deve quindi ritenere – afferma la Cassazione – che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale».
Con la sentenza di divorzio, osserva la prima sezione civile, «il rapporto matrimoniale si estingue non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo, sia pure limitatamente alla dimensione economica del ‘tenore di vita matrimoniale’ in una indebita prospettiva di ‘ultrattività’ del vincolo matrimoniale”. Dunque, secondo i supremi giudici, va individuato un «parametro diverso» nel «raggiungimento dell’indipendenza economica» di chi ha richiesto l’assegno divorzile: «Se è accertato che – si legge nella sentenza depositata oggi – è economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto tale diritto». I principali indici che la Cassazione individua per valutare l’indipendenza economica di un ex coniuge sono il «possesso» di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare, le «capacità e possibilità effettive» di lavoro personale e «la stabile disponibilità» di un’abitazione.

ex marito ha diritto al mantenimento dopo il naufragio delle nozze

POSTED ON maggio 9th  - POSTED IN Senza categoria

ex marito ha diritto al mantenimento dopo il naufragio delle nozze.

Cassazione Civile, sez. I, sentenza 10 01 2017 n. 275
A esplicitarlo è la Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 10 gennaio 2017, n. 275; la predetta pronuncia, nel richiamare l’art. 5 della Legge Divorzio (Legge 1° dicembre 1970, n. 898), precisa che tale tipo di supporto economico periodico può essere disposto anche in favore dell’ex marito, qualora costui “non abbia redditi adeguati e non sia in grado di procurarseli per ragioni oggettive”.
Con la prefata statuizione, la Suprema Corte tiene a precisare che totalmente irrilevante sul punto, è la durata del matrimonio, che nel caso di specie era sopravvissuto a due soli inverni.
Invero, errava il Giudice di prime cure, così come la Corte di merito, nel ritenere la scarna durata delle nozze fatto idoneo ad elidere il diritto al mantenimento dell’ex consorte.
Invero, specifica la Sentenza, il dato temporale della durata del rapporto di coniugio acquista rilievo solo in relazione alla quantificazione dell’assegno stesso, e non al diritto alla sua corresponsione.
Ovviamente, corre l’obbligo di precisare che il vaglio della richiesta segue, come d’abitudine, il criterio dell’accertamento dell’inadeguatezza dei redditi dell’ex marito.
Pare dunque opportuno riflettere a lungo prima di sposare un… bello ma povero! READ MORE →    0   436   0

Quali tipologie di danno sono configurabili nel caso di offese sui social?

POSTED ON maggio 9th  - POSTED IN web

Quali tipologie di danno sono configurabili nel caso di offese sui social?
A seguito dell’evoluzione della Rete e dell’avvento del web 2.0 (ma ormai con l’Internet Of Things siamo vicini al web 3.0) bisogna ammettere che i contenuti creati dagli utenti e resi pubblici attraverso il mezzo telematico, costituiscono un potenziale veicolo di violazioni degli interessi di terzi e in questo senso una minaccia per diritti quali l’immagine, l’onore e la reputazione, nonché la riservatezza. Particolare rilevanza assume, tra le varie tipologie di danno patrimoniale e non patrimoniale, il danno all’immagine che spesso è conseguenza di specifiche fattispecie di diffamazione.

la vendita prima del quinquennio dell’acquisto l’immobile genera plusvalenza

POSTED ON maggio 8th  - POSTED IN Studio Legale

La vendita prima del quinquennio dall’acquisto l’immobile genera plusvalenza anche se in parte è prima casa
qualora venga venduto un immobile prima del decorso quinquennio (acquistato da meno di 5 anni da parte di un soggetto Irpef), che sia destinato per una sua porzione ad abitazione principale del venditore e che, per altra sua porzione, sia locato a terzi, la parte di prezzo proporzionalmente relativa a quest’ultima porzione genera plusvalenza, ove vi sia una differenza positiva tra il valore d’acquisto e il prezzo di vendita. In altre parole, non può il contribuente pretendere (come è in effetti accaduto nel caso di specie) di considerare l’intera plusvalenza non imponibile per il fatto che una porzione dell’immobile è adibita a sua abitazione principale; se si comporta in questo modo, incorre nel reato di dichiarazione infedele qualora vi sia il superamento della soglia di punibilità dell’articolo 4 del decreto legislativo 74/2000. È quanto stabilito dalla Cassazione penale nella sentenza n. 37169 del 7 settembre. In base all’articolo 67, comma 1, lettera b del Tuir, sono da qualificarsi «redditi diversi» (se non conseguiti come reddito d’impresa) e imponibili a Irpef, le plusvalenze realizzate con cessione a titolo oneroso di beni immobili acquistati o costruiti da non più di cinque anni, ma fatta esclusione:
per quelli acquisiti per successione ereditaria;
per le unità immobiliari urbane che, per la maggior parte del periodo intercorso tra l’acquisto (o la loro costruzione) e la cessione, sono state adibite ad abitazione principale del cedente o dei suoi familiari.
Si pone dunque il problema, che la norma non tratta esplicitamente, dell’uso “promiscuo” di un dato bene immobile, come è accaduto nella concreta fattispecie esaminata dalla Cassazione penale nella sentenza n. 37169, in cui un immobile, comprato nel 2004, venne poi venuto nel 2007, essendo stato utilizzato solo in parte da un familiare del proprietario ed essendo stato locato a terzi per la restante parte. Il dubbio è dunque il seguente: l’uso abitativo solamente parziale “assorbe” l’uso non abitativo, di modo che la plusvalenza generata in sede di vendita beneficia in toto dell’esenzione da imponibilità derivante appunto dall’uso abitativo? oppure, la plusvalenza deve essere invece ripartita in due quote, una (non imponibile a Irpef) riferita alla porzione dell’immobile destinata ad abitazione del contribuente o di un suo familiare, e l’altra (imponibile) riferita alla porzione dell’immobile destinata ad abitazione di soggetti diversi dal contribuente o di suoi familiari ? In effetti, vi sarebbe poi anche l’eventualità di una terza tesi, e cioè che la parziale destinazione dell’immobile a uso abitativo di soggetti diversi dal contribuente o da suoi familiari faccia assumere la natura imponibile all’intera plusvalenza realizzata con la vendita dell’immobile in questione.
Secondo la Suprema corte, dunque, la norma di cui all’articolo 67, comma 1, lettera b), Tuir, deve essere interpretata nel senso che si deve spacchettare la plusvalenza, riferendola proporzionalmente:
in parte alla porzione dell’immobile abitata dal contribuente (o da suoi familiari); e:
in parte all a porzione dell’immobile abitata dai locatari del contribuente.
Ragionare in senso contrario (e cioè nel senso della totale irrilevanza della plusvalenza, ritenendo assorbente il fatto che anche una sola porzione dell’immobile sia adibita ad abitazione del contribuente o di suoi familiari) significherebbe, secondo i giudici di legittimità, sconfessare l’intenzione del legislatore che, nel dettare la norma in commento, ha evidentemente voluto sottrarre a imposizione la sola plusvalenza realizzata dal soggetto Irpef il quale adibisca a propria abitazione, per la maggior parte del tempo intercorrente tra l’acquisto e la vendita, l’immobile venduto prima del decorso di un quinquennio dalla data del suo acquisto.
In sostanza, la norma va letta nel senso che, nel caso di uso promiscuo dell’immobile, la parte abitata da terzi produce plusvalenza imponibile. Evidentemente, la tesi accolta dalla Cassazione esclude in modo implicito che si possa dare rilevanza a una tesi per la quale l’intera plusvalenza, nel caso di beni locati in parte a terzi (e in parte adibiti ad abitazione principale del contribuente), sia imponibile a Irpef.

730 Sgravi fiscali famiglie, detrazioni e deduzioni fiscali

POSTED ON aprile 20th  - POSTED IN Economia

730 Sgravi fiscali famiglie, detrazioni e deduzioni fiscali

730 Sgravi fiscali famiglie. Una rapida panoramica sulle detrazioni e deduzioni fiscali che si applicano sul 730 per gli sgravi fiscali che possono alleggerire il bilancio domestico. Rinnovati gli incentivi per le ristrutturazioni edilizie e i rimborsi per le spese sanitarie, scolastiche, universitarie e anche per colf, badanti e baby sitter.  A partire dal 15 aprile – e per il secondo anno – il sito dell’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei contribuenti il modello 730 precompilato. Per accedervi, è necessario essere in possesso di apposito Pin, che va richiesto a www.agenziaentrate.gov.it, oppure occorre presentarsi in una delle sedi territoriali dell’Agenzia, o telefonare al numero 848 800 444. Il modello andrà poi consegnato all’Agenzia delle entrate entro il 7 luglio, direttamente per via telematica, tramite commercialista o Caf.

Ecco gli sgravi previsti per le famiglie. 730 Sgravi fiscali famiglie. Detrazioni o deduzioni? Qual è la differenza? Come spiega l’Agenzia delle Entrate, “alcune spese, come ad esempio quelle sostenute per motivi di salute, per l’istruzione o per gli interessi sul mutuo dell’abitazione, possono essere utilizzate per diminuire l’imposta da pagare. In questo caso si parla di detrazioni“. La misura di queste agevolazioni varia secondo il tipo di spesa (19% per quelle sanitarie, 50% per quelle di ristrutturazione edilizia, eccetera). Vi sono poi altre uscite, “come per esempio i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori e volontari o le erogazioni liberali in favore degli enti non profit”, che possono ridurre il reddito complessivo su cui calcolare l’imposta dovuta.

In questo caso si parla di deduzioni.  Le detrazioni per la casa Sono state prorogate sia le detrazioni del 65% per le spese relative agli interventi di risparmio energetico degli edifici, di difesa antisismica e per l’acquisto e la posa in opera di schermature solari e impianti di climatizzazione invernale dotati di generatori di calore alimentati da biomasse, sia le detrazioni del 50% sulle spese relative al recupero del patrimonio edilizio e per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+, sempre finalizzati all’arredo dell’immobile in fase di ristrutturazione, su un ammontare complessivo non superiore a 10 mila euro.

Le spese sanitarie sono detraibili al 19% solo sulla parte che supera i 129,11 euro. Fra le altre, vengono parzialmente rimborsate quelle inerenti analisi, visite e acquisti di farmaci, purché certificati da fattura e scontrino fiscale (il cosiddetto scontrino “parlante”). Scuola & dintorni Detraibili al 19% sia le spese sostenute per le scuole dell’infanzia, primaria e secondaria, per un importo annuo non superiore a 400 euro per alunno, sia le rette di asili nido pubblici e privati, per un importo non superiore a 632 euro annui per ogni figlio, sia le erogazioni liberali a favore di istituti scolastici di ogni ordine e grado. Università Detrazioni al 19% delle spese sostenute sia per frequentare corsi universitari in Italia e all’estero, sia per pagare i canoni di locazione agli studenti fuori sede, purché la facoltà disti almeno 100 km dal Comune di residenza e per un importo non superiore ai 2.633 euro, sia per i contributi destinati al riscatto del corso di laurea dei familiari a carico.

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