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Il parcheggio resta condominiale

POSTED ON febbraio 5th  - POSTED IN Senza categoria

Sui parcheggi condominiali non si transige. E anche se sono passati molti anni dalla vendita abusiva il maltolto va restituito ai condòmini.

La sentenza della Cassazione 2236/2016, depositata ieri, ha ripercorso una complessa vicenda nata nel 1987. Quasi trent’anni per restituire uno spazio destinato a posti auto. Due condòmini avevano citato l’acquirente dell’area contesa perché, a loro dire, il venditore (costruttore dello stabile) aveva violato il vincolo pubblico di destinazione relativo a un’area di parcheggio per autovetture nel piano cantinato del condominio, riservandosela in proprietà.

La Corte d’appello aveva dato torto all’acquirente e restituito l’area, accertandone il diritto d’uso in capo ai due condòmini ricorrenti, osservando che dal vincolo di legge discende automaticamente un diritto reale d’uso in capo a chi ha comprato le unità immobiliari dell’edificio.

La Cassazione, chiamata in causa dall’acquirente “espropriato”, ha accolto la tesi della Corte d’appello, affermando anzitutto che va confermata la tesi dominante, che prevede l’attribuzione dell’area in uso comune. Poi, sul tema della liberalizzazione della commerciabilità dei parcheggi rispetto alle unità immobiliari condominiali, sorta con la legge 246/2005 ha dichiarato che è possibile «soltanto per il futuro». Quindi, dato che la sottrazione all’uso comune era avvenuta prima del 2005, va applicata la normativa precedente, Inoltre, ha osservato la Cassazione, era stata venduta l’area a parcheggio senza la relativa abitazione.

Infine, anche la libertà di vendita delle aree comunque vigente dal 1967 riguarda solo le parti eccedenti il vincolo e quindi, in base al ricalcolo effettuato, non poteva essere invocata. La Cassazione ha anche condannato l’acquirente dell’area a parcheggio a rifondere le spese di lite ai due condòmini che hanno ottenuto l’area.

Niente affidamento condiviso per la madre che scredita la figura paterna agli occhi dei figli

POSTED ON febbraio 1st  - POSTED IN Studio Legale

Niente affidamento condiviso per la madre che scredita la figura paterna agli occhi dei figli. Lo ha affermato la Corte di appello di Catanzaro, con il decreto del 18 dicembre 2015.

Alla base della questione, il ricorso di una donna, volto a riottenere l’affido condiviso dei figli avuti dall’ex compagno. Ricorso che la Corte di appello di Catanzaro ha però respinto accogliendo invece la domanda del padre che chiedeva l’affidamento esclusivo, la collocazione presso di sé, ed un contributo per il loro mantenimento. Così facendo la Corte d’appello cosentina ha confermato la sentenza di primo grado che aveva dichiarato l’inidoneità materna al ruolo di affidataria dei figli e optato per l’affido esclusivo al padre, con collocazione temporanea presso un Centro di accoglienza e facoltà dei genitori di vedere i minori alla presenza degli assistenti sociali.

Secondo i giudici di primo grado infatti la madre «avrebbe operato sui figli un condizionamento psicologico teso a distruggere la figura paterna». A dimostrazione di questo comportamento l’esito della Ctu che aveva diagnosticato un «disturbo relazionale di alienazione parentale».

Contro la sentenza di primo grado la donna aveva quindi presentato ricorso in appello per vizio e contraddittorietà della consulenza e chiesto il ripristino dell’affido condiviso.

Innanzitutto la Corte d’appello di Catanzaro ribadisce che il principio della bigenitonalità e il correlato affido dei figli ad ambo i genitori «è la prima soluzione che il giudice deve valutare nel caso di separazione della coppia» e che l’affidamento esclusivo va disposto solo «ove quello condiviso contrasti con l’interesse dei figli».

Tuttavia, continua la Corte, nella fattispecie specifica, non era possibile non valutare sia l’accesa conflittualità tra le parti, fomentata da incomprensioni e insofferenze, che la «sprezzante oppositività» palesata dalla signora nei confronti del suo ex, verso il quale non aveva mai avuto remore nel sottolinearne, in ogni occasione, l’inadeguatezza anche affettiva «allontanando da lui i figli».

Era quindi possibile affermare che l’ostilità mostrata dai minori verso il papà fosse l’effetto della condotta materna, sempre tesa ad escludere la figura paterna dalla vita dei figli, ed a comprimerne una sana frequentazione. A confermarlo, il rapporto degli assistenti sociali – che avevano ipotizzato un condizionamento ad opera di un adulto – e i rilievi del consulente, dai quali emergeva «una gestione materna improntata a plateale insofferenza nei confronti del padre e tesa a logorare» l’altro genitore. In sostanza – evidenziano i giudici di secondo grado – a pesare sulle sorti della causa, non è tanto il riconoscimento della Pas sotto il profilo medico scientifico, quanto il concreto atteggiarsi dei rapporti genitori/figli. Di contro, il padre si era mosso in un’ottica di «tutela prioritaria dell’interesse dei bambini, adeguandosi alle soluzioni adottate» dal Tribunale o consigliate dagli operatori.

Un quadro, quello emerso, che non poteva non far propendere per il rigetto del reclamo avanzato dalla madre e per la conferma dell’affido esclusivo in capo al papà. Scelta affiancata, però, ad una temporanea collocazione dei figli in una struttura, nell’intento di raggiungere un «graduale e meno traumatico» recupero dei rapporti padre-figli e consentire, al tempo stesso, «il ripristino di un sano coinvolgimento affettivo» dei minori con entrambi i genitori.

Doppio processo per la vittima del reato che vuole il risarcimento del danno.

POSTED ON febbraio 1st  - POSTED IN Studio Legale

Doppio processo per la vittima del reato che vuole il risarcimento del danno.

La vittima del reato, parte civile in un processo penale, quando l’imputato viene prosciolto per incapacità di intendere e di volere, se vuole il risarcimento del danno, è costretta a ricominciare da zero un diverso processo civile.

Il giudice penale, infatti, non può pronunciarsi sulla domanda di risarcimento della parte civile e la persona offesa è costretta a un doppio processo.

Così prescrive il codice di procedura penale, che è stato salvato dalla Corte costituzionale (sentenza 12 depositata il 29 gennaio 2016). Anche se la Consulta non manca di sottolineare che il legislatore, se lo vuole, può disporre diversamente ed evitare la peregrinazione giudiziaria alla persona offesa. Ma da questo punto di vista l’orientamento attuale va in direzione contraria e cioè verso una ampia depenalizzazione e trasformazione di reati in illeciti civili.

Ma vediamo di illustrare la sentenza.

In un processo davanti al tribunale di Firenze, Pm e difensori hanno chiesto l’assoluzione dell’imputato, perché incapace di intendere e di volere al momento del fatto per vizio totale di mente. La parte civile ha chiesto l’applicazione dell’articolo 2047 del codice civile, che riconosce a favore del danneggiato un’equa indennità a carico del soggetto incapace.

Ma anche questa strada è sbarrata.

La corte ha ricordato che l’articolo 538 codice procedura penale consente al giudice penale di decidere sulle questioni civili solo nel caso di condanna dell’imputato: se questo viene sia assolto per totale infermità di mente, il danneggiato, non può fare altro che promuovere un autonomo giudizio davanti al giudice civile.

Certo, si legge nella sentenza, il legislatore potrebbe, nella sua discrezionalità, introdurre un sistema per cui il giudice penale si pronunci sulle questioni civili, pur in assenza di una condanna dell’imputato.

Ma al momento la diversa regola vigente non contrasta con la Costituzione.

L’attuale sistema è, infatti, caratterizzato dal principio della separazione e dell’autonomia del giudizio penale rispetto a quello civile. Il danneggiato può scegliere se esperire l’azione civile in sede penale o in sede civile.

Con altra pronuncia (sentenza n. 13 depositata il 29 gennaio 2016) la Corte costituzionale si è pronunciata in materia di compensi al difensore di soggetti ammessi al gratuito patrocinio. La pronuncia ha salvato la norma del testo unico delle spese di giustizia, che applica la riduzione di un terzo degli importi dovuti al difensore. Il problema è l’applicazione retroattiva della riduzione anche alla liquidazione di onorari per prestazioni già interamente compiute prima della entrata in vigore della norma censurata (art. 106-bis del d.p.r. n. 115/2002).

Nella sentenza la Consulta ha, però, bacchettato il giudice di merito, perché è partito dal presupposto per cui, nel caso di successione di diverse norme sugli onorari degli avvocati, il giudice debba necessariamente riferirsi agli onorari vigenti alla data del provvedimento di liquidazione. Tuttavia, le norme devono essere interpretate nel senso che un procedimento di liquidazione fisiologico comporta la concomitanza del momento dell’esaurimento della difesa, domanda del compenso e corrispondente provvedimento giudiziale di liquidazione.

Come è cambiata la disciplina sanzionatoria per i licenziamenti illegittimi

POSTED ON febbraio 1st  - POSTED IN Studio Legale

Con l’introduzione del contratto a tutele crescenti, per i lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015, viene totalmente ridisegnata la disciplina sanzionatoria per i licenziamenti illegittimi.

Pertanto, la nuova disciplina si applica ai lavoratori neoassunti, ossia coloro che rivestono la qualifica di operai, impiegati o quadri, titolari di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dal 7 marzo 2015.

Per i lavoratori occupati entro il giorno antecedente, invece, operano le norme poste in essere dalla l. 300/1970 e l. n. 604/1966, come modificate dalla l. n. 92 del 2012 (Riforma Fornero).

La ratio – e l’obiettivo dichiarato – della nuova disciplina consisterebbe nella prospettiva di ridurre i costi per le imprese, facendo ripartire l’occupazione.

Per i nuovi assunti alle dipendenze di datori di lavoro in regime con più di 15 dipendenti (compresi gli enti di tendenza) – o che abbiano superato la soglia di 15 dipendenti a partire dal 7.3.2015 -, in caso di licenziamento economico – per giustificato motivo oggettivo o licenziamento collettivo – illegittimo è esclusa in ogni caso la reintegrazione nel posto di lavoro.

In tali ipotesi, il rapporto si estingue comunque e al lavoratore è dovuta unicamente una

tutela indennitaria, con la previsione di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio a favore del lavoratore.

Tale  indennità  oscilla  tra  le  4  e  le  24  mensilità  (da  2  a  12,  se  si tratta  di violazione procedimentale).

Quindi il giudice, qualora accerti l’illegittimità del licenziamento, dichiara l’estinzione del rapporto di lavoro e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità, non assoggettata a contribuzione previdenziale, di importo pari a due mensilità di retribuzione per ogni anno di servizio (la base di calcolo è costituita, anche in questo caso, dall’ultima retribuzione  di   riferimento   per   il   calcolo   del   trattamento   di   fine   rapporto). In ogni caso, l’indennità non potrà essere inferiore a 4 mensilità, né potrà superare le 24 mensilità.

Per i licenziamenti disciplinari, intimati per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, la reintegrazione nel posto di lavoro è esclusa, con applicazione del regime appena descritto.

Essa viene prevista solo nelle ipotesi di licenziamento in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione del giudice circa la sproporzione del licenziamento.

Quindi, in tali casi, qualora sia dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, il datore di lavoro è condannato al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali, e il dipendente ha diritto di percepire un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto e corrispondente al periodo che va dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione che peraltro non potrà essere superiore a 12 mensilità.

In questi casi non è prevista un’entità minima, come invece stabilito per le altre ipotesi di licenziamento nullo o inefficace.

Dall’indennità in questione cui andrà dedotto l’aliunde perceptum, e le somme che il lavoratore avrebbe potuto percepire accettando una congrua offerta di lavoro (secondo i criteri indicati dall’art. 4, co. 1, lett. c), del decreto legislativo n. 181 del 2000).

La tutela reintegratoria permane anche nei casi di licenziamento discriminatorio, nullo,

per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore ed infine nel caso in cui sia intimato in forma orale (cui è assimilato il licenziamento collettivo orale e/o intimato in assenza di comunicazione iniziale di apertura della procedura o con comunicazione viziata in uno dei suoi elementi essenziali).

In tali ipotesi, infatti, il giudice, dichiarata la nullità del licenziamento, condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto, oltre al pagamento di un’indennità a favore di quest’ultimo e al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

L’indennità è appunto commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto e corrisponde al periodo intercorrente tra il giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto eventualmente percepito dal lavoratore, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative.

In ogni caso, l’indennità non può essere inferiore a cinque mensilità.

Sul piano processuale inoltre, è superato il rito Fornero per i soli nuovi assunti con il rischio che due lavoratori della stessa azienda, impugnando giudizialmente il provvedimento di licenziamento lo stesso giorno, possano vedere tutelati i propri diritti a distanza di molto tempo l’uno dall’altro.

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