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L’Agenzia deve provare l’accettazione dell’eredità. L’ufficio non può incassare il credito dal presunto erede.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

L’ufficio, che pretende da un contribuente le imposte non versate da parte del defunto, deve provare la sua qualità di erede. A tal fine non è sufficiente la produzione della mera denuncia di successione presentata poiché occorrono gli atti dello stato civile. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 3611 depositata qualche giorni fa.

A un contribuente era stato notificato un avviso di accertamento che veniva impugnato dinanzi al giudice tributario. Il giudizio è proseguito sino in Cassazione, la quale ha rinviato ad altro giudice di appello la decisione nel merito. Nel frattempo il contribuente è morto e l’amministrazione faceva causa nei confronti degli eredi, soccombenti dalla decisione della Ctr.

I presunti eredi hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando che il giudice di appello non avrebbe tenuto conto della rinuncia all’eredità effettuata e, quindi, non avrebbe concretamente accertato la qualità di eredi, solo nei confronti dei quali era possibile avanzare la pretesa erariale. L’ufficio, infatti, non aveva prodotto alcun elemento in base al quale poteva avanzare la richiesta del debito del de cuius.

La Suprema Corte ha ritenuto fondato il motivo. Ha preliminarmente rilevato che il difetto di legittimazione passiva dei chiamati all’eredità andava sollevato nel giudizio di rinvio mediante produzione dell’atto di rinuncia. Nello specifico, questo documento era stato prodotto tardivamente e pertanto la Ctr, correttamente, non ha tenuto conto dell’atto. Tuttavia ha poi affermato che, in tema di obbligazioni tributarie, grava sull’amministrazione finanziaria creditrice del contribuente deceduto l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte degli eredi, per poter esigere l’adempimento dell’obbligazione stessa.

Questo onere non può essere assolto con la produzione della sola denuncia di successione, poiché occorrono gli atti dello stato civile dai quali è dato coerentemente desumere quel rapporto di parentela che legittima alla successione ovvero di qualsiasi altro documento dal quale possa, con pari certezza, desumersi la sussistenza di tale qualità. Nel caso esaminato l’ufficio in giudizio non aveva prodotto alcun dato dal quale potesse risultare provata l’accettazione dell’eredità: si era limitato infatti a riassumere la causa nei confronti dei presunti eredi.

Nella decisione di appello, non vi era alcuna indicazione dalla quale potesse desumersi la fonte del convincimento del giudice in ordine alla qualità di eredi, necessaria peraltro anche per la verifica della legittimazione passiva nel giudizio stesso.

La Cassazione, quindi, ha rinviato ad altra sezione della commissione regionale pronunciando il principio di diritto secondo cui grava sull’amministrazione l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte degli eredi per poter esigere delle somme da questi ultimi. A tal fine non è sufficiente la mera denuncia di successione presentata.

E’ valida la notifica alla madre.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

La notifica effettuata alla madre del rappresentante legale e in un luogo non coincidente con la sede legale è affetta da nullità, sanata dal raggiungimento dello scopo, e non da inesistenza giuridica, stante il collegamento reale e diretto tra la consegnataria dell’atto e il legale rappresentante. Per la Cassazione (sentenza 18 febbraio 2016, n. 3205) non sussiste la fattispecie dell’inesistenza giuridica, ma al massimo della nullità, dato che la notificazione era stata effettuata a colei che era la madre del legale rappresentante della società destinataria della cartella di pagamento. Per cui sussisteva un collegamento reale e diretto tra la consegnataria dell’atto e il legale rappresentante della debitrice, tale da far ritenere non configurabile l’inesistenza dell’atto di notifica. Deve applicarsi la regola generale secondo cui l’inesistenza giuridica della notificazione ricorre quando questa manchi del tutto o sia effettuata in modo assolutamente non previsto dal codice di rito, tale, cioè che non possa essere sussunta nel tipico atto di notificazione delineato dalla legge. Invece importa semplice nullità della notificazione la effettuazione di essa in luogo e a persona diversi da quelli stabiliti dalla legge, ma che abbiano pur sempre riferimento con il destinatario della notificazione stessa. Nella specie quindi sarebbe esclusa l’inesistenza della notificazione, e l’eventuale nullità deve ritenersi sanata per avvenuto raggiungimento dello scopo. Permangono perplessità circa l’asserzione dei giudici secondo cui la notifica effettuata ad un soggetto non avente legami societari (ma familiari) con membri della società destinataria della cartella di pagamento e soprattutto in un luogo estraneo alla sede legale della società, possa sussumersi a mera nullità sanata dall’impugnativa, essendo da non qualificarsi come “non al di fuori dell’archetipo legale previsto dal legislatore”. L’estraneità del luogo di notifica e del soggetto fa insorgere dubbi circa la portata di tali affermazioni, date le disposizioni disciplinanti la notificazione presso la sede delle società.

Esecuzione. Debiti di imprenditori. Il fondo patrimoniale non protegge i beni dalle pretese del fisco.

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Il fisco prevale sul fondo patrimoniale. Più precisamente, il vincolo del fondo può non proteggere i beni vincolati in esso rispetto all’azione esattoriale per un credito del fisco: “Anche un debito di natura tributaria, sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale potrebbe ritenersi contratto per soddisfare” i bisogni della famiglia del contribuente che ha istituito il fondo patrimoniale. Lo ha deciso la Cassazione con la sentenza n. 3600 depositata ieri, consolidando un orientamento espresso nelle sentenze n.11230/2003, n. 12998/2006 e n.3738/2015.

Decisioni suffragate da motivazioni che si fatica a condividere. Il ragionamento parte dall’articolo 170 del Codice civile, per il quale il fondo patrimoniale protegge i beni che vi sono immessi contro l’esecuzione forzata promossa per “debiti che il creditore conosceva esser stati contratti per i bisogni della famiglia”. Come giustamente afferma la Cassazione, la norma prefigura tre possibili situazioni:

– i debiti conosciuti dal creditore come contratti nell’interesse della famiglia (in questo caso il fondo patrimoniale non è protettivo, per espressa previsione di legge);

– i debiti conosciuti dal creditore come contratti per scopi estranei all’interesse della famiglia (qui il fondo è protettivo, per espressa previsione di legge);

– i debiti non conosciuti dal creditore come contratti per scopi estranei all’interesse della famiglia.

Quest’ultima situazione è solo implicitamente prevista dalla norma. Quindi, secondo la Cassazione, il fondo in queste situazioni non è protettivo, perché la legge non accorda protezione in questo caso. Cosi, se sia dimostrato che il debito (di qualsivoglia natura: contrattuale, extracontrattuale o tributaria) rientra in questo ambito, il fondo non si presta a proteggere i beni che vi sono vincolati. Questo ragionamento, però, si presta almeno a due facili contestazioni.

Da un lato, è tutto da dimostrare che i debiti di natura non conosciuta dal creditore siano di categoria diversa da quelli conosciuti come estranei alla famiglia: invero, il legislatore ha inteso rendere i beni vincolati nel fondo disponibili ai soli creditori che consapevolmente abbiano maturato le loro ragioni di credito in dipendenza del soddisfacimento di bisogni familiari. Ogni altro credito non dovrebbe trovare soddisfazione sui beni del fondo.

D’altro lato, che il fisco sia un creditore “che non conosceva” la natura del suo credito e che del credito fiscale sia debitore un soggetto che, contraendolo, sta soddisfacendo un bisogno della famiglia, sono due proposizioni che è difficile comprendere. Infatti, il fisco conosce benissimo la natura dei suoi crediti; ed essi sono crediti che appare implausibile qualificare come maturati per il soddisfacimento di un bisogno familiare.

Il debito fiscale, infatti, origina da un’attività (ad esempio: di lavoro autonomo) che la legge interpreta come manifestazione di capacità contributiva; non è l’attività che genera il credito fiscale (semmai genera un credito della controparte contrattuale del debitore), ma il fatto che la legge ravvisi in tale attività un presupposto per l’applicazione di un’imposta. L’attività può benissimo essere (o meno) compiuta nell’interesse della famiglia, ma non certo il debito fiscale che ne origina può qualificarsi contratto nell’interesse della famiglia, perché è il derivato indiretto di quell’attività, dipendente da una norma di diritto pubblico che attribuisce allo Stato il potere di prelievo.

Famiglia. Non si configura il reato quando c’è capacità di reazione in base al livello culturale. Niente maltrattamenti se c’è parità.

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Il reato di maltrattamenti in famiglia si può escludere considerando le qualità personali dei coniugi. Lo ritiene la Cassazione, nella sentenza 5258/2016, depositata il 9 febbraio dalla Sesta sezione penale: l’inesistenza dei maltrattamenti è dimostrata dal fatto che entrambi gli interessati avessero un “livello di formazione professionale, cultura, condizioni sociali ed economiche ben superiori alla media”, che la moglie reagisse alle intemperanze del marito e che la loro figlia fosse stata affidata ai servizi sociali e non a uno dei genitori.

Tutto nasce dal “rapporto di accesa conflittualità, tensione e radicata contrapposizione” instauratosi tra i coniugi, “causa di grave disagio soprattutto per la figlia minore”. Perciò, nella causa di separazione giudiziale, il Tribunale ne aveva disposto “in via provvisoria ed urgente” l’affidamento ai servizi sociali, affievolendo le potestà dei genitori e ammonendoli sulla “gravità delle conseguenze giuridiche ed esistenziali delle loro inadempienze”.

Alla luce di questo, la Cassazione ritiene fondata e correttamente motivata la valutazione fatta nella sentenza d’appello, che aveva riformato quella di primo grado, assolvendo il marito dai reati di maltrattamenti in famiglia e violenza privata nei confronti della moglie. In sostanza, la Corte resta sul suo orientamento prevalente secondo cui per configurare il reato previsto dall’articolo 572 del Codice penale, “la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendo abitualmente tali sofferenze”.

Dunque, non bastano singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, perché il reato di maltrattamenti è necessariamente abituale: si realizza e si caratterizza “per la sussistenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica) ovvero non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi – procedibili solo a querela), ma acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo” secondo il concetto di abitualità.

Nel caso in questione, sono stati provati solo episodi “derivanti da situazioni contingenti e particolari, che possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare”, fatti che “pur non integrando il delitto di maltrattamenti, conservano la propria autonomia di reati contro la persona”.

Secondo la Cassazione, hanno operato bene i giudici di appello, che hanno sì esaminato l’atteggiamento del marito rilevando il ricorso da parte di quest’ultimo “a toni di particolare veemenza e in comportamenti spesso trasmodanti nella maleducazione”, ma hanno anche evidenziato come l’atteggiamento della moglie si caratterizzasse per una “costante capacità reattiva … e l’assenza di un supino atteggiamento rispetto alle intemperanze del marito”. Una situazione protrattasi per anni, con la conseguente impossibilità di configurare chi, tra i due, avesse mai assunto una posizione di passiva soggezione dell’una nei confronti dell’altro.

Insolvenze e fallimenti. La giurisprudenza dalla Cassazione. Se il concordato salta i creditori non devono restituire l’incassato. Il principio da recepire nella legge di riforma.

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Tra i criteri direttivi dati al Governo per la riforma della crisi d’impresa e dell’insolvenza, la legge delega in materia presentata il mese scorso ha previsto di cambiare in modo organico le procedure concorsuali. Un punto delicato si annuncia il trattamento di quanto riscosso dai creditori durante il concordato preventivo quando poi esso viene dichiarato risolto e si apre quindi il fallimento: le modifiche urgenti varate l’anno scorso (Dl 83/2015), pur comprendendo una rivisitazione del concordato preventivo, non hanno affrontato il problema. Ma la Cassazione si era espressa già in passato, escludendo che queste somme, se incassate legittimamente, vadano restituite.

Un indirizzo che dovrebbe essere recepito dalla riforma, se è vero che tra i princìpi generali del disegno di legge delega c’è la riformulazione delle “disposizioni che hanno originato contrasti interpretativi, al fine di favorirne il superamento” (articolo 2, lettera j). Il tutto “in coerenza con i princìpi espressi dalla presente legge delega”. E dai lavori preparatori emerge che le soluzioni andranno riprese dalle pronunce della Cassazione.

Inoltre, la delega prevede un’integrazione della disciplina dei provvedimenti che riguardano i rapporti pendenti. Con particolare riferimento ai presupposti della sospensione e, dopo la presentazione del piano, anche dello scioglimento.

In questo panorama si inserisce la sentenza della Cassazione n. 506/2016 (presidente Ceccherini, relatore Ferro) che ha stabilito che in caso di risoluzione del concordato preventivo e di conseguente dichiarazione di fallimento, i creditori anteriori alla riapertura della procedura fallimentare sono esonerati dalla restituzione di quanto hanno riscosso in base al concordato risolto o annullato. Le riscossioni devono però essere valide ed efficaci e non deve trattarsi di pagamenti illegittimamente eseguiti.

La sentenza ha deciso sull’impugnazione proposta da un istituto di credito contro una sentenza della Corte d’appello di Messina. Quest’ultima aveva accolto il ricorso di una società fallita riconoscendo, a seguito della risoluzione del concordato preventivo, che alcuni pagamenti effettuati in esecuzione della procedura preventiva cui la fallita era stata ammessa non mantenevano in concreto la loro efficacia.

La Cassazione, conformandosi all’orientamento dominante di legittimità (tra le tante, si veda la sentenza 16738/2014) ribadisce che la mancanza di obbligo a restituire quanto legittimamente riscosso, ex articolo 140, comma 3, Legge fallimentare, non rinvia al diritto di ripetere ciò che è stato pagato e “non dovuto”, poiché non si tratta di pagamenti vietati in punto di validità, stante l’attuazione di essi in conformità allo statuto dei creditori e con controllo dell’organo concorsuale.

La Legge fallimentare prevede, infatti, che i creditori anteriori alla riapertura della procedura fallimentare siano esonerati dalla restituzione di quanto hanno riscosso in base al concordato risolto o annullato, sempre che si tratti di riscossione valide ed efficaci e non di riscossioni cui essi non avevano diritto in funzione di quanto programmato nel piano concordatario.

È questo il principio ormai consolidato della conservazione dei pagamenti regolarmente disposti e percepiti.

La Cassazione, dunque, è stata chiamata a stabilire se un istituto di credito dovesse restituire o meno alla massa, per violazione della par condicio creditorum, i pagamenti regolarmente ricevuti nel corso di un concordato preventivo della società. Una procedura concorsuale di risanamento poi risoltasi in fallimento.

Sempre secondo la Corte, un imprenditore in concordato non ha la facoltà di eseguire il pagamento di debiti pregressi, in quanto tali atti solutori rappresentano violazioni della par condicio creditorum. Infatti, il divieto di eseguire pagamenti sussiste prima dell’omologazione del concordato.

Non è precluso il pagamento dei debiti pregressi, secondo la giurisprudenza (si veda la sentenza 10620/1990 della Cassazione) esclusivamente dopo l’ammissione alla procedura concorsuale, previa autorizzazione del giudice delegato e solo se ed in quanto esso sia indirizzato al risanamento dell’impresa nell’interesse della massa. La Cassazione, accogliendo il ricorso, ha stabilito che l’istituto di credito non deve restituire alla massa, per violazione della par condicio creditorum, i pagamenti regolarmente percepiti nel corso di un concordato preventivo poi risoltosi in fallimento.

Le premesse.

L’intento del legislatore della delega è sostituire il termine «fallimento» con equivalenti, introducendo una definizione dello stato di crisi e adottando un unico modello processuale volto a particolare celerità. Una rivoluzione copernicana, resa impellente dalle sollecitazioni europee (raccomandazione n. 2014/135/UE e novellato regolamento sull’insolvenza transfrontaliera (15414/15/UE)

La filosofia.

Alla delega sta lavorando una commissione di esperti, presieduta da Renato Rordorf, magistrato della Cassazione. Ci si muove in modo che l’imperativo della semplificazione ed armonizzazione delle procedure non travolga le esistenti peculiarità oggettive, da salvaguardare all’interno di percorsi secondari, ad esse appositamente dedicati

Il contenuto.

Tra i punti principali del testo di legge al quale sta lavorando la Commissione Rordorf (il Ddl è stato presentato a gennaio), c’è l’introduzione di meccanismi di allerta per far emergere per tempo le crisi aziendali, la limitazione del ricorso al concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti con gli intermediari finanziari e aiuti alle banche per smaltire i crediti

Il decreto del 2015.

L’anno scorso, col via libera al decreto fallimenti, sono cambiati concordato e svalutazioni. Tra le linee guida, facilitazioni per l’accesso al credito da parte dell’impresa che abbia chiesto il concordato preventivo, richieste di finanziamento con beneficio della prededuzione e livello minimo (fissato al 20%) dei debiti chirografari, per far sì che la proposta di concordato possa essere accolta.

Tribunale dei Minori a rischio, l’allarme: “Senza tribunale disastro sociale”. Cristina Maggia, Procuratore Minorile di Genova: “Qui ci vogliono tempo e specialità Quando il Tribunale dei minori emette una condanna, abbiamo perso tutti “.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

“Un disastro”: non usa mezzi termini, Cristina Maggia, procuratore dei Minori di Genova e vicepresidente dell’Aimmf, l’associazione nazionale dei magistrati per i minorenni e per la famiglia. I Tribunali dei minori saranno accorpati ai Tribunali di giustizia ordinaria e la Procura minorile diventerà un gruppo specializzato istituito presso la Procura ordinaria.

“Si buttano alle ortiche cinquant’anni di cultura minorile in Italia e a Genova: non lavoriamo come la giustizia ordinaria, per noi al centro non c’è il fatto, il reato, per noi al centro c’è il ragazzo, il bambino”: suona l’allarme il procuratore Maggia, e una settimana fa circa a Roma, l’associazione Aimmf ha approvato un documento in cui si chiede alla Commissione Giustizia della Camera di cancellare il cosiddetto “emendamento Ferranti”, approvato a fine gennaio, che tirerebbe una riga sulla cultura minorile nel nostre Paese e sul nostro territorio.

A metà marzo, a Genova, magistrati, avvocati, operatori sociali e sanitari, sindacati stanno organizzando una giornata di studio proprio per lanciare l’allarme e mettere in guardia sugli effetti dell’emendamento “Ferranti” al ddl delega del governo sulla riforma del processo civile e della famiglia e dei minori.

Procuratore Maggia, perché si cancellano il Tribunale e la Procura dei minori? “Per razionalizzare i costi. E invece non si comprende che, tra cinque anni, i costi che pagheremo in termini sociali e anche economici saranno altissimi. Questo è un disastro”.

Un esempio. “Uno banale. Un ragazzino non va a scuola. Oggi apriamo in Procura un fascicolo, lavoriamo con i servizi, con la scuola, cerchiamo di lavorare con la famiglia, che spesso ha bisogno soltanto di rimettersi sui binari giusti. Il ragazzino ritorna regolarmente a scuola. E il caso rientra. Chiudiamo il fascicolo, ci scriviamo su ‘non luogo a procedere’. Domani tutto questo lavoro non esisterà più: domani il caso diventa immediatamente un fascicolo del Tribunale ordinario. Che sfocerà in una sentenza. Invece di una riforma scellerata chiediamo una riforma giusta, perché una riforma è necessaria, ma non a scapito delle buone pratiche accumulate in anni di esperienza e cultura minorile”.

Sul tavolo ha un fascicolo: è un esempio anche questo? “Si tratta di una segnalazione anonima di uno psicologo: ha un paziente che scrive cose terribili sul padre. Io non cestino le segnalazioni anonime. Le approfondisco. Abbiamo avvertito la polizia giudiziaria minorile, perché trovasse le persone coinvolte in questa vicenda, la scuola, la famiglia. Ecco la polizia minorile…”.

Scompare anche quella? “Certo, e le assicuro che lavora in modo fantastico. Qui non cerchiamo criminali incalliti, qui cerchiamo di tutelare e proteggere e aiutare i minori. Un altro modo di vedere e affrontare le cose. Come può lavorare un agente non abituato a muoversi, delicatamente e in maniera ovattata, in questo mondo?”.

E dopo la polizia? “Abbiamo individuato i riferimenti di questo ragazzo e ora ci stiamo lavorando. Devo capire se è una bizza di un adolescente oppure c’è un malessere profondo, se il suo grido di aiuto è scatenato da fattori oggettivi e gravi. Allora decideremo se scrivere qui sopra ‘non luogo a procedere’ oppure se prendere il fascicolo e mandarlo al Tribunale dei minori”.

Un lavoro delicatissimo: di quanto alleggerisce il Tribunale minorile? “Il nostro distretto va da Ventimiglia a Massa Carrara. Nel 2015, su 2000 segnalazioni arrivate in Procura dal distretto, abbiamo mandato 700 fascicoli al Tribunale dei minori. Significa che per 1300 casi il lavoro di regia con i servizi, con le scuole, con le famiglie ha evitato un procedimento. Facendo risparmiare tempo al Tribunale, e denari dei processi, oltre all’impatto sociale che un procedimento ha su un minore. Vede però, tutto questo lavoro è invisibile, non rientra nelle statistiche. Non è calcolato il suo pregio. Così lo cancellano.

Scusi, ma c’è qualcuno che non è contrario all’emendamento? “Da noi arrivano persone che non possono pagare l’avvocato, hanno tutti il gratuito patrocinio, significa un costo enorme per la collettività, ma una perdita enorme per gli avvocati”.

La riforma vi trasforma in un sottoinsieme del Tribunale e della Procura ordinari? “Perderemo la nostra autonomia, si disperderanno competenze specifiche perché a capo del gruppo specializzato ci potrà finire anche chi non ha competenze specifiche. Qui parliamo di minori, ci occupiamo di tutela, protezione e recupero, ma sotto un procuratore ordinario della Repubblica i minori finirebbero nel dimenticatoio. Schiacciati dall’accumulo di pratiche ordinarie. Qui ci vuole tempo e specialità. Quando il Tribunale dei minori emette una condanna, abbiamo perso tutti”.

Quando si arriva alla detenzione del minore? “Proprio il lavoro delicatissimo che svolgiamo porta dati che parlano da soli: in Italia ci sono 450 detenuti minori, mentre 17.000 sono seguiti a piede libero sul territorio dai servizi. E il 90% dei detenuti sono stranieri, perché spesso non si può lavorare sulle famiglie e dunque il nostro ruolo è annullato. In Liguria i dati, in proporzione sono gli stessi, il 90% dei detenuti è straniero”.

Il Procuratore minorile svolge anche controlli sulle comunità: continuerà a farlo? “Controlli sulle comunità, sulle strutture e sulle case famiglia: è già difficile ora, che siamo in pochi. Scompariranno. Sa cosa significa? Case lager, come quelle che anche in Liguria ho trovato. Una volta ho scoperto una struttura dove i ragazzi dormivano in letti senza lenzuola, in mezzo alla sporcizia, ma chi gestisce le strutture guadagna profumatamente, circa 100 euro al giorno per ragazzo. Soldi pubblici, è giusto sorvegliare che vengano investiti invece che rubati. Oltre a proteggere i ragazzi da condizioni di vita allucinanti. Chi lo farà? Questo vale per i turni esterni: siamo reperibili h24: ci chiamano le forze dell’ordine, gli ospedali, i servizi, ogni volta che devono soccorrere o gestire un minore: un magistrato ordinario, con tutto il carico di lavoro che ha, come saprà farlo?”.

La «consecuzione». Tribunale di Monza sull’insolvenza presunta dall’origine. Revocatoria retrodatata prima della procedura.

POSTED ON febbraio 25th  - POSTED IN Senza categoria

In tema di revocatoria fallimentare, la retrodatazione del periodo sospetto al momento di apertura della procedura di concordato preventivo può ritenersi collegata al concetto di consecuzione delle procedure concorsuali. Un concetto ribadito dal Tribunale di Monza nel giudizio di opposizione allo stato passivo promosso da una banca per un credito privilegiato.

Il problema attiene alla retrodatazione degli effetti dell’azione revocatoria nei confronti dell’ipoteca iscritta il 5 agosto 2011, con ammissione al concordato per la società debitrice l’8 maggio 2012, dichiarata fallita il 23 ottobre successivo (sul tema dell’intangibilità dei pagamenti legittimamente eseguiti, si veda l’articolo a sinistra).

La questione nel caso di consecuzione di procedure concorsuali è quella collegata al possibile decorso del periodo sospetto ai fini dell’esperimento dell’azione revocatoria fallimentare dalla data di ammissione alla prima delle procedure concorsuali susseguitesi prima del fallimento. La decisione del Tribunale (decreto del 17 luglio 2014, presidente Paluchowski, relatore Nardecchia) ha sostenuto che il periodo di operatività dell’azione revocatoria (cosiddetto periodo sospetto) sia – nel caso in esame – collegata al concetto, oggi espressamente disciplinato dal legislatore, di consecuzione di procedure, che rappresentano più fasi di un procedimento unitario.

La prospettata riduzione a un unico strumento nella fase iniziale delle varie procedure esistenti, con la creazione di un unico «procedimento di accertamento giudiziale della crisi e dell’insolvenza» è principio generale della legge delega per la riforma delle procedure concorsuali. Le linee tracciate nel disegno di legge individuano, dunque, un’unica sede procedimentale, globalmente destinata all’esame delle situazioni di crisi o insolvenza.

La giurisprudenza negli ultimi anni si è evoluta in tal senso, anticipando la volontà di prevedere il necessario coordinamento tra le procedure. A tal fine, la sentenza di fallimento può contenere un accertamento, con valenza di giudicato nel successivo giudizio revocatorio, del fatto che il debitore si trovasse in stato di insolvenza al momento della pronuncia del decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

In assenza di tale accertamento, qualora al concordato preventivo segua il fallimento, è possibile legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza; stato comprovato ex post dalla sopravvivenza del fallimento. Pertanto, qualora al concordato preventivo faccia seguito il fallimento, si può legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza, facendo conseguire la possibilità di retroagire il momento iniziale per il computo del periodo sospetto, ai fini dell’esperibilità di azione revocatoria, alla data di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

Nel decisum in esame, la banca aveva chiesto ed ottenuto l’assenso all’iscrizione di ipoteca volontaria per l’intero credito e la debitrice, su accordo delle parti, si era impegnata a restituire il decreto ingiuntivo.

L’istituto di credito, preso atto del mancato pagamento di alcune rate, aveva azionato l’accordo richiedendo un decreto ingiuntivo per l’intero importo e non per la differenza scoperta dal precedente titolo esecutivo. Pertanto, il Tribunale ha rigettato l’opposizione, ritenendo che l’ipoteca rilasciata in esecuzione della predetta scrittura garantisse crediti non ancora scaduti, con conseguente applicabilità della revocatoria.

Si comprendono così alcuni dei motivi che hanno indotto il ministro della Giustizia a istituire la Commissione Rordorf, il cui scopo è stato quello di tentare di trovare, attraverso lo strumento della legge delega, un momento di organicità. E di tracciare alcune linee sistematiche di una normativa concorsuale, troppe volte emendata nel tempo e proveniente da istanze diverse.

Organizzazione. Secondo la Cassazione il giudice deve controllare l’equivalenza sul piano oggettivo e soggettivo con quelle vecchie. Nuove mansioni da verificare. Con il Jobs act sono esigibili tutte le funzioni riconducibili al medesimo inquadramento.

POSTED ON febbraio 25th  - POSTED IN Studio Legale

Anche in presenza di un nuovo sistema di classificazione definito dal contratto collettivo, dal quale sia derivato l’accorpamento in un’unica qualifica di profili professionali precedentemente inseriti in ambiti contrattuali diversi, non tutte le mansioni riconducibili alla nuova area contrattuale sono esigibili. Il giudice, infatti, è tenuto a verificare l’equivalenza sostanziale, sul piano oggettivo e soggettivo, delle nuove attività a quelle precedentemente svolte dal lavoratore.

Con sentenza 3422/2016 la Corte di cassazione ha affermato che un giudizio di equivalenza, in base all’articolo 2103 del Codice civile, costituisce presupposto ineliminabile per verificare la compatibilità delle nuove mansioni assegnate a un lavoratore rispetto a quelle di provenienza, quand’anche le une e le altre appartengano, in virtù della previsione contrattuale collettiva, alla medesima qualifica.

Questa conclusione, ad avviso della Suprema corte, deve essere confermata anche se il nuovo sistema di classificazione previsto dalla contrattazione collettiva, da cui è derivata l’inclusione in un’unica qualifica di profili in precedenza inseriti in aree contrattuali diverse, risponde a una riorganizzazione aziendale.

Sulla base di questi presupposti, un’azienda è stata condannata a risarcire il danno professionale di un addetto allo smistamento della corrispondenza in misura pari al 40% della sua retribuzione mensile, moltiplicata per i due anni nei quali, a seguito dell’accorpamento delle vecchie categorie professionali in nuove aree di inquadramento, il lavoratore è stato adibito a mansioni diverse da quelle originarie, ma riconducibili alla medesima area contrattuale.

Ad avviso della Cassazione, l’azienda non avrebbe dovuto limitarsi ad affermare la sussistenza di un’equivalenza convenzionale tra le mansioni di provenienza e quelle affidate al lavoratore con l’entrata in vigore del nuovo sistema di classificazione, ma avrebbe dovuto procedere, anche in tal caso, a una ponderata valutazione dell’idoneità delle nuove funzioni a garantire la salvaguardia in concreto del livello professionale acquisito e a consentire al lavoratore un accrescimento delle sue capacità.

La sentenza è paradigmatica di un assetto regolatorio oggi superato dalle nuove disposizioni del Jobs act che, in tema di esercizio del potere datoriale di variare le mansioni dei dipendenti, ha introdotto una disciplina indubbiamente più flessibile, tale per cui tutte le funzioni riconducibili al medesimo livello di inquadramento sono esigibili dall’imprenditore.

La nuova disciplina legale, frutto delle modifiche introdotte dall’articolo 3 del Dlgs 81/2015, prevede inoltre che l’imprenditore possa attribuire ai lavoratori mansioni che rientrano nel livello di inquadramento immediatamente inferiore, se ciò sia giustificato da un mutamento degli assetti organizzativi aziendali.

Rispetto al quadro ben più ingessato nel cui ambito si è espressa la sentenza della Cassazione, le nuove regole confermano i maggiori spazi di movimento di cui gode oggi l’imprenditore nella gestione del personale, tale per cui, onde evitare che sia contestato un esercizio illecito dello jus variandi datoriale, sarà sufficiente accertare che le nuove mansioni assegnate ai lavoratori siano riconducibili al medesimo livello contrattuale o, se relative a un livello inferiore, che siano state attribuite in forza di una effettiva riorganizzazione interna.

Tra coniugi separati. La spesa sulla casa in «comune» non è condominiale

POSTED ON febbraio 23rd  - POSTED IN Studio Legale

Le spese straordinarie per il godimento e la conservazione dei beni condominiali non vanno confuse con le spese straordinarie sostenute per conservare e mantenere un bene in comproprietà o in comunione.

Tale principio è stato applicato di recente dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 2195 del 2016) che ha respinto il ricorso di un comproprietario di un immobile condannato, in secondo grado, dal tribunale, a rimborsare, in favore della ex moglie, la sua quota parte delle spese straordinarie sostenute, da quest’ultima, per la sistemazione del giardino e la sostituzione della basculante del box dell’appartamento assegnato, alla ex coniuge, in sede di separazione consensuale.

Il marito sosteneva che tali spese non gli competevano perché le condizioni di separazione prevedevano, a carico del ricorrente, il pagamento, pro quota, delle sole spese condominiali straordinarie, degli oneri fiscali nonché dei tributi e delle tasse che gravano su detto immobile.

Le spese richieste, inoltre, non solo non rientravano in tali categorie ma non possedevano le condizioni di cui all’articolo 1110 Codice civile, ossia la trascuranza sui lavori da eseguire, (posto che non era stato tempestivamente avvisato della necessità degli stessi), né la natura conservativa della spesa, trattandosi, bensì, a suo dire, di migliorie.

I supremi giudici nel respingere il ricorso hanno ritenuto che il giudice di merito aveva correttamente applicato il principio contenuto nell’art. 1110 Codice civile partendo però da un preliminare chiarimento che un conto sono le spese condominiali ossia quelle imputabili all’appartamento per l’uso e il mantenimento delle parti comuni in quanto facente parte del condominio e un conto sono le spese imputabili alla proprietà del bene per la sua conservazione.

L’accordo di separazione disciplinava soltanto le prime.

Le spese richieste al marito, invece, attenevano alla conservazione dell’immobile in comproprietà, disciplinate dalle norme sulla comunione e, nella fattispecie ,l’articolo 1110 citato che prevede l’obbligo di tutti i comunisti di contribuire alle spese relative al bene comune, il diritto al rimborso pro quota delle spese necessarie per consentire l’utilizzazione del ben comune a colui che le ha anticipate per gli altri e delle spese per la conservazione, sostenute affinché la cosa comune mantenga la sua capacità di fornire utilità secondo la peculiare destinazione impressale e si eviti il deterioramento del bene (Cassazione, sentenza 12568/2002); nella fattispecie la natura necessaria delle spese era stata accertata in quanto la sostituzione della serranda del box si era rotta a seguito di un furto e il taglio degli alberi era giustificato dal fatto che stavano rovinando le autovetture sotto parcheggiate.

In definitiva, quindi, le spese condominiali straordinarie sono altro rispetto a quelle di conservazione previste dall’articolo 1110 citato cui il ricorrente è tenuto a corrispondere la propria quota in virtù del suo status di comproprietario dell’immobile.

Insolvenze. Dalla Cassazione no al risarcimento per una S.p.A. segnalata alla centrale rischi della Banca d’Italia. Pagare tardi non salva dalla black list.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Roma. Il rifiuto della società, costantemente in ritardo nei pagamenti del mutuo, di utilizzare l’addebito sul conto corrente conferma la sofferenza finanziaria e giustifica la segnalazione alla centrale rischi. La Cassazione, con la sentenza 2913/2016, respinge la richiesta di risarcimento danni proposta contro una finanziaria per l’indebita segnalazione alla centrale rischi della Banca d’Italia. Una black list che la società per azioni riteneva di non meritare avendo pagato i canoni pregressi. Il “saldo”, preceduto dalla minaccia di risolvere il contratto per inadempimento, non aveva però soddisfatto la finanziaria che aveva subordinato la ripresa del rapporto al rilascio del modulo di rapporto interbancario diretto (Rid). Inutilmente la ricorrente lamentava che, anche se sistematicamente fuori tempo, aveva pagato i ratei e la concedente aveva sempre rispristinato il contratto. Per la S.p.A. era contrario alla buona fede subordinare la ripresa del contratto al Rid, perché l’addebito in conto corrente altro non è che una semplice modalità di pagamento. Al contrario, la finanziaria si era detta disponibile a rinunciare alla penale in cambio di una maggiore sicurezza sui pagamenti futuri. Mentre il rifiuto di “cedere” sui modelli era stato interpretato come la conferma di una sofferenza economica.

La Cassazione avalla la decisione della Corte di merito che aveva considerato gli inadempimenti imputati alla ricorrente non occasionali, ma sintomatici di una difficoltà confermata dal mancato rilascio dei Rid dai quali dipendeva la prosecuzione del contratto. La Suprema Corte sottolinea, come al rapporto interbancario diretto si faccia spesso ricorso nei contratti di durata. Il via libera del cliente alla banca ad operare un determinato addebito periodico sul suo conto corrente, va oltre il semplice sistema di pagamento, ma assume una funzione rafforzativa del credito. La segnalazione alla centrale rischi del credito in sofferenza è avvenuta dunque, “per fini conformi a quelli della doverosa informativa al sistema creditizio”, di una situazione oggettiva di incapacità finanziaria.

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