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Con il decreto del 19 gennaio 2016 si aggiornano le modalità del processo civile. Il rito telematico in Cassazione. Notificazioni e comunicazioni online dal 5 febbraio 2016.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Il processo civile telematico anche presso le sezioni civili della Corte di cassazione dal 5 febbraio scorso. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 16 del 21 gennaio 2016 è stato pubblicato il decreto del ministero della giustizia 19 gennaio 2016 di “Attivazione delle notificazioni e comunicazioni telematiche presso la Corte di cassazione, ai sensi dell’articolo 16, comma 10, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, limitatamente al settore civile”, con il quale il processo civile telematico arriva anche presso le sezioni civili della Corte di Cassazione attraverso l’attivazione delle notificazioni e comunicazioni per via telematica. Si prosegue, quindi, nel solco di quella esigenza di promuovere ulteriori misure per favorire la crescita, lo sviluppo dell’economia e della cultura digitali, nonché promuovere l’alfabetizzazione informatica. Pertanto presso le sezioni civili della Cassazione, le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria saranno effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. La relazione di notificazione verrà, quindi, redatta in forma automatica dai sistemi informatici in dotazione alla cancelleria. È noto come già a decorrere dal 30 giugno 2014, per il procedimento davanti al tribunale di cui al libro IV, titolo I, capo I del codice di procedura civile, escluso il giudizio di opposizione, il deposito dei provvedimenti, degli atti di parte e dei documenti ha già luogo esclusivamente con modalità telematiche. Nel decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, cui fa riferimento il decreto in commento, si legge che il deposito con modalità telematiche si ha per avvenuto al momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del ministero della giustizia. Il deposito risulterà essere tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna verrà generata entro la fine del giorno di scadenza e si applicano le disposizioni di cui all’articolo 155, quarto e quinto comma, del codice di procedura civile. Quando il messaggio di posta elettronica certificata eccede la dimensione massima stabilita nelle specifiche tecniche del responsabile per i sistemi informativi automatizzati del ministero della giustizia, il deposito degli atti o dei documenti può essere eseguito mediante gli invii di più messaggi di posta elettronica certificata. Il deposito è tempestivo quando è eseguito entro la fine del giorno di scadenza.

Crescono i divorzi a Roma, ma la mediazione assistita non piace.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

È un fenomeno fluttuante, la risoluzione di un matrimonio finito. Il saliscendi dipende dalle nuove leggi, dai tempi, dalle informazioni in possesso di coppia e legali, dall’atteggiamento culturale. “Alcune nuove tendenze erano prevedibili, altre non hanno una lettura altrettanto chiara”, commenta Marco Meliti, presidente dell’associazione italiana di diritto e psicologia della famiglia, analizzando i dati sulle cause di separazione e divorzio raccolti nell’ultimo anno. Fonte diretta, il Tribunale di Roma. L’indagine riguarda il periodo tra 1 gennaio e novembre, a confronto 2014 e 2015. Ecco i risultati.

Divorzi: in netto aumento sia i giudiziali sia i consensuali, circa il 16% in più. Il motivo è la legge che abbrevia i tempi delle cause e che, dunque, favorisce decisioni di chiusura. Si concludono col taglio netto anche unioni ultratrentennali, il più delle volte per iniziativa di mariti over 60 che trovano compagne giovani.

Separazioni, anche qui una novità: diminuite del 9% forse perché anziché al tribunale i coniugi senza figli e senza beni da dividere preferiscono rivolgersi direttamente al Comune, ufficiale di Stato Civile. Il calo è stato più sensibile nelle consensuali, 25%, il 2% le giudiziali e questa distinzione di percentuali spiegherebbe questo cambiamento.

L’aspetto più sorprendente della ricerca è che si è fatto un uso molto moderato della negoziazione assistita, un nuovo strumento che consente di delegare l’accordo agli avvocati dei coniugi. Saranno i legali a depositare in tribunale l’accordo senza passare attraverso l’udienza. Un percorso che fa risparmiare tempo e alleggerisce il carico di lavoro dei giudici (i costi per i contendenti restano invece immutati). “Solo il 18% delle coppie ricorrono a questa scorciatoia per divorzio e separazione – dice il presidente dell’Associazione – Forse alla base c’è disinformazione. Bisogna incentivare la negoziazione assistita che permette di arrivare a separazione e divorzio in meno di un mese contro i sei necessari se si sceglie la via tradizionale”. In pratica oggi chi volesse, potrebbe porre definitivamente fine alla sua esperienza di vita a due in appena sette mesi: uno è necessario per la separazione, sei per il divorzio.

Jobs Act. Pro e contro del nuovo strumento di remunerazione tramite i voucher. Utili, ma con qualche spina

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Possibili elusioni se non c’è obbligo sulla data della prestazione e senza banda larga e difficile sfruttarli.

Rappresentano una delle novità più importanti del Jobs Act. I voucher hanno certamente impresso un’accelerazione all’emersione del lavoro nero e all’aumento dell’occupazione. Il meccanismo, secondo gli esperti, però, presenta ancora alcuni punti oscuri in merito alla procedura da adottare. Per sgombrare il campo da equivoci, meglio ricostruire il processo di applicazione.

Il compenso annuale lordo può essere al massimo di 9.333 euro. Si tratta dell’importo percepito dal lavoratore e non della cifra che deve sborsare il committente che si avvale della prestazione dei lavoratori. In particolare, le attività lavorative per committenti imprenditori o professionisti possono essere svolte a favore di ciascun singolo “datore di lavoro occasionale” per compensi non superiori a 2.000 euro (corrispondenti a 2.693 euro lordi). Tale limite non si applica ai committenti privati che possono ricorrervi fino al limite di 7.000 euro (9.333 euro lorde).

Nel settore agricolo il voucher può essere utilizzato nell’ambito delle attività di carattere stagionale effettuate da pensionati o giovani con meno di venticinque anni di età se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici, ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università.

Ma come funzionano i voucher? Gli acquisti possono essere fatti presso le rivendite autorizzate. Il testo normativo prevede a regime l’obbligo di inoltrare la comunicazione, prima dell’inizio della prestazione, in via telematica alla direzione territoriale del lavoro competente. Attualmente la comunicazione va fatta all’Inps. E deve essere preventiva e contenere: i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore; il luogo della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore ai trenta giorni successivi; l’importo lordo presunto.

La comunicazione ha lo scopo di assicurare la tracciabilità e consentire agli organi preposti di effettuare le opportune verifiche ed evitare gli abusi. In campo agricolo l’importo del voucher è pari a quello della retribuzione oraria delle prestazioni dei lavoratori dipendenti.

I consulenti del lavoro hanno svolto un’analisi approfondita del nuovo testo individuando una serie di aspetti positivi introdotti dai voucher. Si parte dalla considerazione che la procedura è snella e semplice in quanto gestibile telematicamente senza necessità di eccessive conoscenze informatiche.

Facile anche l’acquisto del voucher e il suo incasso: entrambe le operazioni possono essere svolte presso i tabaccai. C’è poi la tracciabilità delle prestazioni sul sito Inps per ogni lavoratore. Attraverso un semplice monitoraggio è possibile verificare il totale delle prestazioni ed evitare sforamenti.

“Fermo restando gli aspetti positivi di questa riforma” – afferma Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi Consulenti del lavoro – “esiste, però, un concreto rischio di elusione nel momento in cui la procedura non richiede la puntuale indicazione del giorno e dell’orario della effettiva prestazione (richiede un arco temporale all’interno del quale verrà utilizzato il voucher per il lavoratore interessato)”. Altra criticità è riscontrabile in alcuni luoghi d’Italia dove non c’è sufficiente copertura della linea Internet. Capita, quindi, di non riuscire ad acquistare i buoni presso le ricevitorie abilitate per mancanza di linea e, di conseguenza, nemmeno di comunicare l’acquisto.

Utilizzabili i dati raccolti con il Gps

POSTED ON febbraio 12th  - POSTED IN Studio Legale

Utilizzabili le prove raccolte attraverso il cosiddetto pedinamento elettronico, senza adottare le misure tecniche per assicurare la conservazione dei dati originali e impedirne l’alterazione. La Corte di cassazione, con la sentenza 5550, respinge il ricorso dei componenti di una squadra volanti condannata per interruzione di servizio, truffa e falso per aver lasciato sguarnita la zona a loro assegnata con i motivi più vari: dal ritorno in questura alla “pennichella”.

Ad inchiodare i ricorrenti alle loro responsabilità erano state le intercettazioni disposte all’interno delle auto e il Gps. Tutti avevano fatto ricorso contro la condanna sostenendo l’illecita utilizzazione delle prove acquisite in modo non corretto. Secondo i ricorrenti, il pedinamento elettronico doveva essere soggetto alle norme dettate dal codice di rito per le ispezioni e le perquisizioni (articoli 244 e 247) che, nel caso di acquisizione di materiale informatico, impongono la conservazione dei dati. Un’altra norma da rispettare invocata era l’articolo 360 sugli accertamenti tecnici non ripetibili.

Per la Cassazione però il pedinamento satellitare non ha nulla a che fare con gli istituti citati e rientra nell’ordinaria attività di polizia giudiziaria. I suoi risultati sono supportati dalle dichiarazioni di chi ha effettuato o coordinato i pedinamenti. Si pone dunque solo un problema di attendibilità e non di utilizzabilità, che nel caso specifico non c’era stato.

La convivenza forzata non blocca il divorzio in quanto la coabitazione non prova l’avvenuta riconciliazione.

POSTED ON febbraio 8th  - POSTED IN Studio Legale

Specie in tempi di crisi economica, quando vivere sotto lo stesso tetto anche se l’amore è finito, è spesso una necessità e non una scelta. La Corte di cassazione, con la sentenza 2360 depositata il 5 febbraio 2016, respinge il ricorso di una ex moglie che cercava, dopo la separazione, di scongiurare il divorzio giocandosi la carta della ritrovata comunione con l’ex marito, a suo avviso dimostrata, da una convivenza che si era protratta quasi fino alla data della domanda di divorzio.

La Cassazione però va oltre le apparenze. In primo luogo la Suprema corte ricorda che l’eccezione di sopravvenuta riconciliazione deve essere proposta dalle parti e non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, perché non investe motivi di ordine pubblico ma riguarda strettamente il rapporto di coppia.

Nel caso specifico poi c’erano diversi elementi che deponevano contro la ritrovata armonia: una domanda di addebito formulata dall’ex marito in primo grado e l’accertamento di una tensione che aveva indotto i due a vivere in camere separate.

La prova della convivenza non è in genere risolutiva ma lo è ancora di meno in tempi di recessione, quando la coabitazione è il risultato dell’impossibilità di trovare un altro alloggio a causa dei costi. La Cassazione non manca, infatti, di fare riferimento alla frequenza della «coabitazione inerziale» dovuta «alla notoria caduta dei redditi, accentuatasi in ragione della crisi economica del paese». Per i giudici manca il connotato della ricostituzione del consorzio familiare e del superamento delle condizioni che avevano portato i due a scegliere strade separate.

Per la signora nulla da fare: il divorzio è inevitabile. La ricorrente, che era stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato, riesce invece a scongiurare il pagamento del doppio del contributo unificato pur avendo perso anche in secondo grado. La Cassazione ricorda infatti che il ricorrente in Cassazione che usufruisce del beneficio, non è tenuto, in caso di rigetto dell’impugnazione, a versare l’ulteriore importo.

Limiti al contante stretti

POSTED ON febbraio 5th  - POSTED IN Senza categoria

Le operazioni in contante sono da considerarsi artificiosamente frazionate sebbene annotate in contabilità quanto sono attuate nello stesso giorno o in giorni immediatamente successivi. In tal caso infatti si guarda alla considerazione complessiva del valore da trasferire. La Corte di cassazione con la sentenza 1080/2016 interviene sulla disciplina antiriciclaggio e conferma le sanzioni amministrative a soggetti che hanno compiuto trasferimenti in contante oltre la soglia all’epoca dei fatti superiore ai 12.500 euro. I giudici infatti ricordano che il divieto posto dalla normativa antiriciclaggio, diretto a impedire il trasferimento di denaro contante e titoli al portatore per importi superiori a 12.500 euro, senza il tramite di intermediari abilitati, pone riferimento al valore dell’intera operazione economia alla quale il trasferimento sia funzionale e si applica anche quanto il trasferimento si sia realizzato mediante il compimento di varie operazioni ciascuna di valore inferiore o pari al massimo consentito. Le operazioni poste in essere erano state molteplici e di entità inferiore al limite, fissato all’epoca dei fatti in lire 20 milioni. Per i giudici sono da considerare artificiosamente frazionate (in quanto spesso attuate nello stesso giorno o in giorni immediatamente successivi), soddisfa l’esigenza normativa di una considerazione complessiva del valore da trasferire. «Siffatta esigenza», si legge nella sentenza, «nascente dalla ratio della norma, di rendere trasparenti le transazioni finanziarie aventi maggior rilevanza economica», continuano i giudici, «di rendere trasparenti le transazioni finanziarie aventi maggior rilevanza economica, neppure trova eccezione nella circostanza che i singoli pagamenti siano comunque riportati nelle scritture contabili, né in consuetudini commerciali dovute al collegamento economico esistente tra imprese gestite da società del medesimo gruppo», in quanto soggetti dotati di autonoma personalità giuridica.

Il parcheggio resta condominiale

POSTED ON febbraio 5th  - POSTED IN Senza categoria

Sui parcheggi condominiali non si transige. E anche se sono passati molti anni dalla vendita abusiva il maltolto va restituito ai condòmini.

La sentenza della Cassazione 2236/2016, depositata ieri, ha ripercorso una complessa vicenda nata nel 1987. Quasi trent’anni per restituire uno spazio destinato a posti auto. Due condòmini avevano citato l’acquirente dell’area contesa perché, a loro dire, il venditore (costruttore dello stabile) aveva violato il vincolo pubblico di destinazione relativo a un’area di parcheggio per autovetture nel piano cantinato del condominio, riservandosela in proprietà.

La Corte d’appello aveva dato torto all’acquirente e restituito l’area, accertandone il diritto d’uso in capo ai due condòmini ricorrenti, osservando che dal vincolo di legge discende automaticamente un diritto reale d’uso in capo a chi ha comprato le unità immobiliari dell’edificio.

La Cassazione, chiamata in causa dall’acquirente “espropriato”, ha accolto la tesi della Corte d’appello, affermando anzitutto che va confermata la tesi dominante, che prevede l’attribuzione dell’area in uso comune. Poi, sul tema della liberalizzazione della commerciabilità dei parcheggi rispetto alle unità immobiliari condominiali, sorta con la legge 246/2005 ha dichiarato che è possibile «soltanto per il futuro». Quindi, dato che la sottrazione all’uso comune era avvenuta prima del 2005, va applicata la normativa precedente, Inoltre, ha osservato la Cassazione, era stata venduta l’area a parcheggio senza la relativa abitazione.

Infine, anche la libertà di vendita delle aree comunque vigente dal 1967 riguarda solo le parti eccedenti il vincolo e quindi, in base al ricalcolo effettuato, non poteva essere invocata. La Cassazione ha anche condannato l’acquirente dell’area a parcheggio a rifondere le spese di lite ai due condòmini che hanno ottenuto l’area.

Niente affidamento condiviso per la madre che scredita la figura paterna agli occhi dei figli

POSTED ON febbraio 1st  - POSTED IN Studio Legale

Niente affidamento condiviso per la madre che scredita la figura paterna agli occhi dei figli. Lo ha affermato la Corte di appello di Catanzaro, con il decreto del 18 dicembre 2015.

Alla base della questione, il ricorso di una donna, volto a riottenere l’affido condiviso dei figli avuti dall’ex compagno. Ricorso che la Corte di appello di Catanzaro ha però respinto accogliendo invece la domanda del padre che chiedeva l’affidamento esclusivo, la collocazione presso di sé, ed un contributo per il loro mantenimento. Così facendo la Corte d’appello cosentina ha confermato la sentenza di primo grado che aveva dichiarato l’inidoneità materna al ruolo di affidataria dei figli e optato per l’affido esclusivo al padre, con collocazione temporanea presso un Centro di accoglienza e facoltà dei genitori di vedere i minori alla presenza degli assistenti sociali.

Secondo i giudici di primo grado infatti la madre «avrebbe operato sui figli un condizionamento psicologico teso a distruggere la figura paterna». A dimostrazione di questo comportamento l’esito della Ctu che aveva diagnosticato un «disturbo relazionale di alienazione parentale».

Contro la sentenza di primo grado la donna aveva quindi presentato ricorso in appello per vizio e contraddittorietà della consulenza e chiesto il ripristino dell’affido condiviso.

Innanzitutto la Corte d’appello di Catanzaro ribadisce che il principio della bigenitonalità e il correlato affido dei figli ad ambo i genitori «è la prima soluzione che il giudice deve valutare nel caso di separazione della coppia» e che l’affidamento esclusivo va disposto solo «ove quello condiviso contrasti con l’interesse dei figli».

Tuttavia, continua la Corte, nella fattispecie specifica, non era possibile non valutare sia l’accesa conflittualità tra le parti, fomentata da incomprensioni e insofferenze, che la «sprezzante oppositività» palesata dalla signora nei confronti del suo ex, verso il quale non aveva mai avuto remore nel sottolinearne, in ogni occasione, l’inadeguatezza anche affettiva «allontanando da lui i figli».

Era quindi possibile affermare che l’ostilità mostrata dai minori verso il papà fosse l’effetto della condotta materna, sempre tesa ad escludere la figura paterna dalla vita dei figli, ed a comprimerne una sana frequentazione. A confermarlo, il rapporto degli assistenti sociali – che avevano ipotizzato un condizionamento ad opera di un adulto – e i rilievi del consulente, dai quali emergeva «una gestione materna improntata a plateale insofferenza nei confronti del padre e tesa a logorare» l’altro genitore. In sostanza – evidenziano i giudici di secondo grado – a pesare sulle sorti della causa, non è tanto il riconoscimento della Pas sotto il profilo medico scientifico, quanto il concreto atteggiarsi dei rapporti genitori/figli. Di contro, il padre si era mosso in un’ottica di «tutela prioritaria dell’interesse dei bambini, adeguandosi alle soluzioni adottate» dal Tribunale o consigliate dagli operatori.

Un quadro, quello emerso, che non poteva non far propendere per il rigetto del reclamo avanzato dalla madre e per la conferma dell’affido esclusivo in capo al papà. Scelta affiancata, però, ad una temporanea collocazione dei figli in una struttura, nell’intento di raggiungere un «graduale e meno traumatico» recupero dei rapporti padre-figli e consentire, al tempo stesso, «il ripristino di un sano coinvolgimento affettivo» dei minori con entrambi i genitori.

Doppio processo per la vittima del reato che vuole il risarcimento del danno.

POSTED ON febbraio 1st  - POSTED IN Studio Legale

Doppio processo per la vittima del reato che vuole il risarcimento del danno.

La vittima del reato, parte civile in un processo penale, quando l’imputato viene prosciolto per incapacità di intendere e di volere, se vuole il risarcimento del danno, è costretta a ricominciare da zero un diverso processo civile.

Il giudice penale, infatti, non può pronunciarsi sulla domanda di risarcimento della parte civile e la persona offesa è costretta a un doppio processo.

Così prescrive il codice di procedura penale, che è stato salvato dalla Corte costituzionale (sentenza 12 depositata il 29 gennaio 2016). Anche se la Consulta non manca di sottolineare che il legislatore, se lo vuole, può disporre diversamente ed evitare la peregrinazione giudiziaria alla persona offesa. Ma da questo punto di vista l’orientamento attuale va in direzione contraria e cioè verso una ampia depenalizzazione e trasformazione di reati in illeciti civili.

Ma vediamo di illustrare la sentenza.

In un processo davanti al tribunale di Firenze, Pm e difensori hanno chiesto l’assoluzione dell’imputato, perché incapace di intendere e di volere al momento del fatto per vizio totale di mente. La parte civile ha chiesto l’applicazione dell’articolo 2047 del codice civile, che riconosce a favore del danneggiato un’equa indennità a carico del soggetto incapace.

Ma anche questa strada è sbarrata.

La corte ha ricordato che l’articolo 538 codice procedura penale consente al giudice penale di decidere sulle questioni civili solo nel caso di condanna dell’imputato: se questo viene sia assolto per totale infermità di mente, il danneggiato, non può fare altro che promuovere un autonomo giudizio davanti al giudice civile.

Certo, si legge nella sentenza, il legislatore potrebbe, nella sua discrezionalità, introdurre un sistema per cui il giudice penale si pronunci sulle questioni civili, pur in assenza di una condanna dell’imputato.

Ma al momento la diversa regola vigente non contrasta con la Costituzione.

L’attuale sistema è, infatti, caratterizzato dal principio della separazione e dell’autonomia del giudizio penale rispetto a quello civile. Il danneggiato può scegliere se esperire l’azione civile in sede penale o in sede civile.

Con altra pronuncia (sentenza n. 13 depositata il 29 gennaio 2016) la Corte costituzionale si è pronunciata in materia di compensi al difensore di soggetti ammessi al gratuito patrocinio. La pronuncia ha salvato la norma del testo unico delle spese di giustizia, che applica la riduzione di un terzo degli importi dovuti al difensore. Il problema è l’applicazione retroattiva della riduzione anche alla liquidazione di onorari per prestazioni già interamente compiute prima della entrata in vigore della norma censurata (art. 106-bis del d.p.r. n. 115/2002).

Nella sentenza la Consulta ha, però, bacchettato il giudice di merito, perché è partito dal presupposto per cui, nel caso di successione di diverse norme sugli onorari degli avvocati, il giudice debba necessariamente riferirsi agli onorari vigenti alla data del provvedimento di liquidazione. Tuttavia, le norme devono essere interpretate nel senso che un procedimento di liquidazione fisiologico comporta la concomitanza del momento dell’esaurimento della difesa, domanda del compenso e corrispondente provvedimento giudiziale di liquidazione.

Come è cambiata la disciplina sanzionatoria per i licenziamenti illegittimi

POSTED ON febbraio 1st  - POSTED IN Studio Legale

Con l’introduzione del contratto a tutele crescenti, per i lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015, viene totalmente ridisegnata la disciplina sanzionatoria per i licenziamenti illegittimi.

Pertanto, la nuova disciplina si applica ai lavoratori neoassunti, ossia coloro che rivestono la qualifica di operai, impiegati o quadri, titolari di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dal 7 marzo 2015.

Per i lavoratori occupati entro il giorno antecedente, invece, operano le norme poste in essere dalla l. 300/1970 e l. n. 604/1966, come modificate dalla l. n. 92 del 2012 (Riforma Fornero).

La ratio – e l’obiettivo dichiarato – della nuova disciplina consisterebbe nella prospettiva di ridurre i costi per le imprese, facendo ripartire l’occupazione.

Per i nuovi assunti alle dipendenze di datori di lavoro in regime con più di 15 dipendenti (compresi gli enti di tendenza) – o che abbiano superato la soglia di 15 dipendenti a partire dal 7.3.2015 -, in caso di licenziamento economico – per giustificato motivo oggettivo o licenziamento collettivo – illegittimo è esclusa in ogni caso la reintegrazione nel posto di lavoro.

In tali ipotesi, il rapporto si estingue comunque e al lavoratore è dovuta unicamente una

tutela indennitaria, con la previsione di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio a favore del lavoratore.

Tale  indennità  oscilla  tra  le  4  e  le  24  mensilità  (da  2  a  12,  se  si tratta  di violazione procedimentale).

Quindi il giudice, qualora accerti l’illegittimità del licenziamento, dichiara l’estinzione del rapporto di lavoro e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità, non assoggettata a contribuzione previdenziale, di importo pari a due mensilità di retribuzione per ogni anno di servizio (la base di calcolo è costituita, anche in questo caso, dall’ultima retribuzione  di   riferimento   per   il   calcolo   del   trattamento   di   fine   rapporto). In ogni caso, l’indennità non potrà essere inferiore a 4 mensilità, né potrà superare le 24 mensilità.

Per i licenziamenti disciplinari, intimati per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, la reintegrazione nel posto di lavoro è esclusa, con applicazione del regime appena descritto.

Essa viene prevista solo nelle ipotesi di licenziamento in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione del giudice circa la sproporzione del licenziamento.

Quindi, in tali casi, qualora sia dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, il datore di lavoro è condannato al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali, e il dipendente ha diritto di percepire un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto e corrispondente al periodo che va dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione che peraltro non potrà essere superiore a 12 mensilità.

In questi casi non è prevista un’entità minima, come invece stabilito per le altre ipotesi di licenziamento nullo o inefficace.

Dall’indennità in questione cui andrà dedotto l’aliunde perceptum, e le somme che il lavoratore avrebbe potuto percepire accettando una congrua offerta di lavoro (secondo i criteri indicati dall’art. 4, co. 1, lett. c), del decreto legislativo n. 181 del 2000).

La tutela reintegratoria permane anche nei casi di licenziamento discriminatorio, nullo,

per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore ed infine nel caso in cui sia intimato in forma orale (cui è assimilato il licenziamento collettivo orale e/o intimato in assenza di comunicazione iniziale di apertura della procedura o con comunicazione viziata in uno dei suoi elementi essenziali).

In tali ipotesi, infatti, il giudice, dichiarata la nullità del licenziamento, condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto, oltre al pagamento di un’indennità a favore di quest’ultimo e al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

L’indennità è appunto commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto e corrisponde al periodo intercorrente tra il giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto eventualmente percepito dal lavoratore, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative.

In ogni caso, l’indennità non può essere inferiore a cinque mensilità.

Sul piano processuale inoltre, è superato il rito Fornero per i soli nuovi assunti con il rischio che due lavoratori della stessa azienda, impugnando giudizialmente il provvedimento di licenziamento lo stesso giorno, possano vedere tutelati i propri diritti a distanza di molto tempo l’uno dall’altro.

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