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La «consecuzione». Tribunale di Monza sull’insolvenza presunta dall’origine. Revocatoria retrodatata prima della procedura.

POSTED ON febbraio 25th  - POSTED IN Senza categoria

In tema di revocatoria fallimentare, la retrodatazione del periodo sospetto al momento di apertura della procedura di concordato preventivo può ritenersi collegata al concetto di consecuzione delle procedure concorsuali. Un concetto ribadito dal Tribunale di Monza nel giudizio di opposizione allo stato passivo promosso da una banca per un credito privilegiato.

Il problema attiene alla retrodatazione degli effetti dell’azione revocatoria nei confronti dell’ipoteca iscritta il 5 agosto 2011, con ammissione al concordato per la società debitrice l’8 maggio 2012, dichiarata fallita il 23 ottobre successivo (sul tema dell’intangibilità dei pagamenti legittimamente eseguiti, si veda l’articolo a sinistra).

La questione nel caso di consecuzione di procedure concorsuali è quella collegata al possibile decorso del periodo sospetto ai fini dell’esperimento dell’azione revocatoria fallimentare dalla data di ammissione alla prima delle procedure concorsuali susseguitesi prima del fallimento. La decisione del Tribunale (decreto del 17 luglio 2014, presidente Paluchowski, relatore Nardecchia) ha sostenuto che il periodo di operatività dell’azione revocatoria (cosiddetto periodo sospetto) sia – nel caso in esame – collegata al concetto, oggi espressamente disciplinato dal legislatore, di consecuzione di procedure, che rappresentano più fasi di un procedimento unitario.

La prospettata riduzione a un unico strumento nella fase iniziale delle varie procedure esistenti, con la creazione di un unico «procedimento di accertamento giudiziale della crisi e dell’insolvenza» è principio generale della legge delega per la riforma delle procedure concorsuali. Le linee tracciate nel disegno di legge individuano, dunque, un’unica sede procedimentale, globalmente destinata all’esame delle situazioni di crisi o insolvenza.

La giurisprudenza negli ultimi anni si è evoluta in tal senso, anticipando la volontà di prevedere il necessario coordinamento tra le procedure. A tal fine, la sentenza di fallimento può contenere un accertamento, con valenza di giudicato nel successivo giudizio revocatorio, del fatto che il debitore si trovasse in stato di insolvenza al momento della pronuncia del decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

In assenza di tale accertamento, qualora al concordato preventivo segua il fallimento, è possibile legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza; stato comprovato ex post dalla sopravvivenza del fallimento. Pertanto, qualora al concordato preventivo faccia seguito il fallimento, si può legittimamente presumere che il debitore si trovasse ab origine in stato di insolvenza, facendo conseguire la possibilità di retroagire il momento iniziale per il computo del periodo sospetto, ai fini dell’esperibilità di azione revocatoria, alla data di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

Nel decisum in esame, la banca aveva chiesto ed ottenuto l’assenso all’iscrizione di ipoteca volontaria per l’intero credito e la debitrice, su accordo delle parti, si era impegnata a restituire il decreto ingiuntivo.

L’istituto di credito, preso atto del mancato pagamento di alcune rate, aveva azionato l’accordo richiedendo un decreto ingiuntivo per l’intero importo e non per la differenza scoperta dal precedente titolo esecutivo. Pertanto, il Tribunale ha rigettato l’opposizione, ritenendo che l’ipoteca rilasciata in esecuzione della predetta scrittura garantisse crediti non ancora scaduti, con conseguente applicabilità della revocatoria.

Si comprendono così alcuni dei motivi che hanno indotto il ministro della Giustizia a istituire la Commissione Rordorf, il cui scopo è stato quello di tentare di trovare, attraverso lo strumento della legge delega, un momento di organicità. E di tracciare alcune linee sistematiche di una normativa concorsuale, troppe volte emendata nel tempo e proveniente da istanze diverse.

Organizzazione. Secondo la Cassazione il giudice deve controllare l’equivalenza sul piano oggettivo e soggettivo con quelle vecchie. Nuove mansioni da verificare. Con il Jobs act sono esigibili tutte le funzioni riconducibili al medesimo inquadramento.

POSTED ON febbraio 25th  - POSTED IN Studio Legale

Anche in presenza di un nuovo sistema di classificazione definito dal contratto collettivo, dal quale sia derivato l’accorpamento in un’unica qualifica di profili professionali precedentemente inseriti in ambiti contrattuali diversi, non tutte le mansioni riconducibili alla nuova area contrattuale sono esigibili. Il giudice, infatti, è tenuto a verificare l’equivalenza sostanziale, sul piano oggettivo e soggettivo, delle nuove attività a quelle precedentemente svolte dal lavoratore.

Con sentenza 3422/2016 la Corte di cassazione ha affermato che un giudizio di equivalenza, in base all’articolo 2103 del Codice civile, costituisce presupposto ineliminabile per verificare la compatibilità delle nuove mansioni assegnate a un lavoratore rispetto a quelle di provenienza, quand’anche le une e le altre appartengano, in virtù della previsione contrattuale collettiva, alla medesima qualifica.

Questa conclusione, ad avviso della Suprema corte, deve essere confermata anche se il nuovo sistema di classificazione previsto dalla contrattazione collettiva, da cui è derivata l’inclusione in un’unica qualifica di profili in precedenza inseriti in aree contrattuali diverse, risponde a una riorganizzazione aziendale.

Sulla base di questi presupposti, un’azienda è stata condannata a risarcire il danno professionale di un addetto allo smistamento della corrispondenza in misura pari al 40% della sua retribuzione mensile, moltiplicata per i due anni nei quali, a seguito dell’accorpamento delle vecchie categorie professionali in nuove aree di inquadramento, il lavoratore è stato adibito a mansioni diverse da quelle originarie, ma riconducibili alla medesima area contrattuale.

Ad avviso della Cassazione, l’azienda non avrebbe dovuto limitarsi ad affermare la sussistenza di un’equivalenza convenzionale tra le mansioni di provenienza e quelle affidate al lavoratore con l’entrata in vigore del nuovo sistema di classificazione, ma avrebbe dovuto procedere, anche in tal caso, a una ponderata valutazione dell’idoneità delle nuove funzioni a garantire la salvaguardia in concreto del livello professionale acquisito e a consentire al lavoratore un accrescimento delle sue capacità.

La sentenza è paradigmatica di un assetto regolatorio oggi superato dalle nuove disposizioni del Jobs act che, in tema di esercizio del potere datoriale di variare le mansioni dei dipendenti, ha introdotto una disciplina indubbiamente più flessibile, tale per cui tutte le funzioni riconducibili al medesimo livello di inquadramento sono esigibili dall’imprenditore.

La nuova disciplina legale, frutto delle modifiche introdotte dall’articolo 3 del Dlgs 81/2015, prevede inoltre che l’imprenditore possa attribuire ai lavoratori mansioni che rientrano nel livello di inquadramento immediatamente inferiore, se ciò sia giustificato da un mutamento degli assetti organizzativi aziendali.

Rispetto al quadro ben più ingessato nel cui ambito si è espressa la sentenza della Cassazione, le nuove regole confermano i maggiori spazi di movimento di cui gode oggi l’imprenditore nella gestione del personale, tale per cui, onde evitare che sia contestato un esercizio illecito dello jus variandi datoriale, sarà sufficiente accertare che le nuove mansioni assegnate ai lavoratori siano riconducibili al medesimo livello contrattuale o, se relative a un livello inferiore, che siano state attribuite in forza di una effettiva riorganizzazione interna.

Tra coniugi separati. La spesa sulla casa in «comune» non è condominiale

POSTED ON febbraio 23rd  - POSTED IN Studio Legale

Le spese straordinarie per il godimento e la conservazione dei beni condominiali non vanno confuse con le spese straordinarie sostenute per conservare e mantenere un bene in comproprietà o in comunione.

Tale principio è stato applicato di recente dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 2195 del 2016) che ha respinto il ricorso di un comproprietario di un immobile condannato, in secondo grado, dal tribunale, a rimborsare, in favore della ex moglie, la sua quota parte delle spese straordinarie sostenute, da quest’ultima, per la sistemazione del giardino e la sostituzione della basculante del box dell’appartamento assegnato, alla ex coniuge, in sede di separazione consensuale.

Il marito sosteneva che tali spese non gli competevano perché le condizioni di separazione prevedevano, a carico del ricorrente, il pagamento, pro quota, delle sole spese condominiali straordinarie, degli oneri fiscali nonché dei tributi e delle tasse che gravano su detto immobile.

Le spese richieste, inoltre, non solo non rientravano in tali categorie ma non possedevano le condizioni di cui all’articolo 1110 Codice civile, ossia la trascuranza sui lavori da eseguire, (posto che non era stato tempestivamente avvisato della necessità degli stessi), né la natura conservativa della spesa, trattandosi, bensì, a suo dire, di migliorie.

I supremi giudici nel respingere il ricorso hanno ritenuto che il giudice di merito aveva correttamente applicato il principio contenuto nell’art. 1110 Codice civile partendo però da un preliminare chiarimento che un conto sono le spese condominiali ossia quelle imputabili all’appartamento per l’uso e il mantenimento delle parti comuni in quanto facente parte del condominio e un conto sono le spese imputabili alla proprietà del bene per la sua conservazione.

L’accordo di separazione disciplinava soltanto le prime.

Le spese richieste al marito, invece, attenevano alla conservazione dell’immobile in comproprietà, disciplinate dalle norme sulla comunione e, nella fattispecie ,l’articolo 1110 citato che prevede l’obbligo di tutti i comunisti di contribuire alle spese relative al bene comune, il diritto al rimborso pro quota delle spese necessarie per consentire l’utilizzazione del ben comune a colui che le ha anticipate per gli altri e delle spese per la conservazione, sostenute affinché la cosa comune mantenga la sua capacità di fornire utilità secondo la peculiare destinazione impressale e si eviti il deterioramento del bene (Cassazione, sentenza 12568/2002); nella fattispecie la natura necessaria delle spese era stata accertata in quanto la sostituzione della serranda del box si era rotta a seguito di un furto e il taglio degli alberi era giustificato dal fatto che stavano rovinando le autovetture sotto parcheggiate.

In definitiva, quindi, le spese condominiali straordinarie sono altro rispetto a quelle di conservazione previste dall’articolo 1110 citato cui il ricorrente è tenuto a corrispondere la propria quota in virtù del suo status di comproprietario dell’immobile.

Insolvenze. Dalla Cassazione no al risarcimento per una S.p.A. segnalata alla centrale rischi della Banca d’Italia. Pagare tardi non salva dalla black list.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Roma. Il rifiuto della società, costantemente in ritardo nei pagamenti del mutuo, di utilizzare l’addebito sul conto corrente conferma la sofferenza finanziaria e giustifica la segnalazione alla centrale rischi. La Cassazione, con la sentenza 2913/2016, respinge la richiesta di risarcimento danni proposta contro una finanziaria per l’indebita segnalazione alla centrale rischi della Banca d’Italia. Una black list che la società per azioni riteneva di non meritare avendo pagato i canoni pregressi. Il “saldo”, preceduto dalla minaccia di risolvere il contratto per inadempimento, non aveva però soddisfatto la finanziaria che aveva subordinato la ripresa del rapporto al rilascio del modulo di rapporto interbancario diretto (Rid). Inutilmente la ricorrente lamentava che, anche se sistematicamente fuori tempo, aveva pagato i ratei e la concedente aveva sempre rispristinato il contratto. Per la S.p.A. era contrario alla buona fede subordinare la ripresa del contratto al Rid, perché l’addebito in conto corrente altro non è che una semplice modalità di pagamento. Al contrario, la finanziaria si era detta disponibile a rinunciare alla penale in cambio di una maggiore sicurezza sui pagamenti futuri. Mentre il rifiuto di “cedere” sui modelli era stato interpretato come la conferma di una sofferenza economica.

La Cassazione avalla la decisione della Corte di merito che aveva considerato gli inadempimenti imputati alla ricorrente non occasionali, ma sintomatici di una difficoltà confermata dal mancato rilascio dei Rid dai quali dipendeva la prosecuzione del contratto. La Suprema Corte sottolinea, come al rapporto interbancario diretto si faccia spesso ricorso nei contratti di durata. Il via libera del cliente alla banca ad operare un determinato addebito periodico sul suo conto corrente, va oltre il semplice sistema di pagamento, ma assume una funzione rafforzativa del credito. La segnalazione alla centrale rischi del credito in sofferenza è avvenuta dunque, “per fini conformi a quelli della doverosa informativa al sistema creditizio”, di una situazione oggettiva di incapacità finanziaria.

Con il decreto del 19 gennaio 2016 si aggiornano le modalità del processo civile. Il rito telematico in Cassazione. Notificazioni e comunicazioni online dal 5 febbraio 2016.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Il processo civile telematico anche presso le sezioni civili della Corte di cassazione dal 5 febbraio scorso. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 16 del 21 gennaio 2016 è stato pubblicato il decreto del ministero della giustizia 19 gennaio 2016 di “Attivazione delle notificazioni e comunicazioni telematiche presso la Corte di cassazione, ai sensi dell’articolo 16, comma 10, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, limitatamente al settore civile”, con il quale il processo civile telematico arriva anche presso le sezioni civili della Corte di Cassazione attraverso l’attivazione delle notificazioni e comunicazioni per via telematica. Si prosegue, quindi, nel solco di quella esigenza di promuovere ulteriori misure per favorire la crescita, lo sviluppo dell’economia e della cultura digitali, nonché promuovere l’alfabetizzazione informatica. Pertanto presso le sezioni civili della Cassazione, le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria saranno effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. La relazione di notificazione verrà, quindi, redatta in forma automatica dai sistemi informatici in dotazione alla cancelleria. È noto come già a decorrere dal 30 giugno 2014, per il procedimento davanti al tribunale di cui al libro IV, titolo I, capo I del codice di procedura civile, escluso il giudizio di opposizione, il deposito dei provvedimenti, degli atti di parte e dei documenti ha già luogo esclusivamente con modalità telematiche. Nel decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, cui fa riferimento il decreto in commento, si legge che il deposito con modalità telematiche si ha per avvenuto al momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del ministero della giustizia. Il deposito risulterà essere tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna verrà generata entro la fine del giorno di scadenza e si applicano le disposizioni di cui all’articolo 155, quarto e quinto comma, del codice di procedura civile. Quando il messaggio di posta elettronica certificata eccede la dimensione massima stabilita nelle specifiche tecniche del responsabile per i sistemi informativi automatizzati del ministero della giustizia, il deposito degli atti o dei documenti può essere eseguito mediante gli invii di più messaggi di posta elettronica certificata. Il deposito è tempestivo quando è eseguito entro la fine del giorno di scadenza.

Crescono i divorzi a Roma, ma la mediazione assistita non piace.

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

È un fenomeno fluttuante, la risoluzione di un matrimonio finito. Il saliscendi dipende dalle nuove leggi, dai tempi, dalle informazioni in possesso di coppia e legali, dall’atteggiamento culturale. “Alcune nuove tendenze erano prevedibili, altre non hanno una lettura altrettanto chiara”, commenta Marco Meliti, presidente dell’associazione italiana di diritto e psicologia della famiglia, analizzando i dati sulle cause di separazione e divorzio raccolti nell’ultimo anno. Fonte diretta, il Tribunale di Roma. L’indagine riguarda il periodo tra 1 gennaio e novembre, a confronto 2014 e 2015. Ecco i risultati.

Divorzi: in netto aumento sia i giudiziali sia i consensuali, circa il 16% in più. Il motivo è la legge che abbrevia i tempi delle cause e che, dunque, favorisce decisioni di chiusura. Si concludono col taglio netto anche unioni ultratrentennali, il più delle volte per iniziativa di mariti over 60 che trovano compagne giovani.

Separazioni, anche qui una novità: diminuite del 9% forse perché anziché al tribunale i coniugi senza figli e senza beni da dividere preferiscono rivolgersi direttamente al Comune, ufficiale di Stato Civile. Il calo è stato più sensibile nelle consensuali, 25%, il 2% le giudiziali e questa distinzione di percentuali spiegherebbe questo cambiamento.

L’aspetto più sorprendente della ricerca è che si è fatto un uso molto moderato della negoziazione assistita, un nuovo strumento che consente di delegare l’accordo agli avvocati dei coniugi. Saranno i legali a depositare in tribunale l’accordo senza passare attraverso l’udienza. Un percorso che fa risparmiare tempo e alleggerisce il carico di lavoro dei giudici (i costi per i contendenti restano invece immutati). “Solo il 18% delle coppie ricorrono a questa scorciatoia per divorzio e separazione – dice il presidente dell’Associazione – Forse alla base c’è disinformazione. Bisogna incentivare la negoziazione assistita che permette di arrivare a separazione e divorzio in meno di un mese contro i sei necessari se si sceglie la via tradizionale”. In pratica oggi chi volesse, potrebbe porre definitivamente fine alla sua esperienza di vita a due in appena sette mesi: uno è necessario per la separazione, sei per il divorzio.

Jobs Act. Pro e contro del nuovo strumento di remunerazione tramite i voucher. Utili, ma con qualche spina

POSTED ON febbraio 16th  - POSTED IN Studio Legale

Possibili elusioni se non c’è obbligo sulla data della prestazione e senza banda larga e difficile sfruttarli.

Rappresentano una delle novità più importanti del Jobs Act. I voucher hanno certamente impresso un’accelerazione all’emersione del lavoro nero e all’aumento dell’occupazione. Il meccanismo, secondo gli esperti, però, presenta ancora alcuni punti oscuri in merito alla procedura da adottare. Per sgombrare il campo da equivoci, meglio ricostruire il processo di applicazione.

Il compenso annuale lordo può essere al massimo di 9.333 euro. Si tratta dell’importo percepito dal lavoratore e non della cifra che deve sborsare il committente che si avvale della prestazione dei lavoratori. In particolare, le attività lavorative per committenti imprenditori o professionisti possono essere svolte a favore di ciascun singolo “datore di lavoro occasionale” per compensi non superiori a 2.000 euro (corrispondenti a 2.693 euro lordi). Tale limite non si applica ai committenti privati che possono ricorrervi fino al limite di 7.000 euro (9.333 euro lorde).

Nel settore agricolo il voucher può essere utilizzato nell’ambito delle attività di carattere stagionale effettuate da pensionati o giovani con meno di venticinque anni di età se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici, ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università.

Ma come funzionano i voucher? Gli acquisti possono essere fatti presso le rivendite autorizzate. Il testo normativo prevede a regime l’obbligo di inoltrare la comunicazione, prima dell’inizio della prestazione, in via telematica alla direzione territoriale del lavoro competente. Attualmente la comunicazione va fatta all’Inps. E deve essere preventiva e contenere: i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore; il luogo della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore ai trenta giorni successivi; l’importo lordo presunto.

La comunicazione ha lo scopo di assicurare la tracciabilità e consentire agli organi preposti di effettuare le opportune verifiche ed evitare gli abusi. In campo agricolo l’importo del voucher è pari a quello della retribuzione oraria delle prestazioni dei lavoratori dipendenti.

I consulenti del lavoro hanno svolto un’analisi approfondita del nuovo testo individuando una serie di aspetti positivi introdotti dai voucher. Si parte dalla considerazione che la procedura è snella e semplice in quanto gestibile telematicamente senza necessità di eccessive conoscenze informatiche.

Facile anche l’acquisto del voucher e il suo incasso: entrambe le operazioni possono essere svolte presso i tabaccai. C’è poi la tracciabilità delle prestazioni sul sito Inps per ogni lavoratore. Attraverso un semplice monitoraggio è possibile verificare il totale delle prestazioni ed evitare sforamenti.

“Fermo restando gli aspetti positivi di questa riforma” – afferma Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi Consulenti del lavoro – “esiste, però, un concreto rischio di elusione nel momento in cui la procedura non richiede la puntuale indicazione del giorno e dell’orario della effettiva prestazione (richiede un arco temporale all’interno del quale verrà utilizzato il voucher per il lavoratore interessato)”. Altra criticità è riscontrabile in alcuni luoghi d’Italia dove non c’è sufficiente copertura della linea Internet. Capita, quindi, di non riuscire ad acquistare i buoni presso le ricevitorie abilitate per mancanza di linea e, di conseguenza, nemmeno di comunicare l’acquisto.

Utilizzabili i dati raccolti con il Gps

POSTED ON febbraio 12th  - POSTED IN Studio Legale

Utilizzabili le prove raccolte attraverso il cosiddetto pedinamento elettronico, senza adottare le misure tecniche per assicurare la conservazione dei dati originali e impedirne l’alterazione. La Corte di cassazione, con la sentenza 5550, respinge il ricorso dei componenti di una squadra volanti condannata per interruzione di servizio, truffa e falso per aver lasciato sguarnita la zona a loro assegnata con i motivi più vari: dal ritorno in questura alla “pennichella”.

Ad inchiodare i ricorrenti alle loro responsabilità erano state le intercettazioni disposte all’interno delle auto e il Gps. Tutti avevano fatto ricorso contro la condanna sostenendo l’illecita utilizzazione delle prove acquisite in modo non corretto. Secondo i ricorrenti, il pedinamento elettronico doveva essere soggetto alle norme dettate dal codice di rito per le ispezioni e le perquisizioni (articoli 244 e 247) che, nel caso di acquisizione di materiale informatico, impongono la conservazione dei dati. Un’altra norma da rispettare invocata era l’articolo 360 sugli accertamenti tecnici non ripetibili.

Per la Cassazione però il pedinamento satellitare non ha nulla a che fare con gli istituti citati e rientra nell’ordinaria attività di polizia giudiziaria. I suoi risultati sono supportati dalle dichiarazioni di chi ha effettuato o coordinato i pedinamenti. Si pone dunque solo un problema di attendibilità e non di utilizzabilità, che nel caso specifico non c’era stato.

La convivenza forzata non blocca il divorzio in quanto la coabitazione non prova l’avvenuta riconciliazione.

POSTED ON febbraio 8th  - POSTED IN Studio Legale

Specie in tempi di crisi economica, quando vivere sotto lo stesso tetto anche se l’amore è finito, è spesso una necessità e non una scelta. La Corte di cassazione, con la sentenza 2360 depositata il 5 febbraio 2016, respinge il ricorso di una ex moglie che cercava, dopo la separazione, di scongiurare il divorzio giocandosi la carta della ritrovata comunione con l’ex marito, a suo avviso dimostrata, da una convivenza che si era protratta quasi fino alla data della domanda di divorzio.

La Cassazione però va oltre le apparenze. In primo luogo la Suprema corte ricorda che l’eccezione di sopravvenuta riconciliazione deve essere proposta dalle parti e non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, perché non investe motivi di ordine pubblico ma riguarda strettamente il rapporto di coppia.

Nel caso specifico poi c’erano diversi elementi che deponevano contro la ritrovata armonia: una domanda di addebito formulata dall’ex marito in primo grado e l’accertamento di una tensione che aveva indotto i due a vivere in camere separate.

La prova della convivenza non è in genere risolutiva ma lo è ancora di meno in tempi di recessione, quando la coabitazione è il risultato dell’impossibilità di trovare un altro alloggio a causa dei costi. La Cassazione non manca, infatti, di fare riferimento alla frequenza della «coabitazione inerziale» dovuta «alla notoria caduta dei redditi, accentuatasi in ragione della crisi economica del paese». Per i giudici manca il connotato della ricostituzione del consorzio familiare e del superamento delle condizioni che avevano portato i due a scegliere strade separate.

Per la signora nulla da fare: il divorzio è inevitabile. La ricorrente, che era stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato, riesce invece a scongiurare il pagamento del doppio del contributo unificato pur avendo perso anche in secondo grado. La Cassazione ricorda infatti che il ricorrente in Cassazione che usufruisce del beneficio, non è tenuto, in caso di rigetto dell’impugnazione, a versare l’ulteriore importo.

Limiti al contante stretti

POSTED ON febbraio 5th  - POSTED IN Senza categoria

Le operazioni in contante sono da considerarsi artificiosamente frazionate sebbene annotate in contabilità quanto sono attuate nello stesso giorno o in giorni immediatamente successivi. In tal caso infatti si guarda alla considerazione complessiva del valore da trasferire. La Corte di cassazione con la sentenza 1080/2016 interviene sulla disciplina antiriciclaggio e conferma le sanzioni amministrative a soggetti che hanno compiuto trasferimenti in contante oltre la soglia all’epoca dei fatti superiore ai 12.500 euro. I giudici infatti ricordano che il divieto posto dalla normativa antiriciclaggio, diretto a impedire il trasferimento di denaro contante e titoli al portatore per importi superiori a 12.500 euro, senza il tramite di intermediari abilitati, pone riferimento al valore dell’intera operazione economia alla quale il trasferimento sia funzionale e si applica anche quanto il trasferimento si sia realizzato mediante il compimento di varie operazioni ciascuna di valore inferiore o pari al massimo consentito. Le operazioni poste in essere erano state molteplici e di entità inferiore al limite, fissato all’epoca dei fatti in lire 20 milioni. Per i giudici sono da considerare artificiosamente frazionate (in quanto spesso attuate nello stesso giorno o in giorni immediatamente successivi), soddisfa l’esigenza normativa di una considerazione complessiva del valore da trasferire. «Siffatta esigenza», si legge nella sentenza, «nascente dalla ratio della norma, di rendere trasparenti le transazioni finanziarie aventi maggior rilevanza economica», continuano i giudici, «di rendere trasparenti le transazioni finanziarie aventi maggior rilevanza economica, neppure trova eccezione nella circostanza che i singoli pagamenti siano comunque riportati nelle scritture contabili, né in consuetudini commerciali dovute al collegamento economico esistente tra imprese gestite da società del medesimo gruppo», in quanto soggetti dotati di autonoma personalità giuridica.

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