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Famiglia. Non si configura il reato quando c’è capacità di reazione in base al livello culturale. Niente maltrattamenti se c’è parità.

POSTED ON marzo 1st  - POSTED IN Studio Legale

Il reato di maltrattamenti in famiglia si può escludere considerando le qualità personali dei coniugi. Lo ritiene la Cassazione, nella sentenza 5258/2016, depositata il 9 febbraio dalla Sesta sezione penale: l’inesistenza dei maltrattamenti è dimostrata dal fatto che entrambi gli interessati avessero un “livello di formazione professionale, cultura, condizioni sociali ed economiche ben superiori alla media”, che la moglie reagisse alle intemperanze del marito e che la loro figlia fosse stata affidata ai servizi sociali e non a uno dei genitori.

Tutto nasce dal “rapporto di accesa conflittualità, tensione e radicata contrapposizione” instauratosi tra i coniugi, “causa di grave disagio soprattutto per la figlia minore”. Perciò, nella causa di separazione giudiziale, il Tribunale ne aveva disposto “in via provvisoria ed urgente” l’affidamento ai servizi sociali, affievolendo le potestà dei genitori e ammonendoli sulla “gravità delle conseguenze giuridiche ed esistenziali delle loro inadempienze”.

Alla luce di questo, la Cassazione ritiene fondata e correttamente motivata la valutazione fatta nella sentenza d’appello, che aveva riformato quella di primo grado, assolvendo il marito dai reati di maltrattamenti in famiglia e violenza privata nei confronti della moglie. In sostanza, la Corte resta sul suo orientamento prevalente secondo cui per configurare il reato previsto dall’articolo 572 del Codice penale, “la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendo abitualmente tali sofferenze”.

Dunque, non bastano singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, perché il reato di maltrattamenti è necessariamente abituale: si realizza e si caratterizza “per la sussistenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica) ovvero non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi – procedibili solo a querela), ma acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo” secondo il concetto di abitualità.

Nel caso in questione, sono stati provati solo episodi “derivanti da situazioni contingenti e particolari, che possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare”, fatti che “pur non integrando il delitto di maltrattamenti, conservano la propria autonomia di reati contro la persona”.

Secondo la Cassazione, hanno operato bene i giudici di appello, che hanno sì esaminato l’atteggiamento del marito rilevando il ricorso da parte di quest’ultimo “a toni di particolare veemenza e in comportamenti spesso trasmodanti nella maleducazione”, ma hanno anche evidenziato come l’atteggiamento della moglie si caratterizzasse per una “costante capacità reattiva … e l’assenza di un supino atteggiamento rispetto alle intemperanze del marito”. Una situazione protrattasi per anni, con la conseguente impossibilità di configurare chi, tra i due, avesse mai assunto una posizione di passiva soggezione dell’una nei confronti dell’altro.

Doppio processo per la vittima del reato che vuole il risarcimento del danno.

POSTED ON febbraio 1st  - POSTED IN Studio Legale

Doppio processo per la vittima del reato che vuole il risarcimento del danno.

La vittima del reato, parte civile in un processo penale, quando l’imputato viene prosciolto per incapacità di intendere e di volere, se vuole il risarcimento del danno, è costretta a ricominciare da zero un diverso processo civile.

Il giudice penale, infatti, non può pronunciarsi sulla domanda di risarcimento della parte civile e la persona offesa è costretta a un doppio processo.

Così prescrive il codice di procedura penale, che è stato salvato dalla Corte costituzionale (sentenza 12 depositata il 29 gennaio 2016). Anche se la Consulta non manca di sottolineare che il legislatore, se lo vuole, può disporre diversamente ed evitare la peregrinazione giudiziaria alla persona offesa. Ma da questo punto di vista l’orientamento attuale va in direzione contraria e cioè verso una ampia depenalizzazione e trasformazione di reati in illeciti civili.

Ma vediamo di illustrare la sentenza.

In un processo davanti al tribunale di Firenze, Pm e difensori hanno chiesto l’assoluzione dell’imputato, perché incapace di intendere e di volere al momento del fatto per vizio totale di mente. La parte civile ha chiesto l’applicazione dell’articolo 2047 del codice civile, che riconosce a favore del danneggiato un’equa indennità a carico del soggetto incapace.

Ma anche questa strada è sbarrata.

La corte ha ricordato che l’articolo 538 codice procedura penale consente al giudice penale di decidere sulle questioni civili solo nel caso di condanna dell’imputato: se questo viene sia assolto per totale infermità di mente, il danneggiato, non può fare altro che promuovere un autonomo giudizio davanti al giudice civile.

Certo, si legge nella sentenza, il legislatore potrebbe, nella sua discrezionalità, introdurre un sistema per cui il giudice penale si pronunci sulle questioni civili, pur in assenza di una condanna dell’imputato.

Ma al momento la diversa regola vigente non contrasta con la Costituzione.

L’attuale sistema è, infatti, caratterizzato dal principio della separazione e dell’autonomia del giudizio penale rispetto a quello civile. Il danneggiato può scegliere se esperire l’azione civile in sede penale o in sede civile.

Con altra pronuncia (sentenza n. 13 depositata il 29 gennaio 2016) la Corte costituzionale si è pronunciata in materia di compensi al difensore di soggetti ammessi al gratuito patrocinio. La pronuncia ha salvato la norma del testo unico delle spese di giustizia, che applica la riduzione di un terzo degli importi dovuti al difensore. Il problema è l’applicazione retroattiva della riduzione anche alla liquidazione di onorari per prestazioni già interamente compiute prima della entrata in vigore della norma censurata (art. 106-bis del d.p.r. n. 115/2002).

Nella sentenza la Consulta ha, però, bacchettato il giudice di merito, perché è partito dal presupposto per cui, nel caso di successione di diverse norme sugli onorari degli avvocati, il giudice debba necessariamente riferirsi agli onorari vigenti alla data del provvedimento di liquidazione. Tuttavia, le norme devono essere interpretate nel senso che un procedimento di liquidazione fisiologico comporta la concomitanza del momento dell’esaurimento della difesa, domanda del compenso e corrispondente provvedimento giudiziale di liquidazione.

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